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Arca – Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.

Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.

Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

firenze 2009

Giorgia Melillo

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