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Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution

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L’estate più bella della mia vita si avverò per una serie di circostanze che col senno di poi non esiterei a definire apocalittiche. Al tempo però non potevo saperlo. Avevo quindici anni e non ero stato al mondo abbastanza per capire quali sarebbero state le conseguenze di quelle decisioni che venivano prese sopra la mia testa. Erano cose di adulti. Giovavo ancora di una giovanile spensieratezza che si incrinava solamente quando lo sguardo dei miei genitori si incupiva improvvisamente nell’ascoltare le notizie del telegiornale. Ripensando adesso a come potessero sentirsi, non posso che provare compassione. Vivevano in un equilibrio precario, barcamenandosi tra un lavoro e l’altro, cercando di racimolare quanto basta per garantirmi un’esistenza dignitosa, e dovevano pure farsi carico della salvezza del pianeta. Ci riuscirono solo in parte: di sicuro non posso dire di aver vissuto male quegli anni, o che mi fosse mancato qualcosa. D’altro canto la responsabilità di sanare il disastro ambientale causato dalle due generazioni precedenti non sarebbe dovuto ricadere sulle loro spalle. Era un’impresa impossibile in partenza. Destinata a fallire.

Quell’estate, nella mia memoria, si trova tra i due momenti che più segnarono la mia esistenza. Il secondo è un evento piccolo, personale, che ha impattato su poche vite oltre alla mia. Accadde in autunno, un paio di giorni prima di Halloween. Ci guardammo per l’ultima volta attraverso due vetri, io ero nella mia stanza seduto alla finestra, lei sul sedile di quell’auto presa a noleggio che l’avrebbe portata così lontano dal nostro universo. Il primo invece è qualcosa di grosso, molto più grande di me, di noi, dei nostri genitori, del nostro quartiere. Una cosa da libri di storia. Era primavera quando il governo decise di proibire l’utilizzo di tutti i mezzi che non rispettassero elevatissimi standard ecologici, nella vana speranza di ridurre, così facendo, le emissioni di gas serra e arrestare di conseguenza il riscaldamento globale. Inutile dire che furono i miei genitori, e tutti quelli che come loro vivevano all’orlo più esterno della città e che un’auto nuova non se la potevano permettere, che pagarono il prezzo più salato.

Cominciò in anticipo di quasi due settimane quell’estate. La scuola non poteva permettersi un nuovo bus in regola con la nuova legge vigente. I nostri genitori furono costretti a recarsi al lavoro in bici, uscivano di casa all’alba e tornavano la sera tardi. E noi non avevamo poi tutta quella volontà di pedalare per chilometri per seguire gli ultimi giorni di lezione dell’anno stretti e sudati in quell’aula fatiscente con le finestre rivolte a sud. Non avevamo mai parlato più di tanto prima di allora. Ma abitavamo vicino, prendevamo lo scuolabus assieme, ed inevitabilmente diventammo complici. Nelle ore più calde, ci rintanavamo a casa sua, accendevamo il vecchio portatile di sua madre e ascoltavamo la sua collezione di mp3. In tre mesi non riuscimmo ad ascoltarla tutta. Quando l’aria diventava appena tollerabile inforcavamo le nostre biciclette e diventavamo i padroni incontrastati della strada. Inizialmente vagavamo senza meta per il quartiere. Poi il nostro errare, senza una vera volontà, prese una direzione più o meno precisa. Fuori. Ogni giorno era un nuovo tentativo di spingerci più lontano. Fino a quando non decretammo il nostro limite ultimo. In un punto apparentemente imprecisato di una strada di cui non scorgevamo la fine, sempre macchiata da una pozzanghera all’orizzonte, ci fermammo. Ci sedemmo sulla terra che si trasformava in sabbia sotto il nostro peso, in mezzo alle colture arse dal sole. Mi raccontò di una cosa che aveva sentito in uno di quei programmi di divulgazione scientifica che davano in prima serata. L’orizzonte dell’universo visibile. Da quello che capii, il discorso era all’incirca questo: la luce viaggia ad una certa velocità e l’universo ha una certa età, moltiplicando queste due quantità si ottiene la distanza ultima che possiamo osservare. Le cose più lontane ancora non hanno avuto il tempo di rivelarcisi. Mi disse che il luogo in cui eravamo seduti era un po’ il nostro orizzonte visibile. Quel punto era definito dalla moltiplicazione della nostra velocità e dell’ora di cena per cui dovevamo assolutamente tornare a casa. Magari qualcuno pedalava verso di noi, ma non abbastanza velocemente per incrociarci. Qualcuno da un universo a noi precluso, fuori dal nostro orizzonte. Lei aveva una passione per la scienza. Io volevo scrivere poesie. Gliene feci leggere una. Sarà stato metà agosto. Eravamo seduti sul letto ghiaioso del fiume in secca. Mi bocciò con una sonora risata, scevra da qualsiasi malizia. Convenni che sì, non faceva per me. La realtà era che non avevo una vera passione per la poesia. Ci avevo provato perché volevo impressionarla. Mi resi però conto che quella era la mia vera intenzione solo quando ci scambiammo il primo bacio imbranato all’ombra di un cavalcavia. Fu anche l’ultimo.

L’autunno arrivò senza preavviso. Sarebbe stato impossibile accorgersene se non fosse che ricominciò la scuola. Avevamo uno scuolabus nuovo che le nostre famiglie avevano in parte pagato facendo una colletta. Un pomeriggio, scesi alla fermata, si fermò invece di incamminarsi verso casa. Beh? Che c’è? Chiesi. Nel frattempo il mio cuore batteva forte nella speranza mi dicesse quello che speravo mi sussurrasse sotto quel cavalcavia. Invece. Tra qualche settimana ci trasferiamo. Non disse dove. Era implicito però che fosse un altro universo. Mia madre ha trovato un lavoro. Le hanno fatto un contratto di tre anni. Si giustificò. Buon per lei. Provai ad essere felice per lei. Senza successo. E non dissi nient’altro.

La mattina prima che partissero, era una domenica, venne a casa mia. Parlammo per un po’. Ci promettemmo di rimanere in contatto, su facebook o per mail. Poi tirò fuori dalla tasca una chiavetta usb. C’è la musica di mia mamma, se vuoi finire di ascoltarla. Sua madre aveva affittato una macchina in regola e l’avevano caricata il più possibile con le loro cose. Quello che non erano riuscite a far stare l’avevano lasciato nella casa. Non potevano permettersi di portare tutto con sé. Nessuno ormai si trasferiva con tutti i propri averi. Le case, che quelli come i nostri genitori potevano permettersi, venivano già arredate e ancora intrise della presenza di ci aveva vissuto prima. Le avevo osservate dalla mia stanza mentre dal portatile ascoltavo gli mp3 che mi aveva passato. Ci guardammo un’ultima volta, divisi da due vetri. Poi partì e quando la macchina svoltò alla fine della strada, scomparendo dal mio orizzonte visibile, l’estate finì.

Dislocated relocations
Bermuda Triangle to us

Pietro Liuzzo Scorpo

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