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Archive for maggio, 2017

Progenie Terrestre Pura – oltreLuna

Data di Uscita: 31/05/2017

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La preghiera era un momento fondamentale per la squadra H2. Provenivano tutti più o meno dallo stesso fazzoletto di terra strappato al deserto che era conosciuto,
qualche tempo prima, con il nome di Marocco. Il loro canto e la loro spasmodica ricerca, del tutto inutile, della direzione giusta verso cui pregare, stridevano
assolutamente con l’ambiente in cui al momento lavoravano. Ora il loro paese non era più nelle mappe della storia come gran parte degli stati africani.
Il gruppo H2 aveva un’importanza cruciale nello sviluppo del progetto. Era la squadra che si occupava dell’implementazione del sistema energetico della stazione orbitante.
L’ingegnere capo dei lavori, come succedeva spesso, si fermò ad osservare quello che, ai suoi occhi, era un rito affascinante perchè inusuale.

Certo che è assurdo che continuino a pregare tre volte al giorno. Dovremmo pensare di sostituirli, non è possibile avere queste interruzioni” disse rivolto al capocantiere.
Sei forse pazzo? Dove trovi manodopera così specializzata a questo basso prezzo e che sia già abituata a lavorare in condizioni di gravità artificiale?” gli rispose lui.

Il lavoratore che era stato deputato a intonare i canti continuò nel suo salmodiare per un paio di minuti, sucessivamente il piccolo gruppo ripose velocemente le proprie cose
e si incamminò verso la fonte del rumore, il cantiere vero e proprio dove avrebbero passato, come minimo, le successive 6 ore della loro vita.
Le macchine non li avevano aspettati, avevano portato dall’hangar i quattro pezzi che servivano per ultimare il reattore.

Ingegnere ma siamo proprio certi che sia sicuro fare questo tipo di operazione a stazione aperta?” disse il capocantiere
E quando la vorresti fare? Siamo già in ritardo con la consegna. L’evento che sono riusciti ad organizzare stasera non era procrastinabile ne tantomeno l’assemblaggio che dovremo fare, lavoriamo comunque in piena sicurezza stai tranquillo. A proposito, io vi saluto. Buon lavoro. Scappo di sopra sono stato invitato al concerto e mi hanno riservato un posto a sedere, tornerò tra qualche ora, per quel momento sarete pronti per cominciare la parte del lavoro in cui potrò avere un ruolo operativo”.

Appena l’ingegnere ebbe finito di dire ciò, il capocantiere lo salutò in maniera sbrigativa e si avviò verso i suoi sottoposti.
“Signori siete tutti pronti? In queste ore daremo il via al montaggio del reattore C, non vi devo dire nulla visto che sapete già tutto, buon lavoro.
Mi raccomando solo di una cosa: state attenti. E’ il più importante, quindi il più costoso. Niente cazzate.”

Ognuno andò alla sua postazione di lavoro. Youssef era quello che si doveva occupare di controllare le manovre fini dell’assemblaggio, era un lavoro duro perchè prevedeva
sia una conoscenza informatica di alto livello che andare fisicamente a controllare che le giunture dei vari pezzi coincidessero perfettamente.
Era stato il capocantiere a spingere per avere il controllo manuale di questo tipo di operazioni, in un primo tempo i delegati della Company non avevano visto di buon occhio
questo cambiamento di programma ma alla fine avevano accettato. Youssef si sedette alla sua postazione; al segnale del capocantiere prese il controllo delle macchine
attraverso il suo modulo per la realtà aumentata. Da quello poteva essere sicuro che l’allineamento fosse perfetto, grazie alle telecamere montate sui carrelli trasportatori.
Entrare dentro la macchina non era una cosa semplice, neanche per lui, ma oramai ci aveva fatto l’abitudine.

Nelle sue orecchie arrivavano i rumori percepiti dai microfoni posti sul robot trasportatore per poter capire eventuali cedimenti strutturali prima che il computer glieli potesse segnalare.
In breve lui era dentro la macchina. Inizialmente si mosse con circospezione per capire quanto il pavimento potesse reggere, i parametri che gli dava il computer non
risultavano fuori scala rispetto alle simulazioni quindi potè liberare la sua mano destra dal sistema di comando e cominciò a cercare qualcosa nella tasca laterale dei suoi
pantaloni da lavoro. Una volta in mano riuscì senza problemi a trovare il punto di raccordo che gli serviva per collegarla al suo terminale.
Riattaccò subitaneamente la mano destra al sistema di controllo senza che il sistema potesse rendersene conto visto che era riuscito a bypassare il sistema di controllo
sdoppiando il segnale della mano sinistra senza dimenticarsi di specchiarlo così da sembrare veramente una mano destra.
Portò a compimento senza problemi di sorta il suo incarico Il capocantiere era molto fiero di lui, aveva fatto tutto quello che gli era stato richiesto per quella sera.
Si concesse un attimo di pausa prima di andare a vedere ad occhio nudo come era andato a finire il lavoro.
Si fermò un attimo dal capocantiere “Capo tutto a posto.”
Il capocantiere guardò le sue mani e vide il gesto impercettibile ad un occhio non allenato che usavano come gesto di intesa.
Ottimo, vai a controllare fisicamente il tuo lavoro”, disse.
Nella sua testa però c’era un solo pensiero: “Anders ora tocca a te. Qui noi abbiamo fatto quello che potevamo fare.

Giulio Pieroni

Jlin – Black Origami

Data di Uscita: 19/05/2017

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L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre ballo.

Oppure è il mio corpo che si appallottola, mentre danzo su basi che sanno di ferro e che hanno dei bassi profondi come le viscere della terra.

Ma no, non sto ballando.

Ciò su cui poggio lo sguardo perde i suoi contorni fisici; come per un origami, le forme originarie si stropicciano, si ripiegano su se stesse. Succede alla mia carne ed a quella delle persone che ho attorno, alla ferrovia che corre accanto a questo capannone, alla stessa struttura scheletrica del luogo in cui mi trovo. Riesco a comporre forme sempre più ardite, prima erano pesci e rane, poi, con il passare del tempo, sono diventate cigni e farfalle. Da qualche giorno riesco a comporre anche unicorni e leoni da superfici complesse, anche di dimensioni rilevanti. E’ l’anima delle cose che si rivela al ritmo della musica.
Vado fiera della mia ultima creazione: un’enorme elefante, seduto in una posizione antropomorfa, innalzato al cielo piegando assieme tutto ciò che è nel mio spettro visivo.

Ecco cosa faccio, sto suonando la mia roba, c’è chi la chiama “break-beat”, chi la sente “juke”, altri ancora che la trovano “idm”. Hanno ragione tutti, ma per me è solo musica dello spirito.

Mi esibisco e la mia comunità balla. Ci sono tutti i miei fratelli della scena footwork di Chicago. La musica è danza oppure sono i loro movimenti che mi ispirano; produco d’istinto, senza pensarci troppo su.

L’asfalto lucido si contorce, si accartoccia, mentre suono.

 

Maurizio Narciso

 

James Vincent McMorrow – True Care

Data di Uscita: 26/05/2017

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C’è una confusione astrale nelle parole sedimentate in fondo al cuore. Scrissi una lettera tempo fa, era una lettera in cui parlavo di questioni riguardanti la vita e la morte, e spedirla sarebbe stata esattamente una questione di vita o morte, perlomeno così credevo a quel tempo. Non la spedii, per diversi motivi, l’ultimo dei quali, la mia volontà. Queste parole con il tempo si sono impresse sempre di più su carta, tanto che quando ripresi quel foglio in mano, conservato con cura assieme a decina di altre lettere mai spedite, quel che mi trovai davanti fu un’incisione: ogni parola di quella lettera che rileggevo, che sussurravo, ricominciava a vivere e bruciava, come un’incisione, sì. Il tempo aveva conservato l’integrità del foglio di carta, ma soprattutto i sentimenti che si celavano dietro quelle parole. Piccoli spasmi, ventre contratto e un placido sorriso diede di nuovo luce al mio viso.

In quel momento Catherine rientra in casa. Sono seduto sul piccolo divano a dondolo che abbiamo preso da poco per uno dei miei tanti capricci. Lei poggia la borsa sul tavolo della sala e viene a sedersi vicino a me, in quel modo in cui di solito un personaggio di un film rientra a casa stanco dopo una stressante giornata di lavoro e vita in città e si lascia cadere a peso morto su una superficie morbida e accogliente. Sussurra un ciao tesoro e poggia la testa sul divano, chiudendo gli occhi. Il mio battito rallenta, pian piano mi divincolo dal pensiero di quella lettera e rientro nella dimensione del presente. Parliamo a voci incrociate della nostra giornata, il lavoro, i colleghi d’ufficio, lo studio.
Da qualche settimana le nostre chiacchierate appaiono diverse persino alle mie orecchie. Entrambi ci stiamo dirigendo verso un cambiamento che inevitabilmente apporterà cambiamenti anche nella nostra relazione. Sembriamo più vicini e sempre più distanti. E il tempo che abbiamo trascorso assieme ci avvicina e ci allontana. Una doppia attrazione: interna ed esterna. Ecco che arriva di nuovo quel silenzio. Lo senti anche tu? Catherine fa un lungo sospiro e si alza di scatto, come per scrollarsi di dosso quel che ancora deve arrivare ma che il sol pensiero  appare stretto, quasi a farle paura. Sfila un disco dalla borsa e sorridente esulta mostrandomi il suo ultimo acquisto: il nuovo disco di James Vincent McMorrow. Effettivamente era rientrata a casa più tardi del solito, non le chiesi spiegazioni, ma ecco la risposta: giri di isolati ascoltando questo nuovo disco. Prima che il silenzio piombi tra di noi..

“This album is life, it’s the life I’ve lived up to this point, it’s the one that might be ahead of me. And sometimes life is magical. But other times it’s scary and fucked. It moves in and out of rhythm constantly. It’s rarely slick, rarely untouchable.”

So I go back
Check my phone
Says 2:13 now
Go to the window
Look outside
It’s dark
Street lights are on
A crystal half light in the middle of the road
Where did the sun go?
Where did the sun go?

Il silenzio arrivò, ma a quel punto era musica, per entrambi.

Let’s go out for breakfast
when you wake.

C’è una confusione astrale per le parole sedimentate in fondo al cuore.

Valentina Loreto

Mish Mash Festival – II edizione

Dall’esigenza di realizzare un’intreccio policromo che si dedicasse alla valorizzazione del patrimonio locale e alla riqualificazione del tessuto sociale,
nasce l’associazione inmmfdexMosaico con sede nella città di Milazzo (Sicilia).
La rete composita rivela il suo scopo nell’organizzazione, promozione di eventi e attività culturali
e vede nel Mish Mash Festival una delle sue più interessanti espressioni.

L’evento, previsto per il prossimo 5 e 6 agosto, consiste di una line up che porta attenzione alle più
note punte dell’indie nostrano, con declinazioni che vanno dal pop all’elettronica: Clap! Clap!,
Giorgio Poi, Canova, Jolly Mare e molti altri.
Ad impreziosire le circostanze musicali è la location, infatti il festival sarà ospitato nell’evocativo
scenario del “Castello” di Milazzo.

Monthly Music è stata chiamata a raccontare il festival e con molto piacere noi ci saremo.
Stay tuned.

 

Oxbow – Thin Black Duke

Data di Uscita: 5/05/2017

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Entrò in servizio, alle dipendenze del duca, in una giornata estiva particolarmente secca. Affrontò l’aria immobile e rovente con la sua solita compostezza, stretta e raccolta in un collo di camicia abbottonato. I capelli, lucidi e ordinati, erano tirati indietro per lasciare l’ampia fronte scoperta. Sotto di questa, un’espressione indecifrabile nella quale si incastonavano due occhi penetranti. Nelle mani stringeva i manici di due anonime valigie di modeste dimensioni. Il duca in persona gli venne ad aprire. Un’aura solenne aleggiava sopra la sua persona, una dignitosa trasfigurazione dell’incessante avanzare dell’età. Senza dire una parola il duca ruotò leggermente su sé stesso lasciandogli così abbastanza spazio per entrare, mentre, con un elegante gesto del braccio sinistro, gli concesse il permesso. Una volta dentro non poté fare a meno di notare quanto fosse stranamente freddo. Questa assenza di calore cozzava con la percezione di una luce abbondante, quasi eccessiva, che entrava dalle finestre, grandi quanto gli arazzi sul muro opposto.

Come lui, il duca, era persona di poche parole. Riservata. Amante del silenzio. A proprio agio nella solitudine. Non si può dire però che il duca disdegnasse la presenza di altre persone. Anzi, dava regolarmente delle feste molto apprezzate. Vestiva i panni del buon anfitrione più per vanità che per genuinità di spirito, ma sapeva intrattenere i propri ospiti come pochi. Eppure rimaneva un’anima insondabile. Schiva. Relegata nell’ombra dell’immagine di sé che proiettava in quei contesti mondani, dediti al piacere ed alla frivolezza.

And when the Duke talks, he sounds like a mime
with his hands doing all the talking

Come il duca, anche lui era un eccellente scacchista. Insegnante di sé stesso, era il proprio miglior allievo. Più artista che stratega, più contemplatore che azionista, giocatore solitario, possedeva una pazienza quasi esasperata, ben evidente dai suoi modi eccessivamente misurati. Sfidò il duca muovendo il primo pedone un pomeriggio di primavera dopo avergli servito una tisana. Questo sembrò non avergli prestato attenzione, eppure, quando il giorno dopo entrò nella stanza, trovò che il nero aveva mosso. Toccava nuovamente a lui.

Quella partita era infinita. Potevano passare mesi tra l’avanzamento di un pedone ed il salto di un cavallo, e, a parte la prima mossa, non fu mai giocata in alcun momento con i due avversari nella stessa stanza. E, cosa forse più strana, non ne parlarono mai. Era il loro personale segreto, ciascuno geloso custode del proprio. Verità intima che non sentivano la necessità di condividere. Chi entrando nella stanza avesse fatto caso a quella scacchiera, non avrebbe notato altro che uno scenario sospeso, decontestualizzato. C’era però molto di più. Due universi speculari ed opposti, l’uno il negativo dell’altro, che si scontravano, si intrecciavano danzando per poi sciogliersi e tornare ad espandersi. Se uno avesse potuto osservare quella dinamica, dai tempi astronomici, sarebbe forse riuscito a carpire un barlume di quelle due esistenze che si fronteggiavano. Probabilmente nemmeno loro ne erano però a conoscenza.

Il duca morì da solo. Dissero a causa di una pratica auto-erotica finita male. La partita non era ancora conclusa. Lui, prima di lasciare la magione, andò ad osservare la scacchiera per l’ultima volta. Non si era accorto che il nero aveva mosso. Rimase per qualche minuto in silenzio a contemplare il campo di battaglia, quindi se ne andò per sempre. Fu solo anni dopo, mentre non gli era restato nient’altro da fare che aspettare di morire, che si rese conto che il duca avrebbe vinto. Era stata una realizzazione lenta, che aveva compiuto sondando tutte le sue possibili mosse. L’esito era sempre lo stesso. Il nero, il duca, gli aveva dato scacco matto.

 

Pietro Liuzzo Scorpo

 

Snoop Dogg – Neva Left

Data di Uscita: 19/05/2017

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Mi considerano tutti un vecchio rincoglionito, sempre fatto e ricoperto da collane dorate, un vero incapace che si è fatto un nome e ha campato grazie ad un unico fottuto buon disco. Poi solo comparsate, poco riuscite, LP smorti e quel dannato contorno di simulata bellezza. Me ne sono sempre ampiamente fregato, giocando con le aspettative di tutti, divertendosi assai perché la belleza era ogni cosa fuorché simulata. Che colpa ne ho se mi piace l’erba buona, se le belle donne hanno il corretto effetto sul mio cazzo, e se adoro lo champagne? Ditemelo voi! Ovviamente non sono morto, conosco ancora come muovere le file dell’hip hop mondiale, le rime e ogni genere di architettazione che fidatevi, è ancora nelle mie corde. Drake, Kendrick Lamar ecc. ecc.
Viaggiando sulla Venice Boulevard di Los Angeles, lì dove campeggia la strada statale 187, vi dimostrerò che non sono un grottesco pagliaccio. Vi riporto in zone ben poco neutrali, un luogo in cui se non sai come muoverti le vibrazioni variano alla velocità della luce. Le puttane, lo spacciatore nei vicoli, la polizia sa ogni cosa ma interviene solo se sei un certo tipo di negro, i fast food e i turisti da derubare, tornando sempre alle puttane.
Li vedo tutti sogghignare, ma che potere assoluto è il mio? C’è poco da ridere quando arriva Snoop Dogg in California. Sbruffone chi? Poi ricordate bene una cosa: lo Zio è tornato, ma non parliamo mica di inutili revival. Vi piazzo nel calderone anche un brano “politico”, certamente con un senso ironico che manca a voi dannati socialdemocratici europei, ipocriti della specie peggiore. Ci sono gli amici di sempre, sul monte Kushmore – fumare ci piace sempre – con Method Man, Red Man, e poi Wiz Khalifa, KRS – One, Rick Rock, Nef the Pharaoh e altri. Ascoltate Neva Left, perché non me ne sono mai davvero andato, mentre voi ridicolizzate il personaggio che ho creato da zero, mentre parlavate a vanvera. Non si parla più di contraddizioni tra East Coast e West Coast, il Gangsta Rap è anestetizzato, e dannazione la gente si stupisce se un gran numero di persone vuole ritornare ad un passato mitologico, in ogni zona del mondo. Il Mito è fondativo, la Storia idem, e Snoop Dogg è sia Mito, che Storia.

 

L’importanza di questi fattori nelle vita dell’essere umano non verrà mai scalfita, così come questo mio suono per viaggiare indietro nel tempo rimanendo perfettamente ancorati al fottuto presente, che se non vi fotte lui, ci penso io.

 

Alessandro Ferri

 

Quantic & Nidia Góngora – Curao

Data di Uscita: 12/05/2017

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Ho addosso gli occhiali da sole bianchi e tamarri uguali a quelli di Kurt Cobain e sto ballando su una spiaggia, due denti paralleli – i due settimi inferiori – estratti con dolore e altrettanto dolore che mi scuote le membra, ma nonostante tutto questo sto inspiegabilmente bene, essendo anche privo della solita agitazione da festa che mi comprime.
Dieci anni fa, sbagliando, stavo leggendo Sartre, mentre ora, sbagliando altrettanto, sto leggendo i Salmi.
Per il resto Santa Rita non mi ha aiutato a chiudere il mio travaglio che dura ormai da anni, ma l’augurio è che possa aiutarmi a breve; Santa Teresa al tempo stesso non mi sta aiutando per questo dolore che mi percuote i sistemi e gli apparati vari.
Mi sono fatto visitare da un dottore e mi ha detto che non sono pazzo, ma pensandoci bene forse quel dottore ero io.

Torniamo alla spiaggia. Uno stregone mi ha dato una pillola miracolosa che – a quanto afferma – mi farà passare il dolore: il nome di questa bizzarra sostanza, stregoneria nella moderna scienza, parrebbe essere “ibuprofene”, da 600 milligrammi.
Provvedo, sotto prescrizione stregonica, a non bere alcolici al fine di non rovinare lo stomaco e ricomincio a ballare nella speranza che la diavoleria farmaceutica faccia effetto.
Credo che attorno a me ci siano dei fuochi appena accesi in vista dell’incombente notte e comincio a pensare che questo dolore non passerà mai.
Ecco che di colpo il dolore si smorza e lentamente svanisce: erano settecentosettantatré giorni – 773 – che soffrivo come un animale ferito a morte e finalmente sono ferito a vita, trafitto dai dardi stellati della notte oceanica, nera e autentica, il contrario della lercia notte europea, bianca e inautentica.
Una donna mulatta, bella come il luccichio dei pesci nel mare notturno, mi toglie gli occhiali da sole e mi prende in giro in una lingua che conosco e capisco ma che non so individuare. Le dico subito che la mia ansia mi rende estremamente lento nelle relazioni umane ma lei mi conduce alla danza così come si narra nelle Scritture che Dio abbia portato il suo popolo nella terra promessa.

Tu hai mutato il mio dolore in danza.
Salmi, 30:11

Tutto questo accadeva dieci anni fa. Ora, a trentasette anni – 37 – guardo mio figlio di settantatré mesi – 73 – che chiede a sua madre perché deve andare a scuola, e lei è costretta a rispondere dopo la mia fuga. Qual è la mia lettura sbagliata per questo decennio? La luna? Le balaustrate che danno su strapiombi di psicopatologie? Altre noiose e violente Sacre Scritture dove spulciare grani di accecante bellezza e verità? Poeti francesi? Libri di arboricoltura? Il vecchio, aspro e sublime Nabokov?
Nel dubbio, pensando un po’ alle mie vecchie colline che sono ormai lontane come galassie, metto degli occhiali da sole che furono un tempo il pretesto che usò per conoscermi la donna che ho ancora accanto e vado a comprare un’incantata scatola di bianche compresse di quella prodigiosa sostanza chiamata “ibuprofene”.

Marco Di Memmo

Slowdive – Slowdive

Data di Uscita: 5/05/2017

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La macchina sterza a sinistra come pilotata da una mano invisibile, quella della memoria. La pianura tutt’intorno, alberi villette e campi coltivati così simili tra loro – eppure ancora con una propria identità riconoscibile, il vetro delle pensiline delle fermate del bus verso la spiaggia, ora deserte sotto il sole di mezzogiorno. L’estate è sopraggiunta fuori stagione, il sudore ha disegnato degli aloni deformi nelle ascelle della mia camicia, ma la riunione si è conclusa prima e il vento caldo che entra e esce dall’auto attraverso i finestrini abbassati potrebbe, forse, asciugare le chiazze e proteggermi dall’imbarazzo prima che possa incrociare anima viva.

Il chiosco sulla spiaggia è piantato nella sabbia come un totem, anch’esso è rimasto lì, immobile e in bilico tra reale e immaginario come un miraggio, quando usavamo arrivarci logorati dalla sete e dall’indolenza. Lo squalo in legno è ancora appeso sopra l’ingresso, di fianco campeggiano le immagini dei gelati della Sammontana, disposti su un alluminio ora sbiadito, i cui nomi sicuramente sono stati dimenticati dai più. Il libeccio agita le onde alcuni metri più in là e incrosta i miei occhiali di sabbia e salsedine, li pulisco alla meglio col lembo della camicia mentre, impacciato, mi arrampico su uno sgabello: che diavolo sono venuto a fare, dopotutto? Si scorge lontano un miglio il mio essere fuori posto.

Saranno passati vent’anni, ho perso il conto, e nonostante quel posto stia facendo di tutto per accogliermi e illudermi che il tempo si sia cristallizzato, immutato com’è da allora, mi sento terribilmente vecchio. L’uomo al bancone sistema i bicchieri e si accende una sigaretta, siamo io e lui che ci studiamo a vicenda senza parlare; attorno le voci dei gabbiani che si rincorrono in cielo, lo sciabordio delle onde, Lucio Battisti che canta dalle casse dello stereo. Finito il disco, entra a gamba tesa un arpeggio familiare, a tradimento; la saliva mi va di traverso e l’uomo se ne accorge. Dopotutto se lo sarebbe aspettato, Silvano, mi conosceva troppo bene quella volta e certe cose non cambiano mai, anzi.

Con Silvano il tempo non era stato magnanimo, i lunghi capelli erano ricordo lontano e le stempiature attuali somigliano a profonde insenature, quasi dei fiordi. Mi sorride per togliermi dall’impaccio, quello sguardo complice ché ha identificato subito me e i miei modi imbranati.

Certe cose non cambiano mai, anzi.

Mi appoggia la mano sulla spalla, un tocco caldo e appiccicoso, gli Slowdive gettano una nuova marea di riverberi che scivolano e accarezzano il baracchino e le nostre braccia. Gli Slowdive.

C’è ancora quella foto nella bacheca, tu che ridi tornando a riva da un bagno notturno, i tuoi capelli mossi e decolorati sembrano ancora più bianchi sotto l’effetto del flash e illuminano l’immagine; abbracci il caschetto rosso fuoco di Stefania, la tua migliore amica. Ricordo quella maglietta, era il simbolo di quell’estate, la maglietta di un gruppo musicale sbocciato allora e scomparso presto, un amore folle e brevissimo, come usavi fare tu che saltellavi da un’ossessione all’altra e perdevi la testa per tutto. “Che c’è di male a innamorarsi facilmente? Tu ascolti solo gli Slowdive e ti perdi il resto della musica, sei noioso. Ecco” – io rimanevo ammutolito e un poco offeso, tu mi baciavi e mi dicevi “però mi piaci lo stesso.”

Quella foto in mezzo ad altri scatti che raccontano la storia di un posto, di generazioni che si sovrappongono tra una birra e l’altra, tra le canzoni, tra le estati e i tuffi improvvisati, tra le solitudini radicate come la mia, da sempre incapace ad abbassare le difese se non con me stesso o con il disco giusto.

Silvano stappa una doppio malto e ne versa per entrambi, abbiamo parecchio da raccontarci e il fiato forse non basta. Tu chissà in che parte di mondo ti sei collocata, alla fine. È un album nuovo questo che scorre tra le nostre parole, tocca le corde della nostalgia eppure schiva le lacrime; voci ben definite, pezzi che sanno di ieri e di quel profumo di cui avevo intrisa la pelle, ma anche di oggi e di fresco, dopotutto. Come quelle favole che abbiamo sempre amato farcele raccontare, e non ci deludono mai nemmeno cambiando dettagli ché i personaggi e le atmosfere sono ormai nostri e addirittura ci somigliano un po’, ci fanno compagnia per acquetarci e farci prendere sonno con serenità, per restituirci in mano la bussola, per metterci davanti i giusti orizzonti.

Silvano strappa via la fotografia dalla bacheca e me la porge – “Questa è tua, ti appartiene.”

La infilo nel portafogli in mezzo a vecchi scontrini e alle banconote, me la ritroverò tra le mani ogni volta che dovrò pagare qualcosa, ché i vecchi amori non si dissolvono mai del tutto: magari riaffiorano incastrati tra le trame di un disco, o in una tenera istantanea a bassa risoluzione, in un posto qualunque tra le dune di sabbia.

 

Federica Giaccani

 

Hauschka – What if

Al suo terzo caffè espresso Ludwig ebbe un infarto. Non lo aveva mai bevuto e glie lo aveva fatto scoprire una studentessa italiana nella sua amata Vienna che ora lo vedeva morire. Quando sua madre si recò sul letto di morte lo guardò con degli occhi di vetro e gli disse che lo aveva raccomandato di non frequentare ragazzi e ragazze straniere, perché portavano la morte ovunque andavano, ma Ludwig non riusciva ad accettare tanta rigidità e ottusità e sfidò sua madre con i tre caffè che lo avevano portato all’estrema unzione. Ma guardando quegli occhi di vetro, che non gli avevano mai suggerito amore prima di quel momento, si sgretolò in un pianto che fece tremare i pavimenti dell’intero ospedale, e il suo cuore guarì.

Marco Di Memmo

Daniel Brandt – Eternal something

Vecchio mio, Gould ti distruggerebbe come fece con Terry Riley. Così come un orso polare non può capire la logica della foca, un purista non può capire l’illogica esperienza del mistico, e spero che la tua esperienza sia di ordine mistico, altrimenti sei fritto e basta. Ma io chi sono poi per giudicarti? Io che non riesco ad accettare il fatto che alcune cose possano toccarsi e sporcare tutto, che altre possano sporcarsi, che io debba soffrire per le azioni altrui. Ma io chi sono? Sono un’onda forse? Sono una particella, una particella subatomica che si rivolta contro l’atomo e contro l’esistenza stessa? Sono un orso impazzito che distrugge tutto? Io sono settantatré persone, sono millenovecentonovanta, sono un milione distorto, senza polo. Il problema è nel mio nome o in me? Nel mio significato o nel mio significante?

Marco Di Memmo

Ezekiel Honig – A Passage of Concrete

Un giorno, nel mese di Marco, mio nonno mi spiegò il rumore.
“Vedi caro Marzo, ha presente quel mese lercio che gli studenti chiamano Luglio? Ai miei tempi si chiamava
Disintegrazione e le persone lo adoravano senza dover giustificare la propria pochezza. Ora io sono vecchio e
piuttosto fritto ma ti posso assicurare che il rumore, quello intenso e potente, quello che ti logora i timpani e l’anima,
nasce dal desiderio e dall’Ego. Distruggi il tuo Ego e tutto ti apparirà per quello che è: un suono indeterminato e infinito, né musica, né dolore, e sappi goderne a fondo”.
Il giorno dopo mi guardai allo specchio e vidi che in realtà ero già diventato mio padre e che mio nonno era un fondo di caffè disperso nella spietata bellezza della materia.

Marco Di Memmo

Mac DeMarco – This Old Dog

Data di Uscita: 5/05/2017

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Cristo si è fermato a Trento Scalo

Il cane bianco fa schioccare i denti e mi guarda con la faccia simpatica, è un vecchio cane con la coda mozza e i gomiti sbucciati. Questo qui ne ha viste di cose, è stato abbandonato, forse è direttamente nato per strada, ha sempre avuto sangue freddo e se l’è saputa sbrogliare nel pericolo. E’ un bel figlio di puttana, un compagno, uno spaccaculi.

Ha fame e forse anch’io, a digiuno da quanto? Penso a cosa potrei cucinare se avessi qualsiasi ingrediente, omelette di topinambùr o zucca al forno con scamorza e pane casereccio. O forse per il cane meglio un’insalata di riso bella abbondante con mais e wurstel. E se avessi potuto a domicilio? Una pacchia! Ma un posto così in alta montagna non lo avrebbero mica trovato, e vai a spiegare alla ragazza in cassa, al telefono, che sei da qualche parte tra i monti di Trento Scalo. E dove sono loro soprattutto? Il meno qui è l’incertezza.

Sai, dico al cane bianco, prima di venire qui stavo al sud e avevo aperto un’azienda con mio fratello piccolo. Smaltimento di amianto. Avevamo qualcosa come duecentomila dipendenti in tutta la provincia. Il paese natio ti ama, questa era la nostra legge. Noi siamo il linguaggio, la nostra chiave naturale, una buona traversata. Ci abbiamo aggiunto un buon social media manager ed il gioco era fatto.

Sai cane, dietro casa mia c’era questa pizzeria capace di farti qualsiasi impasto, la pizza napoletana, quella romana, la focaccia barese e anche la pizza toscana in teglia.

Vedo il cane scodinzolare istericamente, la bava che gli cola tutta sul mattonato rosso e polvere.

A inizio pasto ti portavano la pasta della pizza fritta, subito, con sugo, parmigiano e basilico. Uagliù questi li offre la casa dicevano i camerieri, ma tutti, anche le due ragazze polacche davvero belle e fini. Le pizze erano sempre come le immaginavo. La mia pizza tipo? Polpo e patate. Esattamente e ogni volta come la pensavo passandomi il gel sul riporto prima di scendere da casa, schiumante di fame. Il punto giusto di morbidezza della stracciatella, il piccante della rughetta selvatica, l’intensità del pistacchio di Bronte, ma anche la quantità di fumo, la sapidità e l’accostamento cromatico.

Il cane morde compulsivamente le gambe del tavolo che sono di un bel legno massiccio antisgretolamento. Comprensivo, mi chino per accarezzarlo e gl’indico l’orizzonte dietro le montagne di Trento Scalo, le case e le macchie di bosco bruciate.

Quelle erano le sere di agosto, gli dico, quando eravamo tutti spensierati e non avevamo veramente un cazzo da fare, tornavamo da mare con una fame tossica assassina ma eravamo già carichi per fare aperitivo e poi a cena nella notte fresca di maniche di seta. La pizzeria, o magari un sushi, e poi tanta bamba sulle dune con il rumore delle onde, e dei flipper e delle macchine tirapugni. Quante serate trascorse con gli uomini – baco, personaggi che consideravano la patria un interesse, venuti su in un ambiente caldo e convinti di avere in qualche modo potere sulle proprie vite. Cristiani fino al midollo, arrampicatori.

Mi asciugo le lacrime e sbottono ancora un po’ la camicia. Si muore dal caldo.

Sarà il caso di darsi da fare, mi dico, cane. Abbiamo fame tutti e due, e ora si va a caccia.

 

Gabriele Battista

 

At The Drive In – in•ter a•li•a

Data di Uscita: 05/05/2017

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E’ l’alba. Anja non riesce più stare i piedi, solo l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza l’hanno portata fino a qui.

Si accascia ai piedi di un albero, immergendosi in una fitta suma. Toccando terra il suo corpo si contorce, quasi automaticamente, in un profondo conato di vomito che non prova nemmeno a trattenere. Distende la schiena lungo il tronco asciugandosi le labbra con una mano. Movimenti lenti, quasi rilassati, per illudersi di avere pace, tregua, calma, tutto ciò che non può permettersi di provare, non lì, non in quel momento. Socchiude gli occhi per un secondo, ben conscia che i demoni sono in agguato e che non può restare ad aspettarli.

Tira su un pantalone consumato e con il coltello rugginoso del padre si incide la pelle, è l’ennesimo prezzo che si è imposta di pagare. La lama scivola quattro volte sulla sua carne e il sangue vivo le cola sulle converse sdrucite e luride. Stanotte la caccia è andata bene, tre tigri e uno scorpione uccisi a fronte di solo un colpo di pistola, di striscio, alla testa. La rakija nel corpo del cetnico le aveva salvato la vita.

Come un automa inforca le cuffie del walkman del fratello, Jasmin, che era stato ucciso a Srebrenica davanti a lei e a sua madre. Dentro, l’unica cassetta che era riuscita a portar via da casa, pochi minuti di caos puro di un gruppo americano di cui ignorava il nome e che non le piaceva nemmeno. Hell Paso, c’era scritto sull’etichetta. Ma l’inferno era lì, intorno a lei. Prima dell’assedio, dei caschi blu, delle morti, della fuga tra i boschi fingendosi un ragazzo, era solita sbirciare le prove di suo fratello e il suo gruppo. Si definivano post-hardcore. Adesso le sembrava così ridicolo anche il solo pensiero che qualcuno potesse definirsi pre o post quando in realtà non sarebbe mai stato niente. Non riusciva a ricordarsi nemmeno quanto tempo fosse passato da quella realtà, così lontana e sempre meno vivida, oscurata dagli incubi del quotidiano.

Questi pensieri la colpivano a cadenza regolare, e come in un rituale si trovava a guardare una foto della sua famiglia. Quello che era. Suo padre e suo fratello uccisi come insetti. Sua madre nel campo rifugiati, stuprata ogni notte, a turno, dai caschi blu o dai cetnici. E lei. Anja. Incapace di resistere una sola notte in quel campo, persa nella suma e disposta a morire in qualsiasi momento ma determinata a uccidere quanti più cetnici possibile. Per apparire più forte si era tagliata i capelli, le poche forme nascoste da ampi abiti rubati a un cadavere. Adesso si faceva chiamare Samir. Una donna qui non ci sarebbe potuta stare. L’avrebbero costretta a tornare al campo. Piuttosto la morte.

Al di fuori del bosco, poco lontano da lei, improvvisamente, si leva un coro da stadio, in avvicinamento. Serbi. Il coro, marchio distintivo delle Tigri di Arkan. Nemmeno il tempo di pensare che il plotone è già in vista. Un movimento, un respiro, un passo ed è finita. Ripone la foto in tasca, mentre il walkman continua a urlare e si alza voltandosi verso i propri aguzzini. E’ stanca, Anja, è esausta. Che senso avrebbe continuare la fuga quando niente potrà darle pace, mai più?

Il plotone si ferma.  Una dozzina di soldati. La stavano cercando. Un cetnico, probabilmente il più alto in grado, fa segno di circondare l’albero dove lei è ancora appoggiata. Un sorriso mellifluo e al tempo stesso viscido, da lucertola, compare sul volto del paramilitare.  Mentre parla, Anja può sentire la sua lingua schioccare, come un rettile. “Bene bene, ragazzo. Adesso la finiremo con queste scorribande nella notte. Mi sei costato ben venti uomini. Se tu non fossi uno sporco balija ti chiederei di diventare uno di noi.”  Risate e fischi riecheggiano tra la boscaglia. Segue silenzio, come richiamati all’ordine da un diktat telepatico, i soldati imbracciano i fucili intimando ad Anja di precederli fino ad una radura. Arrivati sul posto, viene avvicinata da un serbo tarchiato e grasso, con il viso butterato e l’espressione da maiale. Disgustoso. Con un coltellaccio le taglia i vestiti, lasciandola nuda. Mentre la spoglia, con l’audacia posseduta solo dai folli, Anja gli chiede se avesse mai assaporato la pelle. Non vi è risposta, e resta lì, emasculata e indifesa, derisa e umiliata da tutto il plotone. Il suo giovane e magrissimo corpo è segnato dagli stenti di una fuga durata mesi, oltre che dai tagli autoinferti e altre ferite. Bianco immacolato, quasi trasparente, da vicino è possibile vedere quell’anima che sta bruciando più di quanto illumini.  Alcuni soldati le si avvicinano a turno, toccandola lascivamente altri, invece, le spengono delle sigarette sulla pelle nuda. Il terribile siparietto dura solo pochi minuti ma il tempo sembra fermarsi solo per il gusto di vederla soffrire. Le viene consegnato un badile, mezzo rotto e con il manico scheggiato, intimandole di scavarsi la fossa, estremo riconoscimento per i nemici valorosi. La terra, vista l’estate estremamente secca, è dura e pesante da sollevare e poco dopo le sue mani iniziano a sanguinare.

“Come ti chiami, ragazza?”

Un brivido attraversa il corpo lasciandola quasi attonita. Come corrente elettrica, finendo per scaricarsi alla punta del badile. Chi era? Cosa era diventata? Ma soprattutto, era sempre Anja oppure era Samir, seppur evirato della sua pseudo-mascolinità? Non si sentiva affatto resiliente, si sentiva tenace. La tenacità è quella qualità dei materiali di immagazzinare energia fino ad arrivare a rottura, gliel’aveva insegnato suo padre, professore di educazione tecnica a Tuzla. E lei era arrivata al punto di rottura, non avrebbe potuto resistere un altro secondo. Aveva fatto tutto ciò che era possibile, e si sentiva innocente. Innocente. Aveva tradito, rubato, e ucciso. Soprattutto ucciso. Ma sapeva di essere nel giusto. La sua voglia di riscatto era incurabile. La sua voglia di vendetta era incurabile.

“Anja Mùlijahić, e sono incurabilmente innocente”.

Tommaso Olmastroni

 
 

Forest Swords – Compassion

Data di Uscita: 05/05/2017

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    Che spettacolo straordinario
    sta sorgendo da sopra il palazzo verde polveroso, un sole molto umido, coperto

già da una sciarpa di canicola, imbellettato di mosche e zanzare, e cicale.

    Delle colombelle hanno costruito il nido sopra gli spilloni da lumaca che la mia

vicina ha sistemato per tenere lontani i piccioni

    Il nido è accanto ai resti di un piccione morto, mi preoccupo un po’ perché i

pulcini di colombella cresceranno in mezzo alla violenza, mi son detta subito.

    Non conoscevo le notevoli doti da fachiro delle colombelle
    dalla poltrona su cui rimango seduta tutto il giorno
    le sento che tubano, talvolta le campane della chiesa accompagnano una musica

che pare venire dal basso della Terra.

    Mi sono alzata in fretta dalla poltrona, perché ho sentito come un tonfo, che

veniva dal nido delle colombelle, e allora ho detto, mi son detta, sarà stata una

colombella che cadeva, non mi sono mica detta subito guarda stella che le colombelle

volano. e allora son caduta io, credo di aver fatto un sacco di rumori di tonfi,

    sono caduta all’altezza del tavolo di mogano, rovinosamente urtandolo appena

prima di sentire il rumore del pavimento

    contro lo zigomo e mi sono detta, che mi sembrava proprio un tonfo simile a

quello della colombella. Solo che io non sapevo volare, quel giorno lì.

    E dovevo proprio fare uno spettacolo straordinario,
    lì stesa sulle mattonelle di marmo che avevo scelto quel giorno là, quel giorno

che pioveva a vento, ti ricordi tu? Io mi ricordo, mi ero detta. Dovevo fare uno

spettacolo straordinario a pancia sotto, mentre sentivo già il freddo verde delle

mattonelle di gres porcellanato, mentre sentivo che tutti i pori della mia pelle, e le

terminazioni degli arti, tutte le fughe delle mie rughe molli, si riempivano dolcemente

del sangue della mia testa, un sangue che doveva essere denso dei ricordi del

piastrellaio che mi aveva detto, guardi le dico, il gres piastrellato sarà bello ma lei è più

bella, e mi chiedevo, mi ero detta quella volta lì, che il sangue aveva fatto diventare

fughe anche le mie ciglia di sotto e le unghie, mi domandavo se il piastrellaio dei ricordi

che gocciavano dalla mia testa aperta, avrebbe detto se quella mattina ero più bella io, o

il gres piastrellato rivestito del mio corpo morto. E avevo pensato allo spettacolo

mortale delle colombelle che clima di violenza, avrebbero detto, due cadaveri nel giro

    di appena qualche battito d’ala.