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Kendrick Lamar – DAMN

Data di Uscita: 14/04/2017
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Ti ricordi quando eravamo sani di mente?

Ora che sono andato completamente, ora che sono talmente lucido da essere fritto, sono qui a fare elucubrazioni filosofiche sulla canzone DNA di Kendrick Lamar, senza arrivare a una conclusione soddisfacente. È un fatalismo reale o sarcastico? È un determinismo nero e disperato – e allo stesso tempo edonista e sbruffone – o è un anti-determinismo geniale e ironico? Ma soprattutto, mi sto facendo davvero queste domande? Conta davvero? O conta di più che qualcuno dia ancora valore alla parola cantata, al metro, sparando come una mitragliatrice sui battiti di una base? Faccio ancora domande da idiota bianco. Il problema è che non so essere altro, forse.

Ricordo quella frase di Kafka «il mutismo è attributo della perfezione» e non smetto di pensare da infardellato vitruviano, anche se in realtà non sono un classicista; il pensiero di Kafka fluttua nella mia mente per un motivo: chi si lamenta della vanità, delle cazzate, non dovrebbe allontanarsi da esse e stare nel suo terreno? Ma forse c’è qualcosa che mi sfugge.

Volevo scrivere un altro racconto ambientato in una metropoli, ma poi ho pensato che era un po’ meno disonesto non farlo, e sono rimasto su questa linea di indecisione che mi sta portando verso una boa arancione che prima mi sembrava lontanissima.

 

Chi è così ipocrita da poter affermare di non aver mai sognato – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – di essere così indecentemente ricco da poter comprare qualsiasi cosa, qualsiasi persona, convinto – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – che qualunque cosa e qualunque persona possa essere comprata, che sia con la promessa di denaro, di piacere o di fama? Io ammetto di averlo pensato diverse volte. Sempre con un fondo di lealtà che però sembrava sempre più lontano e fondo.

Un’altra libertà alla quale vorrei arrivare – in questo caso ci penso molto più spesso – è quella di liberarmi dalla stessa libertà ed essere assoluto, vale a dire, etimologicamente, sciolto: sciolto da quest’obbligo insopportabile di dover essere libero, avvinghiandomi ai miei vincoli che mi farebbero godere come nient’altro; libero di poter modificare il linguaggio, il pensiero, la lingua, incasellando le parole, neologismi o vecchie cariatidi che siano, nel mio mosaico personale; libero di andarmene quando un gruppo di lamentosi studenti passa dall’argomento “non avere soldi” a quello “vado in vacanza in un’isola greca” – del cazzo, aggiungerei io – non accorgendosi di essere degli stereotipi ambulanti, con un imbuto gnoseologico ficcatogli in bocca da ragazzini da genitori troppo stupidi o da libri imposti o autoimposti dai quali non si sono saputi liberare.

Vorrei subordinare o coordinare fino alla morte, vorrei saper rappare da Dio come un afroamericano che usa termini politicamente scorretti che io non posso usare sennò la stronza di turno, inconsapevolmente perbenista e moralista, storce il naso e mi accusa di qualche –ismo a caso, sentendosi di colpo ripulitrice del mondo.

Il sottofondo a tutte queste stronzate che ho scritto – ribadendo la domanda iniziale – è che a prescindere da quello che dice, dagli infami significanti, Lamar spacca, con la sua musica e il suo canto e le sue rime, con la sua vita senza indugi, senza paura di dire le cose, senza paura di essere giudicato male, di essere inadeguato, di sembrare volgare, di sembrare stupido, di essere deriso, di essere ripreso. Forse lui è davvero libero, se questa parola ha ancora un minimo di senso.

 

Marco Di Memmo

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