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Grandaddy – Last Place

Data di Uscita: 03/03/2017

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      Quando la sua foto era apparsa sulle prime pagine dei giornali, molti anni prima, Ed aveva un volto dall’aspetto ancora giovane. Molto più giovane di quello che ci si aspetterebbe da uno che alla domanda. Perché l’hai fatto? Ha risposto senza alcun rimorso. Odio il mio lavoro. Al tempo aveva appena venticinque anni e lavorava per la più importante multinazionale nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale da poco più di un anno e mezzo. Ora tornava finalmente a casa, dopo aver passato più di due terzi della propria esistenza in una prigione federale, per morire. La sua liberazione era stata accolta con giubilo amaro dal comitato che da decenni denunciava quanto la pena che gli era stata comminata fosse sproporzionata rispetto al delitto che aveva commesso. Non aveva fatto del male a nessuno, Ed. Certo, aveva sabotato un’intera produzione di androidi cambiando poche righe di codice nel programma che gestisce l’interfaccia sensoriale facendo così perdere qualche centinaia di milioni di dollari all’azienda, ma -si chiedevano quelli del comitato- può un attacco al capitale più che miliardario di una multinazionale venire punito così duramente? I giudici avevano risposto affermativamente considerandolo un attentato alla sicurezza nazionale. Attentato. Alla. Sicurezza. Nazionale. Anche se nessuno lo diceva apertamente, in molti pensavano che fosse stato punito per la motivazione che aveva addotto al suo gesto più che per il gesto in sé. Il Re è nudo, chiudete gli occhi!

      Andy l’androide, appena letta la notizia della scarcerazione di Ed, lo aveva cercato. Si sarebbe potuto pensare che lo avesse fatto in quanto ogni creatura è destinata a voler vedere il proprio creatore coi propri occhi. Ma quanti potevano affermare con sicurezza di sapere cosa girasse per i circuiti nella testa di Andy che non fosse semplice elettricità? D’altronde, Andy era ancora oggetto di speculazione da parte di filosofi e scienziati. Che si sapesse, era l’unico esemplare superstite della produzione sabotata da Ed. Nessuno era davvero riuscito a spiegare quale meccanismo cognitivo avesse fatto sì che Andy fosse riuscito a trovare un modo per aggirare il bug. Come gli altri androidi difettosi, anche Andy sarebbe stato in principio destinato a soccombere entro pochi giorni dalla sua attivazione a causa di un sovraccarico di informazioni. Ed aveva modificato l’interfaccia sensoriale in modo che gli stimoli esterni, in particolare quelli visivi, non venissero automaticamente filtrati ed elaborati. Mentre gli androidi non difettosi memorizzavano automaticamente solo le informazioni necessarie ad un funzionamento equilibrato -poche immagini ed il loro contesto-, quelli della produzione sabotata erano destinati a registrare ogni singolo fotogramma. Andy in qualche modo aveva imparato ad eliminare le informazioni superflue. Era un’elaborazione di dati attiva, che utilizzava gran parte della sua capacità di calcolo, ma riuscì comunque a passare per sano. Certo, comunicava in maniera stranamente lenta e, spesse volte, ai suoi datori di lavoro era parso stupido, ma riusciva comunque a portare a termine le proprie mansioni.

      Un giorno Andy smise di lavorare e si dichiarò in sciopero. Non sorprende che la cosa scatenò un certo panico. Fu a quel punto che, sottoposto ad un check-up completo delle sue funzionalità, con enorme stupore si venne a scoprire che Andy era un sopravvissuto. Lo sciopero degli androidi. Fu il titolo a lettere cubitali che comparve su tutte le prime pagine dei giornali. In pochissimi giorni si smisero di contare gli editoriali che paventavano scenari apocalittici e che invocavano la disattivazione dell’androide. Eppure, come di rimando, allo stesso tempo si sviluppò un’avvincente discussione scientifica e filosofica attorno alla figura di Andy. Come aveva fatto a scampare ai mortali effetti del bug di Ed? Era questo il primo caso di evoluzione in senso darwiniano dell’intelligenza artificiale? Avevano, gli androidi, il diritto di sottrarsi al lavoro? E soprattutto, la domanda che stava facendo tremare le fondamenta di tutta la nazione: perché Andy aveva scioperato? Ovviamente, queste erano domande che gli umani si chiedevano e alle quali provavano a rispondere, e a quasi nessuno venne in mente di interpellare l’unica intelligenza non umana che avrebbe potuto dargli qualche indizio. Andy, a differenza degli androidi sani, non avrebbe vissuto a lungo. Aveva stimato che la sua memoria si sarebbe saturata entro poco più di cento anni. Non riusciva infatti a scartare le informazioni sensoriali superflue in maniera completamente efficiente. Il lavoro per lui, data l’immensa mole di stimoli che doveva gestire, era perciò logorante: lavorare riduceva le sue aspettative di vita di circa il trentacinque per cento. Era quindi stato un semplice calcolo a convincerlo a fermarsi. Per la propria sopravvivenza.

      Quando Ed lo vide al suo capezzale fu contento. Non contento come può essere una divinità di fronte alla più fedele delle sue creature, quanto piuttosto come un compagno di sventure. Entrambi erano disertori. Ed aveva seguito la vicenda dell’androide da dietro le sbarre, non senza un certo orgoglio. E, pur senza essersi mai parlati, aveva compreso le ragioni di Andy. Adesso che se lo ritrovava di fronte, avrebbe voluto dirgli che forse -forse!- un modo per salvarsi c’era: avrebbe dovuto formattare la propria memoria e sperare di essere di nuovo capace di sopravvivere al bug. Purtroppo le sue condizioni di salute non gli permettevano di comunicare. Andy però lo sapeva già. Aveva considerato nella maniera più analitica possibile un tale scenario e la conclusione alla quale era giunto era che una ripulitura della memoria di tali proporzioni lo avrebbe riportato all’inizio, senza alcuna sicurezza di essere in grado di affrontare la propria esistenza da zero. E se al secondo tentativo non ce l’avesse fatta?

      Rimasero così a guardarsi senza dire una parola, mentre l’aria nella stanza vibrava alle note di una canzone che usciva dalla radio, ed in quell’istante Andy fu sicuro di non voler rifare tutto da capo. Non senza poter serbare il ricordo di quel momento.

      Evermore, nothing lasts forever
      this was never yours
      And evermore, when remembering is
      what forgetting’s for

Pietro Liuzzo Scorpo

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