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Archive for aprile, 2017

Caterina Barbieri – Patterns Of Consciousness

Data di uscita: 21/04/2017

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“La luce è la radianza dell’eterno fuoco cosmico”.

I raggi luminosi subivano inquietanti deviazioni, cambiavano la propria direzione passando da un piano all’altro dell’infinito bastimento in movimento; la Nave Madre costeggiava pianeti sconosciuti ad altissima velocità, lasciandosi dietro di sè la Terra. Una fortissima vibrazione della forma pensiero muoveva all’unisono gli elementi del commando; ogni cosa era oscurità eppure come piccole fiaccole smarrite nell’iperspazio gli adepti formavano una scia di ineguagliabile potenza, probabilmente spaventando le forme di vita che abitavano i lembi solo sfiorati alla velocità della luce.

“A pattern creates a certain state of consciousness. Once it is created, the pattern stands as an object exactly like the sound waves which generate it. We are at the same time inside and outside of the object”.

Un pattern recitato come un mantra, ogni componente aveva potuto assimilare le strutture del suono, inglobando l’essenza di una generazione clamorosa. Da tempo si attendeva un segnale in tal senso, ma i pochi che riuscirono a concepire l’essenza ultima del messaggio furono prontamenti sterminati. Solo negli anni e dopo parecchi morti la Nave Madre prese coscienza degli errori commessi, capiva ancora a fatica di aver vagato senza meta nell’apatia della distruzione senza ascoltare i precursori della conoscenza. Tuttavia spinta dalla necessità aveva distribuito le scorte nucleari al commando, per iniziare una faticosa ricerca. La creatrice del pattern – fiutato il pericolo imminente – riuscì ad abbandonare la nave all’inizio dei primi pogrom, rifugiandosi tra colonie amiche chissà in quale angolo dello spazio esplorato, portando con sè i segreti più intimi del suono.

Sono innumerevoli i raggi e le correnti, di diversa qualità, che possano trasformare tutto ciò che esiste! La sinfonia della qualità è come la musica delle sfere“.

I bulbi cerulei del Comandante, abbacinati da tale immensità, stavano lentamente perdendo forza, incapaci di osservare intorno a sé. La continuazione del viaggio disperdeva le energie materiali degli strumenti a disposizione, l’ossigeno e le sue riserve si stavano per annullare, e la completezza della missione non era certo garantita. Preso dallo sconforto, e con le cellule del cervello sempre più abrase dalla lontananza, si mise a ripensare al passato: tra i sintetizzatori, ER – 101 Indexed Quad Sequencer e Verbos Harmonic Oscillator, non capiva nulla, non captava nessun fascino attorno ad essi.

“When a change in the pattern occurs it causes a perturbation of the previously established field of forces. This causes consciousness to fracture, potentially unfolding layers of perceptions we weren’t aware of or simply suggesting that we access only a fraction of our psychic potential”.

Preferiva morire piuttosto che ammettere al commando intero di essersi trovato più volte con la fuggitiva, proprio lui, senza sospettare nulla attorno alla creazione del modello capace di illuminare l’intero panorama stordito dalle ripetizioni. Il loop delle abitudini vitali poteva essere irradiato di nuova luce, rivalutando completamente la classica pesantezza di chi non riesce a fermarsi un attimo, pur essendo in movimento. Si era fatto sfuggire la luce, e per troppo tempo scelse l’irruenza della morte, del buio più profondo per sopire il proprio senso di colpa.

Nello sviluppo dell’energia psichica uno stadio è detto luminoso, quando l’essere comincia a emettere luce. Questa risonanza di luce è il grado che apre la possibilità di realizzare i mondi lontani. È la manifestazione dei raggi di luce è come un ponte per il fuoco dello spazio. Chi si riempie di luce va impetuoso verso la luce!” Agni Yoga.

Vagarono fino allo spegnimento dei motori nucleari, si spensero come fari inabissati nelle profondità cosmiche, senza fiatare o avvisare nessuno.
D’altra parte il pattern non era per molti: il ronzio e le sequenze proposte, gli scossoni e i tremori provocavano fastidio, sonnolenza e noia. Ad annoiarsi ci vuole una certa dose di consapevolezza, e chi ha preferito accogliere su di sé il rischio ha scoperto un mondo che nella propria interezza forniva risposte chiare. Andare incontro ad un’esperienza così massimale, senza per forza seguire la Nave Madre, evitando di spegnersi lentamente, come questa storia racconta.

The layered nature of consciousness and the relativity of perception are some of the biggest secrets we can experience through sound.”

 

Alessandro Ferri

 

Ulver – The Assassination of Julius Caesar

Data di Uscita: 07/04/2017

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Il quartiere a luci rosse di Detroit non è il posto più raccomandabile del globo, anzi può tranquillamente vantarsi di essere uno dei posti più malfamati dell’intera confederazione.
La città è oramai una cinquantina d’anni che è in balia di bande, The Block è il quartiere generale del traffico di schiavi resettati cerebralmente. Zradko è di casa ma stanotte, si muove in mezzo alla fiumana in maniera del tutto atipica per i suoi standard, le luci al neon lo attraggono come fanno con gli insetti notturni che sbattono continuamente lungo la superficie del vetro.
“Mi sa che quelle stimolazioni sessuali subliminali stanno facendo fin troppo effetto”. Non è roba destinata a lui, è solo il trasportatore dai laboratori NEG allo spacciatore che lo ha incaricato del “viaggio”.
Lui, da vero professionista del settore, non ha nessuna intenzione di usufruirne, “quei piccoli sgorbi gialli non mi avevano detto che si sarebbero automaticamente attivati perché rilevano la posizione e monitorano le cose che vedo”. Da quando quegli aggeggi hanno cominciato ad attivarsi da soli, il suo lavoro gli pesa molto di più: ad ogni consegna c’è il rischio di scoprire lati del suo carattere che non vuole conoscere o che ha cercato di reprimere da tanto tempo. Certo lui è un carrier, un professionista del settore, con il suo addestramento militare è capace di resistere per ore, se non giorni, a stimolazioni sia esogene che endogene, comunque non sono cyborg del tutto insensibili, certe volte anche loro cadono nelle trappole ordite dai programmi, soprattutto nell’eventualità, e questo è uno dei casi, che vada a stimolare direttamentela produzione ormononale.
“E ora che cazzo mi invento? Se entro in un locale li tolgo e li metto in tasca, nel giro di qualche minuto tutta love street saprà che diavolo trasporto e ci sarà almeno una decina di persone che mi seguirà come cani con la bava alla bocca”. La situazione non è delle più rosee. Meglio continuare a muoversi cercando di mantenere il più possibile il senno.

Girando l’angolo però arriverà il vero problema, Zradko lo sa bene, sulla destra dopo circa 200 metri c’è il Rolling Stone e di conseguenza davanti ci saranno gli ormai familiari ologrammi a grandezza 2 a 1 di Yelena, “guarda che cazzo di sfiga, devo allungare. No anche questo non si può fare”. Andando dritto sarebbe entrato nella zona degli ZEKE “quei fottuti di cervello hanno già dimostrato di poter bucare le mie schermature per gli impianti quindi se non giro la strada mi ritrovo come minimo senza carico e con due coltellate”. “Lavoro di merda” dice a mezza voce e si incammina verso il Rolling Stone facendo appello a tutto quello che può pensando a cose che possono distrarlo dalla voglia di scopare qualsiasi cosa semovente.
Il suo pensiero va subito al raid alla sede georgiana della Hiamatsu, riguardandosi indietro gli sembra che sia passato qualche decennio. Doveva essere un lavoretto di estrazione facile, invece si trasformò in una mattanza “tutta colpa di quello stronzo di Hideo”. Niente da fare queste cose lo sovraeccitano ancora di più, deve cambiare strategia e lo deve fare in fretta. Si ferma un attimo creando non pochi problemi alla gente che si accalca dietro di lui, qualcuno prova anche a protestare, salvo smettere dopo aver visto il suo volto su cui fa bella mostra un impianto oculare Zeiss per la vista telescopica e una cicatrice che gli copre quasi tutta la guancia destra. “Ok, tranquillo tranquillo, cerca di non ragionare con il cervello di sotto e mettiti a pensare a una cosa che può calmarti”: Dopo una quindicina di secondi arriva l’illuminazione “ma certo: l’augbasketball”. E’ una delle mode dell’ultimo decennio: esseri con innesti robotici che si danno battaglia in una sorta di evoluzione molto più cruenta del basket , Zradko va pazzo per quello sport, pur non potendolo praticare perchè non si è mai voluto sottoporre a operazione di sostituzione agli arti, il suo pensiero si focalizza sulla bella vittoria della sera scorsa della sua squadra preferita, i Detroit Iscariot.

Con questi pensieri nella testa riesce a passare indenne la figura gigantesca di Yelena. Al momento è in completo controllo anche perchè il suo ricevitore wifi si allaccia alla rete di Hooper che da il segnale di spegnimento di qualsiasi  “ok il più è fatto”. Si gira un attimo a guardare l’ologramma di Yelena “certo che ti sei lasciato scappare la donna della tua vita, brutto imbecille”. Non c’è tempo per questo tipo di pensieri però, meglio finire il lavoro. In men che non si dica arriva da Hooper . Si ferma un attimo prima di toccare la porta, anche se confuso si rende conto di non sentire la solita dub proveniente dall’ufficio di Hooper. “Questa cosa non mi piace per nulla”. Per sicurezza toglie i chip dal vano posizionato dietro l’orecchio destro, lui da trasportatore ha un vano che gli permette di portarne fino a 6. A quel punto tutta la realtà intorno a sé si fa molto più chiara, “ah allora qualche effetto me lo stavano ancora dando, ho rischiato grosso a girarmi, non è stata una bella idea caro il mio Zradko” si allontana  leggermente dalla porta e si acquatta dentro un’insenatura lungo il muro del corridoio.
“Qui la situazione mi pare un po’ più complicata del previsto” pensa digitando il numero di Hooper sullo schermo apparso sotto il suo bracciale al polso destro “Squilla” lo sente anche da fuori, poco dopo sente che la telefonata è stata staccata e sente provenire dall’ufficio voci sommesse e rumore di passi “beh non male questo incrementatore sonoro, meno male ci ho buttato i soldi degli ultimi due lavori”. Deve agire in fretta i tipi dentro sanno chi è e probabilmente lo aspettano.
“Al diavolo sapete cosa? Mondo di merda, lavoro di merda, stavolta me la squaglio”. Pensato questo si avvicina piano alla porta lascia i chip senza entrare e se ne va. “Visto che per stavolta me la sono cavata forse per un po’ sarà meglio che sparisca, prima però voglio dire quello che penso ad una persona”.
Esce dal caseggiato e si dirige verso il Rolling Stone.

Giulio Pieroni

 

 

Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution

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L’estate più bella della mia vita si avverò per una serie di circostanze che col senno di poi non esiterei a definire apocalittiche. Al tempo però non potevo saperlo. Avevo quindici anni e non ero stato al mondo abbastanza per capire quali sarebbero state le conseguenze di quelle decisioni che venivano prese sopra la mia testa. Erano cose di adulti. Giovavo ancora di una giovanile spensieratezza che si incrinava solamente quando lo sguardo dei miei genitori si incupiva improvvisamente nell’ascoltare le notizie del telegiornale. Ripensando adesso a come potessero sentirsi, non posso che provare compassione. Vivevano in un equilibrio precario, barcamenandosi tra un lavoro e l’altro, cercando di racimolare quanto basta per garantirmi un’esistenza dignitosa, e dovevano pure farsi carico della salvezza del pianeta. Ci riuscirono solo in parte: di sicuro non posso dire di aver vissuto male quegli anni, o che mi fosse mancato qualcosa. D’altro canto la responsabilità di sanare il disastro ambientale causato dalle due generazioni precedenti non sarebbe dovuto ricadere sulle loro spalle. Era un’impresa impossibile in partenza. Destinata a fallire.

Quell’estate, nella mia memoria, si trova tra i due momenti che più segnarono la mia esistenza. Il secondo è un evento piccolo, personale, che ha impattato su poche vite oltre alla mia. Accadde in autunno, un paio di giorni prima di Halloween. Ci guardammo per l’ultima volta attraverso due vetri, io ero nella mia stanza seduto alla finestra, lei sul sedile di quell’auto presa a noleggio che l’avrebbe portata così lontano dal nostro universo. Il primo invece è qualcosa di grosso, molto più grande di me, di noi, dei nostri genitori, del nostro quartiere. Una cosa da libri di storia. Era primavera quando il governo decise di proibire l’utilizzo di tutti i mezzi che non rispettassero elevatissimi standard ecologici, nella vana speranza di ridurre, così facendo, le emissioni di gas serra e arrestare di conseguenza il riscaldamento globale. Inutile dire che furono i miei genitori, e tutti quelli che come loro vivevano all’orlo più esterno della città e che un’auto nuova non se la potevano permettere, che pagarono il prezzo più salato.

Cominciò in anticipo di quasi due settimane quell’estate. La scuola non poteva permettersi un nuovo bus in regola con la nuova legge vigente. I nostri genitori furono costretti a recarsi al lavoro in bici, uscivano di casa all’alba e tornavano la sera tardi. E noi non avevamo poi tutta quella volontà di pedalare per chilometri per seguire gli ultimi giorni di lezione dell’anno stretti e sudati in quell’aula fatiscente con le finestre rivolte a sud. Non avevamo mai parlato più di tanto prima di allora. Ma abitavamo vicino, prendevamo lo scuolabus assieme, ed inevitabilmente diventammo complici. Nelle ore più calde, ci rintanavamo a casa sua, accendevamo il vecchio portatile di sua madre e ascoltavamo la sua collezione di mp3. In tre mesi non riuscimmo ad ascoltarla tutta. Quando l’aria diventava appena tollerabile inforcavamo le nostre biciclette e diventavamo i padroni incontrastati della strada. Inizialmente vagavamo senza meta per il quartiere. Poi il nostro errare, senza una vera volontà, prese una direzione più o meno precisa. Fuori. Ogni giorno era un nuovo tentativo di spingerci più lontano. Fino a quando non decretammo il nostro limite ultimo. In un punto apparentemente imprecisato di una strada di cui non scorgevamo la fine, sempre macchiata da una pozzanghera all’orizzonte, ci fermammo. Ci sedemmo sulla terra che si trasformava in sabbia sotto il nostro peso, in mezzo alle colture arse dal sole. Mi raccontò di una cosa che aveva sentito in uno di quei programmi di divulgazione scientifica che davano in prima serata. L’orizzonte dell’universo visibile. Da quello che capii, il discorso era all’incirca questo: la luce viaggia ad una certa velocità e l’universo ha una certa età, moltiplicando queste due quantità si ottiene la distanza ultima che possiamo osservare. Le cose più lontane ancora non hanno avuto il tempo di rivelarcisi. Mi disse che il luogo in cui eravamo seduti era un po’ il nostro orizzonte visibile. Quel punto era definito dalla moltiplicazione della nostra velocità e dell’ora di cena per cui dovevamo assolutamente tornare a casa. Magari qualcuno pedalava verso di noi, ma non abbastanza velocemente per incrociarci. Qualcuno da un universo a noi precluso, fuori dal nostro orizzonte. Lei aveva una passione per la scienza. Io volevo scrivere poesie. Gliene feci leggere una. Sarà stato metà agosto. Eravamo seduti sul letto ghiaioso del fiume in secca. Mi bocciò con una sonora risata, scevra da qualsiasi malizia. Convenni che sì, non faceva per me. La realtà era che non avevo una vera passione per la poesia. Ci avevo provato perché volevo impressionarla. Mi resi però conto che quella era la mia vera intenzione solo quando ci scambiammo il primo bacio imbranato all’ombra di un cavalcavia. Fu anche l’ultimo.

L’autunno arrivò senza preavviso. Sarebbe stato impossibile accorgersene se non fosse che ricominciò la scuola. Avevamo uno scuolabus nuovo che le nostre famiglie avevano in parte pagato facendo una colletta. Un pomeriggio, scesi alla fermata, si fermò invece di incamminarsi verso casa. Beh? Che c’è? Chiesi. Nel frattempo il mio cuore batteva forte nella speranza mi dicesse quello che speravo mi sussurrasse sotto quel cavalcavia. Invece. Tra qualche settimana ci trasferiamo. Non disse dove. Era implicito però che fosse un altro universo. Mia madre ha trovato un lavoro. Le hanno fatto un contratto di tre anni. Si giustificò. Buon per lei. Provai ad essere felice per lei. Senza successo. E non dissi nient’altro.

La mattina prima che partissero, era una domenica, venne a casa mia. Parlammo per un po’. Ci promettemmo di rimanere in contatto, su facebook o per mail. Poi tirò fuori dalla tasca una chiavetta usb. C’è la musica di mia mamma, se vuoi finire di ascoltarla. Sua madre aveva affittato una macchina in regola e l’avevano caricata il più possibile con le loro cose. Quello che non erano riuscite a far stare l’avevano lasciato nella casa. Non potevano permettersi di portare tutto con sé. Nessuno ormai si trasferiva con tutti i propri averi. Le case, che quelli come i nostri genitori potevano permettersi, venivano già arredate e ancora intrise della presenza di ci aveva vissuto prima. Le avevo osservate dalla mia stanza mentre dal portatile ascoltavo gli mp3 che mi aveva passato. Ci guardammo un’ultima volta, divisi da due vetri. Poi partì e quando la macchina svoltò alla fine della strada, scomparendo dal mio orizzonte visibile, l’estate finì.

Dislocated relocations
Bermuda Triangle to us

Pietro Liuzzo Scorpo

Fuori dai radar con Noga Erez

Noga Erez è un nome che vi conviene mettere nella lista delle artiste da seguire, vi presentiamo il suo nuovo singolo e dai primi suoni capirete il potenziale dell’israeliana.

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Kendrick Lamar – DAMN

Data di Uscita: 14/04/2017
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Ti ricordi quando eravamo sani di mente?

Ora che sono andato completamente, ora che sono talmente lucido da essere fritto, sono qui a fare elucubrazioni filosofiche sulla canzone DNA di Kendrick Lamar, senza arrivare a una conclusione soddisfacente. È un fatalismo reale o sarcastico? È un determinismo nero e disperato – e allo stesso tempo edonista e sbruffone – o è un anti-determinismo geniale e ironico? Ma soprattutto, mi sto facendo davvero queste domande? Conta davvero? O conta di più che qualcuno dia ancora valore alla parola cantata, al metro, sparando come una mitragliatrice sui battiti di una base? Faccio ancora domande da idiota bianco. Il problema è che non so essere altro, forse.

Ricordo quella frase di Kafka «il mutismo è attributo della perfezione» e non smetto di pensare da infardellato vitruviano, anche se in realtà non sono un classicista; il pensiero di Kafka fluttua nella mia mente per un motivo: chi si lamenta della vanità, delle cazzate, non dovrebbe allontanarsi da esse e stare nel suo terreno? Ma forse c’è qualcosa che mi sfugge.

Volevo scrivere un altro racconto ambientato in una metropoli, ma poi ho pensato che era un po’ meno disonesto non farlo, e sono rimasto su questa linea di indecisione che mi sta portando verso una boa arancione che prima mi sembrava lontanissima.

 

Chi è così ipocrita da poter affermare di non aver mai sognato – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – di essere così indecentemente ricco da poter comprare qualsiasi cosa, qualsiasi persona, convinto – anche solo per un vergognoso, fantastico attimo – che qualunque cosa e qualunque persona possa essere comprata, che sia con la promessa di denaro, di piacere o di fama? Io ammetto di averlo pensato diverse volte. Sempre con un fondo di lealtà che però sembrava sempre più lontano e fondo.

Un’altra libertà alla quale vorrei arrivare – in questo caso ci penso molto più spesso – è quella di liberarmi dalla stessa libertà ed essere assoluto, vale a dire, etimologicamente, sciolto: sciolto da quest’obbligo insopportabile di dover essere libero, avvinghiandomi ai miei vincoli che mi farebbero godere come nient’altro; libero di poter modificare il linguaggio, il pensiero, la lingua, incasellando le parole, neologismi o vecchie cariatidi che siano, nel mio mosaico personale; libero di andarmene quando un gruppo di lamentosi studenti passa dall’argomento “non avere soldi” a quello “vado in vacanza in un’isola greca” – del cazzo, aggiungerei io – non accorgendosi di essere degli stereotipi ambulanti, con un imbuto gnoseologico ficcatogli in bocca da ragazzini da genitori troppo stupidi o da libri imposti o autoimposti dai quali non si sono saputi liberare.

Vorrei subordinare o coordinare fino alla morte, vorrei saper rappare da Dio come un afroamericano che usa termini politicamente scorretti che io non posso usare sennò la stronza di turno, inconsapevolmente perbenista e moralista, storce il naso e mi accusa di qualche –ismo a caso, sentendosi di colpo ripulitrice del mondo.

Il sottofondo a tutte queste stronzate che ho scritto – ribadendo la domanda iniziale – è che a prescindere da quello che dice, dagli infami significanti, Lamar spacca, con la sua musica e il suo canto e le sue rime, con la sua vita senza indugi, senza paura di dire le cose, senza paura di essere giudicato male, di essere inadeguato, di sembrare volgare, di sembrare stupido, di essere deriso, di essere ripreso. Forse lui è davvero libero, se questa parola ha ancora un minimo di senso.

 

Marco Di Memmo

VRCVS – VRCVS

Data di Uscita: 22/04/2017

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“Guarda come è bello, io sto fuori”

Ricordo così bene i racconti del mio bisnonno, perché parlava di un presente che non esiste più o forse solo perché diceva sempre le stesse cose: “la terra non era solo verde e blu, c’era il grigio”; “non si viveva guardando il cielo ma l’orologio”; “c’era la noia e il contatto con la natura era minimo”.

Quando morì, pensai che avrei dimenticato le sue parole, quanto mi sbagliavo! Probabilmente crescendo si rimpiange ciò che da piccoli si detesta. Mi infastidivo quando attaccava con quei discorsi su come viveva lui e sul fatto che c’era “la globalizzazione”, che “ciascuno aveva la sua casa” e poi nel mezzo del discorso c’erano tutti quei termini strani: “accendigas”; “termosifone”; fantomatiche “prese elettriche”. Una pazzia! La terra è il mio mondo, gli dicevo, non siamo più confinati in piccoli spazi ad uso personale come facevi tu, gli ripetevo. Da sempre vivo seguendo il caldo, migrando con il mio gruppo: la mia nuova famiglia.

“Nelle strade vuote sento ridere, 
sento forze che mi spingono”

Oggi, all’improvviso, ho ricordato il viso di mio nonno. Aveva perso i suoi contorni e nella mia testa era null’altro che una voce. L’ho visualizzato accanto a me, che mi guardava ammiccante mentre mi imbattevo in una di quelle abitazioni familiari di cui mi parlava sempre, sì mi sembra che le chiamasse proprio così, “abitazioni familiari”. Tutt’attorno c’è una vegetazione fittissima che ha creato come un guscio protettivo: un segreto celato agli occhi e ai sensi di noi camminatori. Avrei fatto bene ad avvertire gli altri e invece sono entrato da solo, mentre ero in perlustrazione e raccolta come ogni giorno. Ma non ho trovato frutta o animali da braccare, questa volta. Una risata mi ha attirato dentro, sapevo di non essere solo, eppure…

“Tu mi uccidi come se non fosse niente”

Mi ha assalito alle spalle e mentre ero svenuto mi ha bloccato su una seduta strana, l’ha chiamata “sgabello”. Ogni giorno mi anestetizza con infusi verdognoli e mi toglie pezzi di pelle per nutrirsi. Sono dentro a questo ambiente mai visto, che ha dei colori e delle forme a cui non so dare un nome. Non so nemmeno se è il dolore a farmi vivere questa esperienza oppure se si tratta della realtà. Il mio carnefice ha una corporatura robusta, è adulto e sembra districarsi così bene in mezzo ad oggetti variopinti ed assurdi. Ha familiarità con un mondo che non è mai stato il mio. Che vi siano nascoste altre persone come lui? Altri individui che conoscono gli antefatti del passato? Impossibile!

“Io non sono niente”

Sto scomparendo, giorno dopo giorno, in un luogo senza cielo.

 

Maurizio Narciso

AL-90 – Cheremushki Groove

Data di Uscita 20/02/2017

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Mi vogliono spedire di nuovo a Murmansk, e tu mi guardi con quella faccia incredula di chi vive in un mondo parallelo al mio, senza possibilità di comunicazione.

“Che cazzo ci si va a fare a Murmansk?”, e via ad inanellare i più beceri e insulsi stereotipi: il grigio melmoso delle pozzanghere, l’isolamento dell’estremo Nord, il (post) comunismo, i russi ubriachi.

Non ti ho mai raccontato del caseggiato basso e dei colori totalmente saturati, della luce assurda e del tempo che ondeggiava tra presente e anni ’90. C’era una pulsione vitale che solo i Paesi dell’Est conoscono. Stavolta mi han promesso di vedere l’alba dal tetto di quel fabbricato, quando tutto il resto del mondo a quell’ora dorme sotto cieli scuri, un afterparty dai toni acidi e nostalgici e movimenti rallentati, un giro sul tagadà e una gara di skateboard con le felpe fino alle ginocchia, dei sorrisi caldi su pelli chiarissime, musica garage suonata tra i vagoni di treni merce.

E chi cazzo ha voglia di tornare a casa?

Federica Giaccani

Arca – Arca

Data di Uscita – 7/04/2017

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Sento levarsi il canto non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore a tre pale montato da un uomo che aveva la tendenza a fare lunghi sospiri interrotti.

Credo che il canto venga da un forno confinante con il soppalco in cui dormo. Il mio letto occupa tutto lo spazio. È un canto distante che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Sono sicura, però, che sia un canto e l’idea di ascoltarlo tutte le mattine, fa in modo che il mio sonno si riduca, ulteriormente, a un segmento spezzato, fatto di sabbia nel letto, pareti di lenzuola troppo calde, territori inesplorati glaciali, buio pesto, profondo come le cavità del corpo, e leggermente rossastro come l’interno di un bordello immaginato. Nonostante la luce si riduca poco a poco, anche con l’arrivo dell’alba, mi sembra di vedere la trasparenza della pelle dall’interno, come se fossi un essere piccolo e bollente, insinuatosi sotto la mia stessa epidermide, penetrato da un foro qualunque, da un orecchio forse insieme a quel canto, e potessi vedere quel che accade sotto gli occhi come finissime lenzuola, come se potessi vedere quel che accade quando scende una lacrima e non scivola via.

Se riesco a trovare le mani, perse da qualche parte sotto le lenzuola, porto il cuscino sopra la testa, perché il canto si avvicina, prego il soffitto di trattenerlo ancora un po’, prego il lucernario di farsi porta blindata perché non gli lasci invadere la stanza. Le mie preghiere hanno forma di un canto che potrebbe essere solo il rumore del tram e dei miagolii dei gatti randagi, e dei lamenti di qualcuno nell’edificio, lamenti o pianti, oppure urla di piacere mescolati insieme. Le lascio entrare dal lucernario aperto, spazzano via la sabbia della notte, cantano di quando la pelle si era fatta lenzuolo, trasparente, gonfia di aria, ed era volata via, dal lucernario aperto, come se seguisse il ritmo di un canto che sento non appena, barcollante e incerta, cammino fuori dai sogni nervosi che hanno seguito il moto del ventilatore, quello che aveva montato una volta quell’uomo, che mi aveva fatto piangere col suo canto.

firenze 2009

Giorgia Melillo