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Mac DeMarco – This Old Dog

Data di Uscita: 5/05/2017

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Cristo si è fermato a Trento Scalo

Il cane bianco fa schioccare i denti e mi guarda con la faccia simpatica, è un vecchio cane con la coda mozza e i gomiti sbucciati. Questo qui ne ha viste di cose, è stato abbandonato, forse è direttamente nato per strada, ha sempre avuto sangue freddo e se l’è saputa sbrogliare nel pericolo. E’ un bel figlio di puttana, un compagno, uno spaccaculi.

Ha fame e forse anch’io, a digiuno da quanto? Penso a cosa potrei cucinare se avessi qualsiasi ingrediente, omelette di topinambùr o zucca al forno con scamorza e pane casereccio. O forse per il cane meglio un’insalata di riso bella abbondante con mais e wurstel. E se avessi potuto a domicilio? Una pacchia! Ma un posto così in alta montagna non lo avrebbero mica trovato, e vai a spiegare alla ragazza in cassa, al telefono, che sei da qualche parte tra i monti di Trento Scalo. E dove sono loro soprattutto? Il meno qui è l’incertezza.

Sai, dico al cane bianco, prima di venire qui stavo al sud e avevo aperto un’azienda con mio fratello piccolo. Smaltimento di amianto. Avevamo qualcosa come duecentomila dipendenti in tutta la provincia. Il paese natio ti ama, questa era la nostra legge. Noi siamo il linguaggio, la nostra chiave naturale, una buona traversata. Ci abbiamo aggiunto un buon social media manager ed il gioco era fatto.

Sai cane, dietro casa mia c’era questa pizzeria capace di farti qualsiasi impasto, la pizza napoletana, quella romana, la focaccia barese e anche la pizza toscana in teglia.

Vedo il cane scodinzolare istericamente, la bava che gli cola tutta sul mattonato rosso e polvere.

A inizio pasto ti portavano la pasta della pizza fritta, subito, con sugo, parmigiano e basilico. Uagliù questi li offre la casa dicevano i camerieri, ma tutti, anche le due ragazze polacche davvero belle e fini. Le pizze erano sempre come le immaginavo. La mia pizza tipo? Polpo e patate. Esattamente e ogni volta come la pensavo passandomi il gel sul riporto prima di scendere da casa, schiumante di fame. Il punto giusto di morbidezza della stracciatella, il piccante della rughetta selvatica, l’intensità del pistacchio di Bronte, ma anche la quantità di fumo, la sapidità e l’accostamento cromatico.

Il cane morde compulsivamente le gambe del tavolo che sono di un bel legno massiccio antisgretolamento. Comprensivo, mi chino per accarezzarlo e gl’indico l’orizzonte dietro le montagne di Trento Scalo, le case e le macchie di bosco bruciate.

Quelle erano le sere di agosto, gli dico, quando eravamo tutti spensierati e non avevamo veramente un cazzo da fare, tornavamo da mare con una fame tossica assassina ma eravamo già carichi per fare aperitivo e poi a cena nella notte fresca di maniche di seta. La pizzeria, o magari un sushi, e poi tanta bamba sulle dune con il rumore delle onde, e dei flipper e delle macchine tirapugni. Quante serate trascorse con gli uomini – baco, personaggi che consideravano la patria un interesse, venuti su in un ambiente caldo e convinti di avere in qualche modo potere sulle proprie vite. Cristiani fino al midollo, arrampicatori.

Mi asciugo le lacrime e sbottono ancora un po’ la camicia. Si muore dal caldo.

Sarà il caso di darsi da fare, mi dico, cane. Abbiamo fame tutti e due, e ora si va a caccia.

 

Gabriele Battista

 

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