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Oxbow – Thin Black Duke

Data di Uscita: 5/05/2017

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Entrò in servizio, alle dipendenze del duca, in una giornata estiva particolarmente secca. Affrontò l’aria immobile e rovente con la sua solita compostezza, stretta e raccolta in un collo di camicia abbottonato. I capelli, lucidi e ordinati, erano tirati indietro per lasciare l’ampia fronte scoperta. Sotto di questa, un’espressione indecifrabile nella quale si incastonavano due occhi penetranti. Nelle mani stringeva i manici di due anonime valigie di modeste dimensioni. Il duca in persona gli venne ad aprire. Un’aura solenne aleggiava sopra la sua persona, una dignitosa trasfigurazione dell’incessante avanzare dell’età. Senza dire una parola il duca ruotò leggermente su sé stesso lasciandogli così abbastanza spazio per entrare, mentre, con un elegante gesto del braccio sinistro, gli concesse il permesso. Una volta dentro non poté fare a meno di notare quanto fosse stranamente freddo. Questa assenza di calore cozzava con la percezione di una luce abbondante, quasi eccessiva, che entrava dalle finestre, grandi quanto gli arazzi sul muro opposto.

Come lui, il duca, era persona di poche parole. Riservata. Amante del silenzio. A proprio agio nella solitudine. Non si può dire però che il duca disdegnasse la presenza di altre persone. Anzi, dava regolarmente delle feste molto apprezzate. Vestiva i panni del buon anfitrione più per vanità che per genuinità di spirito, ma sapeva intrattenere i propri ospiti come pochi. Eppure rimaneva un’anima insondabile. Schiva. Relegata nell’ombra dell’immagine di sé che proiettava in quei contesti mondani, dediti al piacere ed alla frivolezza.

And when the Duke talks, he sounds like a mime
with his hands doing all the talking

Come il duca, anche lui era un eccellente scacchista. Insegnante di sé stesso, era il proprio miglior allievo. Più artista che stratega, più contemplatore che azionista, giocatore solitario, possedeva una pazienza quasi esasperata, ben evidente dai suoi modi eccessivamente misurati. Sfidò il duca muovendo il primo pedone un pomeriggio di primavera dopo avergli servito una tisana. Questo sembrò non avergli prestato attenzione, eppure, quando il giorno dopo entrò nella stanza, trovò che il nero aveva mosso. Toccava nuovamente a lui.

Quella partita era infinita. Potevano passare mesi tra l’avanzamento di un pedone ed il salto di un cavallo, e, a parte la prima mossa, non fu mai giocata in alcun momento con i due avversari nella stessa stanza. E, cosa forse più strana, non ne parlarono mai. Era il loro personale segreto, ciascuno geloso custode del proprio. Verità intima che non sentivano la necessità di condividere. Chi entrando nella stanza avesse fatto caso a quella scacchiera, non avrebbe notato altro che uno scenario sospeso, decontestualizzato. C’era però molto di più. Due universi speculari ed opposti, l’uno il negativo dell’altro, che si scontravano, si intrecciavano danzando per poi sciogliersi e tornare ad espandersi. Se uno avesse potuto osservare quella dinamica, dai tempi astronomici, sarebbe forse riuscito a carpire un barlume di quelle due esistenze che si fronteggiavano. Probabilmente nemmeno loro ne erano però a conoscenza.

Il duca morì da solo. Dissero a causa di una pratica auto-erotica finita male. La partita non era ancora conclusa. Lui, prima di lasciare la magione, andò ad osservare la scacchiera per l’ultima volta. Non si era accorto che il nero aveva mosso. Rimase per qualche minuto in silenzio a contemplare il campo di battaglia, quindi se ne andò per sempre. Fu solo anni dopo, mentre non gli era restato nient’altro da fare che aspettare di morire, che si rese conto che il duca avrebbe vinto. Era stata una realizzazione lenta, che aveva compiuto sondando tutte le sue possibili mosse. L’esito era sempre lo stesso. Il nero, il duca, gli aveva dato scacco matto.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

 

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