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Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

Certe cose non cambiano mai, anzi.

Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

 

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