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Peter Silberman – Impermanence

Data di Uscita: 24/02/2017

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Era un giorno come tanti altri quando arrivò in città. La pioggia cadeva fine. Sottilissima. Praticamente impalpabile. Una nuvola adagiata a terra che si lasciava attraversare. Che si lasciava guardare attraverso. Che dopo aver imperlato i capelli cominciava ad insinuarsi tra le pieghe dei vestiti e scendeva fino a baciare la pelle. La gente vi scorreva dentro veloce. Il bavero della giacca alzato a coprire il collo e gli occhi puntati a terra. Ognuno con la sua giornata da inseguire senza tempo da perdere. Ognuno immerso nei propri pensieri senza il lusso di fermarsi per notare il volto di uno straniero che vaga senza meta. Fu solo più tardi quando entrò nella locanda che venne notato. Aveva un viso dolce incorniciato da una barba color rame e da dei riccioli biondi che cadevano sulla fronte con grazia. Come dipinti da un pittore estremamente attento alla composizione dei volti ed estremamente dotato nel conferire volume alla sua opera con sfumature calde e riflessi impercettibili. Portava sulla spalla una vecchia sacca logora e gonfia. Si appoggiava ad un bastone alto fino alla guancia e spesso quanto il manico di una solida vanga. Si sedette sullo sgabello libero di fronte a me e mi chiese una birra. Non potei fare a meno di notare le sue mani. Erano grandi e ruvide. Coriacee. E -non so bene come dirlo- non sembravano accordarsi alla sua voce. Pacata e tiepida. Passò gran parte della sera seduto lì. La cosa che più mi colpì di lui era il fatto che riuscisse a rimanersene in disparte nonostante non cercasse di nascondersi. Nonostante non fosse seduto in un angolo buio lontano da tutti. Più volte nel corso di quella sera lo notai scrutare con occhi curiosi i volti degli altri avventori. I loro vestiti. Come se ne stesse narrando le storie nella sua mente. Il tutto senza disturbare. Senza imporre la presenza del proprio sguardo. Molte lune dopo quella sera gli chiesi qual era la storia di me che si era raccontato. Mi rispose che aveva immaginato la nostra amicizia se anche io fossi cresciuto con lui al Paese. Probabilmente aggrottai le sopracciglia quel tanto che basta per tradire la domanda che non pronunciai a voce alta perché aggiunse che fu per quello che quando oramai era giunto il momento di chiudere la locanda mi chiese se poteva restare con me. Si offrì di diventare il mio garzone in cambio solo di un giaciglio e di due pasti giornalieri. L’aiuto mi avrebbe fatto comodo e sfamarlo non avrebbe inciso sulle mie finanze. Quindi acconsentii. Inoltre non potevo fare a meno di essere intrigato dalla sua persona. Col tempo la mia curiosità nei suoi confronti non fece altro che crescere. Non perché fosse riservato o riluttante a parlare di sé. Tutt’altro. Spesso passava le notti tra una bevuta e l’altra a descrivere il Paese e la sua vita là. Tanto che spesso nel dormiveglia che precede un sonno privo di sogni mi veniva il dubbio che non fossi anch’io cresciuto là assieme a lui. Non credevo ci fosse qualcosa che mi tenesse nascosto. Piuttosto avevo la sensazione che ci fosse un enigma che lo riguardasse di cui nemmeno lui era a conoscenza. Questa sensazione si cristallizzò la sera in cui mi confidò di voler partire. Era sincero quando mi disse che non aveva una vera ragione per farlo. Ne sentiva il bisogno e questo era quanto. Il mio affetto per lui era così grande che non provai in alcun modo a farlo desistere nonostante il terrore del vuoto che mi avrebbe lasciato nel petto. Il mattino dopo si presentò alla porta della mia camera con la sacca logora ed il bastone con i quali era arrivato. Ci abbracciammo a lungo. Fu come se ci stessimo aggrappando ad uno scoglio in un mare in tempesta. Fino a quando col suo solito garbo lasciò la presa e si fece portare via tra i flutti.

Anni trascorsero senza di lui e mi riesce difficile descriverli. Credo perché attorno a me le cose accadevano facendo inciampare il mondo e cambiandolo profondamente. E la città si trasformava di conseguenza diventando via via più frenetica. Al contrario la mia vita sembrava essere in pausa. Immobilizzata dall’attesa. La locanda era diventata il mio riparo dallo scorrere del tempo dove niente cambiava se non le vite di chi vi si ritrovava la sera per fermarsi un attimo. Prendere fiato prima di tornare a rincorrere la giornata successiva. Per anni non rimisi più piede nella sua stanza. Poi un giorno ricevetti una busta. L’indirizzo era scritto in quella calligrafia che conoscevo così bene. Decisi che l’avrei aperta dietro quella porta che non avevo solcato per paura di far sfuggire l’aura di mistero che si eri sempre trascinato dietro. Quando entrai la luce filtrava tra le fessure degli infissi illuminando la polvere che danzava in tutte le direzioni. Dentro la busta c’era solo una foto. Ritraeva due giovani uno a fianco all’altro in una bottega. Uno aveva una barba scura e abbastanza folta. Teneva in mano dei piccoli monili che mostrava all’obbiettivo con un certo orgoglio. L’altro aveva il volto dolce e pulito e riccioli biondi che cascavano sulla fronte. Gli occhi velatamente malinconici. Lo riconobbi per le mani. Sembrava molto più giovane di quando per la prima volta aveva ordinato una birra e se ne era rimasto in disparte tutta la sera. Sul retro della fotografia solo la data. Era stata scattata solo poche settimane prima che mi fosse recapitata.

Era un giorno come tanti altri quando tornò in città. Nuvole scure cariche di pioggia sovrastavano le strade. L’aria elettrica ed immobile si illuminava saltuariamente per fulmini lontani che annunciavano a voce la loro presenza in perenne ritardo. Arrivò alla locanda che avevo appena aperto e non c’era ancora nessuno. Come la prima volta che l’avevo visto la barba era ispida e color rame. I riccioli biondi ancora cadevano sulla fronte con grazia. Ma il sorriso tradiva il passare del tempo. Si allargava sul volto gentile risolvendosi in piccole rughe appena accennate ma ineluttabili. Ci abbracciammo a lungo. Naufraghi che ritrovano la terra ferma. Il mare finalmente in bonaccia. Negli anni che seguirono non mi fece segreto di quel tempo che ci aveva tenuto distanti. Di nuovo mi raccontò del Paese e dei suoi personaggi. Mi raccontò di quella donna che aveva imparato a leggergli le mani e che non gli aveva mai negato comprensione né una carezza. E di come una volta che la tubercolosi se l’era portata via in una notte priva della luna aveva preso con sé il suo primogenito per insegnargli un mestiere. Il ragazzo che posava al suo fianco nella foto. Che ora era sposato ed aveva due figlie. E poi ancora mi descrisse le sue camminate per i sentieri nascosti sul Matajur che portavano ad alberi grondanti di pere. Di susine. Di melette. Mi raccontò tutto di nuovo ma da un’angolazione diversa. Io dal canto mio gli riportai tutti i cambiamenti che non si era perso ma che avrebbe visto con i suoi occhi.

Era un giorno in cui la pioggia cadeva fine che lo vidi nella sua stanza riempire la vecchia borsa logora. Lo faceva lentamente come se stesse soppesando l’importanza di ognuno degli oggetti che avrebbe dovuto portare con sé. Quando chiudemmo la locanda quella sera ci sedemmo per bere qualcosa ma entrambi rimanemmo in silenzio. A differenza della prima volta non sentivo però quel vuoto incolmabile nel petto. Mi ero ormai rassegnato all’idea che ci fosse qualcosa in lui impossibile da decifrare. E così era. Mi sentivo molto stanco. Lo eravamo entrambi. L’età non ci dava alcuna tregua. Ma vivevamo la nostra condizione con la pacatezza di chi sa che il mondo gira anche quando si dorme. Giunto il momento di augurargli buon viaggio gli dissi solo che mi sarebbe piaciuto rivederlo prima di morire. Con gli occhi lucidi di lacrime fece un cenno d’assenso. Quindi si alzò per prendere le sue cose. Uscì e richiuse la porta dietro di sé senza fare rumore.

Pietro Liuzzo Scorpo

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