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Lusine – Sensorimotor

Data di Uscita: 3/03/2017

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      L’eleganza di un gesto lento, di una danza fermata nel suo istante di massima espressione scultorea, è una delle forme più elevate di bellezza. L’estasi è un momento di rallentamento del tempo, nella percezione assoluta dell’eleganza divina, della suprema armonia di tutto questo caos del quale non comprendiamo il senso e la direzione. Ricordo una volta in campagna, le colline ai miei piedi, le querce al centro dei campi a ricordare che qualsiasi cosa ha un centro – anche se impreciso – e ho impresso nella memoria sensitiva il momento mistico del sole tra le nuvole con i suoi raggi dal rosso crepuscolare, un attimo nel grembo – senza tempo e spazio – del divino. Solo ciò che è coperto, solo ciò che è protetto dal mistero può condurci a una dimensione superiore, può portarci via da questa superficie che ci rende cinici e infelici.
      L’essere umano è capace di estrarre bellezza da qualsiasi cosa, anche dalla freddezza dei circuiti elettrici, delle componenti tecnologiche dall’aspetto più grigio e insignificante. Nel corso dei millenni siamo passati dalla pelle tesa degli animali al computer, elevando sempre di più il nostro livello di sensibilità sonora, anche se l’appiattimento si è avverato ugualmente. Dalle piramidi ai grattacieli, dall’argilla al grafene, abbiamo sempre sentito l’esigenza di avere qualcosa che ci rendesse vivi, qualcosa di bello e di potente, di libero, anche se i valori della sicurezza e della popolarità stanno minando tutto. Siamo scesi dagli alberi spinti dal bisogno, ma dentro di noi abbiamo sempre sentito una libertà selvaggia, feroce, che ci scuoteva la carne come una frusta di fulmini, in un’inquietudine che va oltre il piacere convenzionale di essere considerati dagli altri e di vivere una vita tranquilla.
      Vorrei che ogni essere umano ricordasse la nostra vicinanza alla violenta perfezione della tigre, che ci si accorgesse quando la propria coda di pavone fosse larga e lucente, fino a ridere di sé stesso, di quanto sia tutto così breve, stupido ed eccezionale – laddove l’eccezione è l’esistenza, a fronte delle infinite possibilità di non esistere –.
      Voglio entrare nella stanza dell’orrore e abbracciare, con le lacrime abbandonate alla gravità, tutto il male da affrontare nella vita, i traumi, le brutte persone, la malattia, la fiducia tradita, la mediocrità, le bassezze, le delusioni e la morte, quella altrui come la nostra. Voglio non aver paura più di niente, voglio essere padrone di me così come lo sono della musica, in base alla mia conoscenza, in base alla mia esperienza, in base alla mia volontà, cercando di non portare dolore a nessuno, per quanto possa essere umanamente possibile. Voglio smettere di avere paura della vita, del giudizio degli altri – che arriva comunque, nonostante gli sforzi di piacere e di essere approvati –, del mio giudizio, di quello che potrebbe accadere, dei probabili effetti, la paura dei quali blocca tutte le azioni che potrebbero essere della cause. Voglio essere libero, sentirmi libero, sapermi libero, per godere della suprema libertà di rinunciare alla libertà stessa.

Marco Di Memmo

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