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Nathan Fake – Providence

Data di Uscita: 10/03/2017

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Sotto il segno della luna nuova, aspetto che cali la musica che sale, arrampicandosi su per le finestre spalancate, su ancora, superando una ad una le assi delle persiane, cercando e occupando tutto lo spazio vuoto disponibile.

Abito in un caseggiato esposto alla luce diretta di un faro direzionale a potenza massima, leggermente azzurrognolo, che regala alla mia stanza da bagno, e a quella da letto attigua, una coloritura marina, da più di vent’anni. La luce che penetra senza ostacolo di sorta, invece di ristagnare negli anfratti, e nelle fughe palleggia ariosa e immensa tra le pareti a specchio del caseggiato di fronte, un posto di cui posso solo immaginare la forma, perché non l’ho mai visto. È rimasto sempre nascosto dietro una barriera di flash.

Qualche volta capita che veda passare in strada stormi di bellissime donne che vengono e vanno come le onde del mare, ma la luce dei flash, e la musica assordante mi impediscono di verificarne la reale esistenza, le mie urla di richiamo vengono soffocate da certi suoni acidi e altissimi, come di una chitarra cui vengano strappate le corde, e che si lamenti, metallica. Talvolta ho colto una donna, con una canna da pesca, ma ho potuto vedere solo carne bianca, accecante, e occhi che erano punti di illuminazione al neon. Non ne ricordo nemmeno, forse perché non ho potuto ascoltarlo, il tono su cui viaggiava la prosodia delle loro voci. Ricordo che non mi è spiaciuto lasciarle andare.

Un giorno è successo, non saprei dire quando, né se piovesse forte, che ho lasciato calare lo sguardo su di uno sciame nutrito, promettente, forse chiassoso chissà, e ho visto qualcuno che se ne allontanava rapidamente, e che aveva una pelle ambrata, assolutamente di miele, in mezzo a quella lama di luce. In breve era stata un’esplosione come di petardi e di asteroidi, una serie di colpi seguiti al buio e al silenzio, e per la prima volta la musica s’era spenta, e luci direzionali si erano dirette altrove. Avevo visto una donna ferma, tra i prati a macchie, e la pioggia, e i colori che erano sfere, e

rotolavano fino ai bulbi oculari, che erano miei, e li sentivo lavorare, e riconoscere, forse per la prima volta, e la donna ferma tra i prati a macchie emetteva il suono che avevo sempre immaginato dovesse essere proprio delle correnti di nuvole quando si spostano, una cosa che era velluto fatto di aria e pioggia, e aveva i capelli che forse potevano dirsi l’unica cosa veramente felice al mondo, perché rotolavano su di lei, vestendola di luce, e ogni particella della sua carne di miele si offriva all’occhio ed era il suono più dolce che sentissi da anni, così dolce che dovetti chiudere le persiane, rintanarmi al buio, impedirgli di entrare.

Giorgia Melillo

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