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At The Drive In – in•ter a•li•a

Data di Uscita: 05/05/2017

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E’ l’alba. Anja non riesce più stare i piedi, solo l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza l’hanno portata fino a qui.

Si accascia ai piedi di un albero, immergendosi in una fitta suma. Toccando terra il suo corpo si contorce, quasi automaticamente, in un profondo conato di vomito che non prova nemmeno a trattenere. Distende la schiena lungo il tronco asciugandosi le labbra con una mano. Movimenti lenti, quasi rilassati, per illudersi di avere pace, tregua, calma, tutto ciò che non può permettersi di provare, non lì, non in quel momento. Socchiude gli occhi per un secondo, ben conscia che i demoni sono in agguato e che non può restare ad aspettarli.

Tira su un pantalone consumato e con il coltello rugginoso del padre si incide la pelle, è l’ennesimo prezzo che si è imposta di pagare. La lama scivola quattro volte sulla sua carne e il sangue vivo le cola sulle converse sdrucite e luride. Stanotte la caccia è andata bene, tre tigri e uno scorpione uccisi a fronte di solo un colpo di pistola, di striscio, alla testa. La rakija nel corpo del cetnico le aveva salvato la vita.

Come un automa inforca le cuffie del walkman del fratello, Jasmin, che era stato ucciso a Srebrenica davanti a lei e a sua madre. Dentro, l’unica cassetta che era riuscita a portar via da casa, pochi minuti di caos puro di un gruppo americano di cui ignorava il nome e che non le piaceva nemmeno. Hell Paso, c’era scritto sull’etichetta. Ma l’inferno era lì, intorno a lei. Prima dell’assedio, dei caschi blu, delle morti, della fuga tra i boschi fingendosi un ragazzo, era solita sbirciare le prove di suo fratello e il suo gruppo. Si definivano post-hardcore. Adesso le sembrava così ridicolo anche il solo pensiero che qualcuno potesse definirsi pre o post quando in realtà non sarebbe mai stato niente. Non riusciva a ricordarsi nemmeno quanto tempo fosse passato da quella realtà, così lontana e sempre meno vivida, oscurata dagli incubi del quotidiano.

Questi pensieri la colpivano a cadenza regolare, e come in un rituale si trovava a guardare una foto della sua famiglia. Quello che era. Suo padre e suo fratello uccisi come insetti. Sua madre nel campo rifugiati, stuprata ogni notte, a turno, dai caschi blu o dai cetnici. E lei. Anja. Incapace di resistere una sola notte in quel campo, persa nella suma e disposta a morire in qualsiasi momento ma determinata a uccidere quanti più cetnici possibile. Per apparire più forte si era tagliata i capelli, le poche forme nascoste da ampi abiti rubati a un cadavere. Adesso si faceva chiamare Samir. Una donna qui non ci sarebbe potuta stare. L’avrebbero costretta a tornare al campo. Piuttosto la morte.

Al di fuori del bosco, poco lontano da lei, improvvisamente, si leva un coro da stadio, in avvicinamento. Serbi. Il coro, marchio distintivo delle Tigri di Arkan. Nemmeno il tempo di pensare che il plotone è già in vista. Un movimento, un respiro, un passo ed è finita. Ripone la foto in tasca, mentre il walkman continua a urlare e si alza voltandosi verso i propri aguzzini. E’ stanca, Anja, è esausta. Che senso avrebbe continuare la fuga quando niente potrà darle pace, mai più?

Il plotone si ferma.  Una dozzina di soldati. La stavano cercando. Un cetnico, probabilmente il più alto in grado, fa segno di circondare l’albero dove lei è ancora appoggiata. Un sorriso mellifluo e al tempo stesso viscido, da lucertola, compare sul volto del paramilitare.  Mentre parla, Anja può sentire la sua lingua schioccare, come un rettile. “Bene bene, ragazzo. Adesso la finiremo con queste scorribande nella notte. Mi sei costato ben venti uomini. Se tu non fossi uno sporco balija ti chiederei di diventare uno di noi.”  Risate e fischi riecheggiano tra la boscaglia. Segue silenzio, come richiamati all’ordine da un diktat telepatico, i soldati imbracciano i fucili intimando ad Anja di precederli fino ad una radura. Arrivati sul posto, viene avvicinata da un serbo tarchiato e grasso, con il viso butterato e l’espressione da maiale. Disgustoso. Con un coltellaccio le taglia i vestiti, lasciandola nuda. Mentre la spoglia, con l’audacia posseduta solo dai folli, Anja gli chiede se avesse mai assaporato la pelle. Non vi è risposta, e resta lì, emasculata e indifesa, derisa e umiliata da tutto il plotone. Il suo giovane e magrissimo corpo è segnato dagli stenti di una fuga durata mesi, oltre che dai tagli autoinferti e altre ferite. Bianco immacolato, quasi trasparente, da vicino è possibile vedere quell’anima che sta bruciando più di quanto illumini.  Alcuni soldati le si avvicinano a turno, toccandola lascivamente altri, invece, le spengono delle sigarette sulla pelle nuda. Il terribile siparietto dura solo pochi minuti ma il tempo sembra fermarsi solo per il gusto di vederla soffrire. Le viene consegnato un badile, mezzo rotto e con il manico scheggiato, intimandole di scavarsi la fossa, estremo riconoscimento per i nemici valorosi. La terra, vista l’estate estremamente secca, è dura e pesante da sollevare e poco dopo le sue mani iniziano a sanguinare.

“Come ti chiami, ragazza?”

Un brivido attraversa il corpo lasciandola quasi attonita. Come corrente elettrica, finendo per scaricarsi alla punta del badile. Chi era? Cosa era diventata? Ma soprattutto, era sempre Anja oppure era Samir, seppur evirato della sua pseudo-mascolinità? Non si sentiva affatto resiliente, si sentiva tenace. La tenacità è quella qualità dei materiali di immagazzinare energia fino ad arrivare a rottura, gliel’aveva insegnato suo padre, professore di educazione tecnica a Tuzla. E lei era arrivata al punto di rottura, non avrebbe potuto resistere un altro secondo. Aveva fatto tutto ciò che era possibile, e si sentiva innocente. Innocente. Aveva tradito, rubato, e ucciso. Soprattutto ucciso. Ma sapeva di essere nel giusto. La sua voglia di riscatto era incurabile. La sua voglia di vendetta era incurabile.

“Anja Mùlijahić, e sono incurabilmente innocente”.

Tommaso Olmastroni

 
 

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