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Clap! Clap! – A Thousand Skies

Data di Uscita: 17/02/2017

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Ar – Raqis 

Lascia che faccia mente locale, appena un attimo, un battito di occhi.

Credo che fosse così illuminata dal sole per via di una serie di piccoli canali di luce pura che dovevano scorrerle tra le vene, nei capelli, nelle intercapedini del corpo, quei piccoli buchi che avrei trovato vergognosi, forse fastidiosi, addosso a chiunque, ad una persona qualsiasi, e che mi sembrava fossero stati progettati su di lei, scavati, e incisi e scolpiti per poter essere attraversati dalle particelle di pulviscolo, dai raggi del sole più alto, quello di mezzogiorno che ti brucia la sommità della testa e ti toglie l’acqua dal cervello.
Capitava veramente molto spesso che lasciasse le tende aperte, quando il sole cadeva di sbieco, deciso come una falce nei campi, e che cominciasse a ballare una musica che sentiva solo lei, qualcosa che, cercò di spiegarmi una volta che eravamo stesi a pancia sotto su di un’amaca, non ricordava di aver mai sentito nella vita diurna e che era sicura venisse composta da qualche parte nel mezzo del sonno, in una porzione del suo cervello che era solita esporre per ore ai raggi diretti, del sole più alto. Quella volta sull’amaca mi ricordo che vedevo le sue guance deformate attraverso i buchi della stoffa, la bocca che faceva fatica ad articolare le parole. Avevamo riso molto, quando si era addormentata, lasciando che le corde dell’amaca le segnassero il viso per delle ore.
Ricordo che chiamava presso di sé alcuni bambini del quartiere, cercando di insegnare loro la nostra lingua, se mai fossero stati interessati. Non che qualcuno le avesse chiesto poi di far loro da tata, pareva piuttosto attirarli naturalmente con la sua fertilità eccessiva, il modo in cui metteva in fila le parole rapidamente, senza mai dimenticare alcuna sillaba, con le dita dolci del colore dello zucchero bruno, li teneva uniti per ore in certi abbracci che assomigliavano a carezze enormi.
Mi è sempre sembrato che producesse dei rumori profondi quando muoveva il più piccolo dei suoi muscoli, era come se il suo sangue scorresse rombando, il respiro passasse dal naso come se dovesse tenere il ritmo cadenzato di una marcia, le lacrime erano grandine sulle guance. Quando portava i capelli dietro le orecchie, agitando le mani brune, era come se frusciassero i canneti, in un giorno di tramontana, e ogni suo passo era potente sulla Terra, potevo essere certo che le radici e i vermi, e le talpe e più piccoli granelli di foglie in decomposizione se lo sarebbero ricordato per sempre.

Fammi fare mente locale per almeno un attimo, fammi sbattere gli occhi, così che la palpebra indugi sulle pupille, impallando le lenti a contatto, facendo un rumore veramente piccolo, come di frizione.

Nel mio ricordo più fervido aveva il seno sempre molto leggero, vagamente tenuto da una specie di stoffa impalpabile che le aveva regalato sua nonna, la pelle come un certo divano che avevo visto nella sala di attesa di un dottore facoltoso che avevo consultato per la mia epilessia, una specie di color cammello abbronzato, una cosa così esotica come i cerchi alle orecchie, e come le sciarpe orribili, colorate, di lana intrecciata senza alcun criterio, e come i portatabacco a disegni concentrici che mi aveva detto rappresentavano tipo il sole e gli altri pianeti ma a me sembravano un ammasso di cotone fatto da una fricchettona daltonica appassionata di America Latina.

 

Giorgia Melillo

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