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Archive for marzo, 2017

Kelly Lee Owens – Kelly Lee Owens

Data di Uscita: 24/03/2017

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Correndo esco dal bosco, inseguito da me stesso, con le braccia piene di graffi, con la schiena dolorante, con un’orda di pensieri la cui angoscia è il dispositivo urlante della mia intelligenza, infuocata, stavolta, dalla selvaggia emergenza che mi morde in questa minuta e folle foresta. Quello che mi insegue, bestiale me stesso, prende le forme di diverse fiere: cinghiale dalla ruvida e veloce corsa; piccola e spaventosa lepre; giovane cervo; orribile tasso.

Dopo aver seminato il mio nemico mi fermo nell’alto e ondeggiante grano verde d’aprile e mangio qualche asparago crudo appena raccolto – è da pochi anni che li mangio anche crudi, ancora più forti e selvatici – e mi rendo conto che quella bestia forse non mi inseguiva ma stava scappando a sua volta da qualcuno o da qualcosa, anche se, nello scappare, poteva ugualmente ferirmi o forse uccidermi.

Continuo il mio cammino inerpicandomi nella folta e chiusa vegetazione, scoprendo camere segrete, ventricoli nascosti nello schizofrenico cuore della natura. Trovo un passaggio segreto, pericoloso e affascinante, che mi conduce dall’alto di una roccia fino al centro di un campo aperto. Ormai è quasi sera e il cielo mi dice di tornare a casa.

Alzo prima il piede sinistro e poi quello destro, dopodiché mi metto parallelo al terreno, steso sulla pancia, su un letto di pura aria, e mi elevo di un altro paio di metri, fino a riuscire a spostarmi col mio stesso volo.

Plano a bassa quota su un altro campo di grano, in mezzo a un uliveto, in un campo di fave, tra mandorli profumati, spostandomi sopra frane e fiori, tra carcasse di aratri, risalgo su una strada brecciata e malmessa, mantenendo il tramonto alla mia sinistra, distorto dalla conturbante presenza delle pale eoliche, fino ad arrivare alla prosaica automobile che mi riporterà a casa.

Entro nella stanza della mia mente e sposto un po’ di ricordi per farmi spazio; prendo a calci pezzi di ego che restano attaccati al pavimento e poggio il polpastrello dell’indice destro su un tasto sopra il quale è disegnato un triangolo con la punta che va in direzione del lato destro – mi ricordo d’improvviso che questo è il simbolo play, che in questo caso deve avere connotazioni un po’ più profonde – e questa mia azione dà vita a un suono ritmato e ligneo, vagamente morbido, tiepido, con intervalli di bassi che aumentano il desiderio di muoversi.

Una voce femminile inizia a cantare e io con movimenti leggeri, rimanendo sul posto, inizio a ballare, spostando leggermente le mie ginocchia, le spalle e il collo. Chiudendo gli occhi rivedo quel cinghiale correre e poi non vedo più niente, perché il volume dei miei pensieri, del mio linguaggio e di conseguenza del mio mondo si abbassa quasi fino a essere impercettibile: dalla foresta a un sintetizzatore è passata la mia tensione mistica, un filo di corrente esoterica che collega gli alberi e le belve ai circuiti e al silicio di apparecchi artificiali.

E riecheggiano nella mia volontà due versi di T.S. Eliot:

Do I dare
Disturb the universe?

 

Marco Di Memmo

 

Lusine – Sensorimotor

Data di Uscita: 3/03/2017

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      L’eleganza di un gesto lento, di una danza fermata nel suo istante di massima espressione scultorea, è una delle forme più elevate di bellezza. L’estasi è un momento di rallentamento del tempo, nella percezione assoluta dell’eleganza divina, della suprema armonia di tutto questo caos del quale non comprendiamo il senso e la direzione. Ricordo una volta in campagna, le colline ai miei piedi, le querce al centro dei campi a ricordare che qualsiasi cosa ha un centro – anche se impreciso – e ho impresso nella memoria sensitiva il momento mistico del sole tra le nuvole con i suoi raggi dal rosso crepuscolare, un attimo nel grembo – senza tempo e spazio – del divino. Solo ciò che è coperto, solo ciò che è protetto dal mistero può condurci a una dimensione superiore, può portarci via da questa superficie che ci rende cinici e infelici.
      L’essere umano è capace di estrarre bellezza da qualsiasi cosa, anche dalla freddezza dei circuiti elettrici, delle componenti tecnologiche dall’aspetto più grigio e insignificante. Nel corso dei millenni siamo passati dalla pelle tesa degli animali al computer, elevando sempre di più il nostro livello di sensibilità sonora, anche se l’appiattimento si è avverato ugualmente. Dalle piramidi ai grattacieli, dall’argilla al grafene, abbiamo sempre sentito l’esigenza di avere qualcosa che ci rendesse vivi, qualcosa di bello e di potente, di libero, anche se i valori della sicurezza e della popolarità stanno minando tutto. Siamo scesi dagli alberi spinti dal bisogno, ma dentro di noi abbiamo sempre sentito una libertà selvaggia, feroce, che ci scuoteva la carne come una frusta di fulmini, in un’inquietudine che va oltre il piacere convenzionale di essere considerati dagli altri e di vivere una vita tranquilla.
      Vorrei che ogni essere umano ricordasse la nostra vicinanza alla violenta perfezione della tigre, che ci si accorgesse quando la propria coda di pavone fosse larga e lucente, fino a ridere di sé stesso, di quanto sia tutto così breve, stupido ed eccezionale – laddove l’eccezione è l’esistenza, a fronte delle infinite possibilità di non esistere –.
      Voglio entrare nella stanza dell’orrore e abbracciare, con le lacrime abbandonate alla gravità, tutto il male da affrontare nella vita, i traumi, le brutte persone, la malattia, la fiducia tradita, la mediocrità, le bassezze, le delusioni e la morte, quella altrui come la nostra. Voglio non aver paura più di niente, voglio essere padrone di me così come lo sono della musica, in base alla mia conoscenza, in base alla mia esperienza, in base alla mia volontà, cercando di non portare dolore a nessuno, per quanto possa essere umanamente possibile. Voglio smettere di avere paura della vita, del giudizio degli altri – che arriva comunque, nonostante gli sforzi di piacere e di essere approvati –, del mio giudizio, di quello che potrebbe accadere, dei probabili effetti, la paura dei quali blocca tutte le azioni che potrebbero essere della cause. Voglio essere libero, sentirmi libero, sapermi libero, per godere della suprema libertà di rinunciare alla libertà stessa.

Marco Di Memmo

Nnamdi Ogbonnaya – DROOL

Data di Uscita: 3/03/2017

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      I got music in my arsenal!

      Ci sono ancora persone che superata una certe età guardano i cartoni animati, e ne parlano appena possono con chiunque gli capiti a tiro. Spiegano la genesi dei personaggi, la vita segreta del regista e dei produttori, l’esatto momento in cui l’idea della puntata in questione ha preso vita, quando i soggetti sono passati dal bianco e nero ai colori, e in che giorno esatto è arrivata la svolta decisiva della trentaduesima stagione.
      La conversazione diventa sempre più imbarazzante quando dall’altra parte si inizia l’imitazione dei vari protagonisti, le voci cambiano di tono e la comunicazione prende una piega surreale.  Non ci resta che salutare e allungare il passo più velocemente possibile, con la speranza di non rivedersi mai più.

      This man is a musical weirdo genius!

      Fondamentalmente se la tua origine è Chicago ci sono buone possibilità che tu sia bravo a suonare ogni strumento possibile e immaginabile, un determinismo geografico che in qualche modo riporta ad un fenomeno del passato dove in quelle terre è stato distribuito un talento smisurato. Puoi perdere tranquillamente il tuo tempo nel deep web, provando a comprare droga e a vendere suoni che nessuno vuole ascoltare con attenzione, ché l’attenzione è merce rara, eppure qualcuno si accorgerà di te. Le nicchie si espandono, conquistano spazio vitale, anche se la nostra mente pensa ad un suono globalmente riconosciuto. Nello stesso modo in cui crediamo ai cartoni animati come strumenti totalitari per comprendere il mondo.

      Hot damn the rhythm and synths on these tracks are out of this world!

      L’erba, e le risate indotte con il tempo che scorre velocissimo, ore su ore incollati allo schermo per rivedere delle ricercatissime serie di cartoni animati, spulciati con una cura al limite della paranoia. La scelta abbonda, è complesso trovare qualcosa di sinceramente convincente, e allora lo scavare diventa faticoso, ma i tesori scovati ribaltano la sensazione di spossatezza in purissima euforia, tra pezzi di pizza freddi, patatine e barrette di cioccolato quasi scadute.

      Easily the best new album I’ve heard all year.

      Mai compiere l’errore di richiudersi su se stessi, mai credere che non serva a nulla parlare di cartoni animati con qualsiasi persona, trovata per strada, seduta accanto a noi sul bus, intenta a leggere il giornale in un bar o a fuggire dopo aver ascoltato la prima imitazione. Aprire la conversazione con la voce trasfigurata della scena vista ieri notte, quando tra le risate generali ci si chiedeva che tipo di acidi ha utilizzato il regista, è l’unica soluzione per salvare il mondo dalla guerra. Convincersi che ci sia spazio per noi è decisivo.

      Nnamdi can fuck my bitch anytime

 

Alessandro Ferri

Paolo Benvegnù – H3+

Data di Uscita: 03/03/2017

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A nuova vita
All’entusiasmo dei secondi
Ai limiti dei sensi
Alla deriva

Che bello il mondo visto da quassù!

Appena fa buio si torna a casa con la nostra enorme navicella spaziale a forma di serpente; durante l’atterraggio non possiamo usare gli ascensori e una volta ripresa posizione nel quartiere si va di corsa a cena. Di corsa, per non far arrabbiare la mamma.

Il nostro doppio corridoio interno è lunghissimo, non si vede la fine e ogni dieci metri c’è un portone a destra e uno a sinistra; nel mezzo è bucato e si può guardare il cielo ma non sporgersi giù, “sennò poi ti fai male e papà si arrabbia”. Il nostro appartamento è nella nona galleria di largo tabacchi, porta 917.

Tutto è luce”, continuano a ripetere i miei amici quando siamo all’ultimo piano dell’infinito serpentone. Da qui si vede il sole ma non la fine del velivolo; ci sono i fili dove non stendiamo mai i panni, mille antenne che forse servono quando si vola e poi c’è una cuccia del cane, sempre vuota. Certe volte giochiamo a nascondino, oppure a guardie e ladri, ma solo nel nostro blocco. In realtà io ogni tanto mi sono infilato nel blocco successivo, o in quello precedente, infrangendo le regole, ma per farlo si deve passare per le lavanderie che puzzano di pipì.

Alla fine, giù in fondo, a migliaia di chilometri di distanza, ci sono i “motori a curvatura esistenziale” mi ha detto una volta Giulio, mio fratello più grande, ma io sono troppo piccino per capire queste cose. Goodbye Planet Earth Io dimentico, dimenticocontinua a cantare il fratellone; cosa voglia dire non lo so proprio.

Certe volte si sentono le sirene tutte intorno casa, “ma mai più nessuno sparo, quindi si vive tranquilli” o almeno così dice sempre Attilio, il barista che ci regala le caramelle gommose e le liquirizie a forma di rotella o di stecchino.

Certe altre volte le urla dei vicini ci svegliano, litigano sempre e c’è un grande battere di porte. Una volta ho sentito mamma e papà parlare di nascosto, tra le coperte, dicevano che io e i miei fratelli meritiamo una vita migliore, un posto che dia più opportunità.

Eppure io un posto più bello non so davvero immaginarlo.

corviale

 

Maurizio Narciso

 

Grandaddy – Last Place

Data di Uscita: 03/03/2017

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      Quando la sua foto era apparsa sulle prime pagine dei giornali, molti anni prima, Ed aveva un volto dall’aspetto ancora giovane. Molto più giovane di quello che ci si aspetterebbe da uno che alla domanda. Perché l’hai fatto? Ha risposto senza alcun rimorso. Odio il mio lavoro. Al tempo aveva appena venticinque anni e lavorava per la più importante multinazionale nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale da poco più di un anno e mezzo. Ora tornava finalmente a casa, dopo aver passato più di due terzi della propria esistenza in una prigione federale, per morire. La sua liberazione era stata accolta con giubilo amaro dal comitato che da decenni denunciava quanto la pena che gli era stata comminata fosse sproporzionata rispetto al delitto che aveva commesso. Non aveva fatto del male a nessuno, Ed. Certo, aveva sabotato un’intera produzione di androidi cambiando poche righe di codice nel programma che gestisce l’interfaccia sensoriale facendo così perdere qualche centinaia di milioni di dollari all’azienda, ma -si chiedevano quelli del comitato- può un attacco al capitale più che miliardario di una multinazionale venire punito così duramente? I giudici avevano risposto affermativamente considerandolo un attentato alla sicurezza nazionale. Attentato. Alla. Sicurezza. Nazionale. Anche se nessuno lo diceva apertamente, in molti pensavano che fosse stato punito per la motivazione che aveva addotto al suo gesto più che per il gesto in sé. Il Re è nudo, chiudete gli occhi!

      Andy l’androide, appena letta la notizia della scarcerazione di Ed, lo aveva cercato. Si sarebbe potuto pensare che lo avesse fatto in quanto ogni creatura è destinata a voler vedere il proprio creatore coi propri occhi. Ma quanti potevano affermare con sicurezza di sapere cosa girasse per i circuiti nella testa di Andy che non fosse semplice elettricità? D’altronde, Andy era ancora oggetto di speculazione da parte di filosofi e scienziati. Che si sapesse, era l’unico esemplare superstite della produzione sabotata da Ed. Nessuno era davvero riuscito a spiegare quale meccanismo cognitivo avesse fatto sì che Andy fosse riuscito a trovare un modo per aggirare il bug. Come gli altri androidi difettosi, anche Andy sarebbe stato in principio destinato a soccombere entro pochi giorni dalla sua attivazione a causa di un sovraccarico di informazioni. Ed aveva modificato l’interfaccia sensoriale in modo che gli stimoli esterni, in particolare quelli visivi, non venissero automaticamente filtrati ed elaborati. Mentre gli androidi non difettosi memorizzavano automaticamente solo le informazioni necessarie ad un funzionamento equilibrato -poche immagini ed il loro contesto-, quelli della produzione sabotata erano destinati a registrare ogni singolo fotogramma. Andy in qualche modo aveva imparato ad eliminare le informazioni superflue. Era un’elaborazione di dati attiva, che utilizzava gran parte della sua capacità di calcolo, ma riuscì comunque a passare per sano. Certo, comunicava in maniera stranamente lenta e, spesse volte, ai suoi datori di lavoro era parso stupido, ma riusciva comunque a portare a termine le proprie mansioni.

      Un giorno Andy smise di lavorare e si dichiarò in sciopero. Non sorprende che la cosa scatenò un certo panico. Fu a quel punto che, sottoposto ad un check-up completo delle sue funzionalità, con enorme stupore si venne a scoprire che Andy era un sopravvissuto. Lo sciopero degli androidi. Fu il titolo a lettere cubitali che comparve su tutte le prime pagine dei giornali. In pochissimi giorni si smisero di contare gli editoriali che paventavano scenari apocalittici e che invocavano la disattivazione dell’androide. Eppure, come di rimando, allo stesso tempo si sviluppò un’avvincente discussione scientifica e filosofica attorno alla figura di Andy. Come aveva fatto a scampare ai mortali effetti del bug di Ed? Era questo il primo caso di evoluzione in senso darwiniano dell’intelligenza artificiale? Avevano, gli androidi, il diritto di sottrarsi al lavoro? E soprattutto, la domanda che stava facendo tremare le fondamenta di tutta la nazione: perché Andy aveva scioperato? Ovviamente, queste erano domande che gli umani si chiedevano e alle quali provavano a rispondere, e a quasi nessuno venne in mente di interpellare l’unica intelligenza non umana che avrebbe potuto dargli qualche indizio. Andy, a differenza degli androidi sani, non avrebbe vissuto a lungo. Aveva stimato che la sua memoria si sarebbe saturata entro poco più di cento anni. Non riusciva infatti a scartare le informazioni sensoriali superflue in maniera completamente efficiente. Il lavoro per lui, data l’immensa mole di stimoli che doveva gestire, era perciò logorante: lavorare riduceva le sue aspettative di vita di circa il trentacinque per cento. Era quindi stato un semplice calcolo a convincerlo a fermarsi. Per la propria sopravvivenza.

      Quando Ed lo vide al suo capezzale fu contento. Non contento come può essere una divinità di fronte alla più fedele delle sue creature, quanto piuttosto come un compagno di sventure. Entrambi erano disertori. Ed aveva seguito la vicenda dell’androide da dietro le sbarre, non senza un certo orgoglio. E, pur senza essersi mai parlati, aveva compreso le ragioni di Andy. Adesso che se lo ritrovava di fronte, avrebbe voluto dirgli che forse -forse!- un modo per salvarsi c’era: avrebbe dovuto formattare la propria memoria e sperare di essere di nuovo capace di sopravvivere al bug. Purtroppo le sue condizioni di salute non gli permettevano di comunicare. Andy però lo sapeva già. Aveva considerato nella maniera più analitica possibile un tale scenario e la conclusione alla quale era giunto era che una ripulitura della memoria di tali proporzioni lo avrebbe riportato all’inizio, senza alcuna sicurezza di essere in grado di affrontare la propria esistenza da zero. E se al secondo tentativo non ce l’avesse fatta?

      Rimasero così a guardarsi senza dire una parola, mentre l’aria nella stanza vibrava alle note di una canzone che usciva dalla radio, ed in quell’istante Andy fu sicuro di non voler rifare tutto da capo. Non senza poter serbare il ricordo di quel momento.

      Evermore, nothing lasts forever
      this was never yours
      And evermore, when remembering is
      what forgetting’s for

Pietro Liuzzo Scorpo

Nathan Fake – Providence

Data di Uscita: 10/03/2017

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Sotto il segno della luna nuova, aspetto che cali la musica che sale, arrampicandosi su per le finestre spalancate, su ancora, superando una ad una le assi delle persiane, cercando e occupando tutto lo spazio vuoto disponibile.

Abito in un caseggiato esposto alla luce diretta di un faro direzionale a potenza massima, leggermente azzurrognolo, che regala alla mia stanza da bagno, e a quella da letto attigua, una coloritura marina, da più di vent’anni. La luce che penetra senza ostacolo di sorta, invece di ristagnare negli anfratti, e nelle fughe palleggia ariosa e immensa tra le pareti a specchio del caseggiato di fronte, un posto di cui posso solo immaginare la forma, perché non l’ho mai visto. È rimasto sempre nascosto dietro una barriera di flash.

Qualche volta capita che veda passare in strada stormi di bellissime donne che vengono e vanno come le onde del mare, ma la luce dei flash, e la musica assordante mi impediscono di verificarne la reale esistenza, le mie urla di richiamo vengono soffocate da certi suoni acidi e altissimi, come di una chitarra cui vengano strappate le corde, e che si lamenti, metallica. Talvolta ho colto una donna, con una canna da pesca, ma ho potuto vedere solo carne bianca, accecante, e occhi che erano punti di illuminazione al neon. Non ne ricordo nemmeno, forse perché non ho potuto ascoltarlo, il tono su cui viaggiava la prosodia delle loro voci. Ricordo che non mi è spiaciuto lasciarle andare.

Un giorno è successo, non saprei dire quando, né se piovesse forte, che ho lasciato calare lo sguardo su di uno sciame nutrito, promettente, forse chiassoso chissà, e ho visto qualcuno che se ne allontanava rapidamente, e che aveva una pelle ambrata, assolutamente di miele, in mezzo a quella lama di luce. In breve era stata un’esplosione come di petardi e di asteroidi, una serie di colpi seguiti al buio e al silenzio, e per la prima volta la musica s’era spenta, e luci direzionali si erano dirette altrove. Avevo visto una donna ferma, tra i prati a macchie, e la pioggia, e i colori che erano sfere, e

rotolavano fino ai bulbi oculari, che erano miei, e li sentivo lavorare, e riconoscere, forse per la prima volta, e la donna ferma tra i prati a macchie emetteva il suono che avevo sempre immaginato dovesse essere proprio delle correnti di nuvole quando si spostano, una cosa che era velluto fatto di aria e pioggia, e aveva i capelli che forse potevano dirsi l’unica cosa veramente felice al mondo, perché rotolavano su di lei, vestendola di luce, e ogni particella della sua carne di miele si offriva all’occhio ed era il suono più dolce che sentissi da anni, così dolce che dovetti chiudere le persiane, rintanarmi al buio, impedirgli di entrare.

Giorgia Melillo