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Sampha – Process

Data di Uscita: 03/02/2017

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      Salivo tutti i giorni al capolinea della rossa alla stessa ora, trenta minuti buoni di viaggio fino a due fermate prima del capolinea opposto, di corsa al livello inferiore per intercettare la coincidenza con la linea turchese, di cui mi servivano quattro fermate. Poi riemergevo in strada, trafelato, con la sciarpa che svolazzava spinta qua e là dall’aria troppo calda che usciva dalle bocchette, attenzione a non assestare gomitate, qualche centesimo nel cappello del musicista di strada di turno – e mi auguravo che capitasse spesso quel ragazzone alto col contrabbasso ché mi sembrava più bravo e genuino degli altri. La strada fremeva di autobus, taxi e persone, non c’è giorno che ho percorso quel tracciato in cui non mi sia sentito circondato da una cornice caotica di frenesia, ma i miei automatismi non conoscevano intralci, e mi muovevo come una lesta pedina nella scacchiera del quartiere. Pad thai da asporto e tè verde, abitudini rassicuranti come il saluto della ragazza italiana alla cassa del baracchino, e gli odori. Perché non c’è memoria più onesta di quella degli odori, del cibo che ho mangiato in quei mesi in piedi mentre le mie scarpe si affannavano per la città, seduto alla metro tra la linea rossa e la turchese, seduto nella panca a ridosso della vetrata in sala d’aspetto, seduto ai piedi del letto di mia madre. L’odore di bitume e asfalto del cantiere infinito sotto casa, l’odore speziato delle cucine dell’estrema periferia est in cui lavoravo come fattorino, l’odore della pioggia che non si scollava mai dalle pareti in mattoncini delle case, nemmeno nelle giornate di sole, l’odore di birra che era un tutt’uno con quello del legno nei pub, l’odore del profumo di mia madre, che non mancava mai di spruzzarsi all’interno dei polsi e nell’incavo destro tra il mento e il collo, anche nei lunghissimi ricoveri disperati.
      Quando mi accostavo al pianoforte il petto si stringeva di senso di colpa per trasgredire ai miei doveri disegnati su di un percorso rosso che diventava turchese e poi grigio di asfalto e smog fino al linoleum color crema dell’ospedale, ma quel bianco e nero dei tasti era la via di fuga, la carezza di una ragazza che non avevo, il nonno che mi rimboccava le coperte da bambino. Era la sera e quando potevo chiudere a chiave il ripostiglio dei compiti da assolvere si spalancava il soggiorno, come un libro grande e aperto all’improvviso, come la città fuori dalle finestre, luccicante e mai ferma, come la libertà, e cominciavo a suonare.
      In quel periodo lo smog creava artificiali aurore boreali metropolitane, e il cielo di notte era da apocalisse, mai completamente buio e avvolto in una coltre giallognola; con dei colori assurdi come quelli era inevitabile credere nei miracoli.
      Il rosso, il turchese e il crema – dicevo, e poi il bianco e nero del pianoforte, e le striature incredibili di un inquinato cielo di città, la notte. Avevo tutti i colori in mano per ribaltare la prospettiva, malgrado i giorni che si sgretolavano nell’attesa di un triste finale ineluttabile, fatto di marmo e mazzetti di fiori mesti a far compagnia a un corpo che un tempo era persona. Quel giorno arrivò, ne giunsero altri e la palette di colori primari che scandiva le mie abitudini lasciò il passo a dei ritmi più blandi, e a una collinetta col prato sempre curato e verdissimo che si sollevava morbida a fianco della città, silenziosa, riappacificante. La sera continuavo a suonare, a cantare, a raccontare me stesso, e presi a farlo anche in piccoli posticini dove ti portavano da bere in miniature di cristallo, tra tappeti scuri e tavolini stretti. Era molto bello, tutto, finalmente.

      Stamattina ho comprato questo cappotto cammello, è lungo e appariscente e amo lasciarlo aperto davanti, tutto sbottonato, per avere una falcata decisa e rispettabile, ché dopo essere stati azzoppati dai tiri mancini della vita non solo si cammina di nuovo ma lo si fa anche bene. Maria, con la quale mi vedo da un mese appena, mi dice che con quello addosso sono il solito afroamericano del cazzo che ama mettersi in mostra con vestiti ridicoli, ma io le rispondo che poteva andare peggio, che in trent’anni non mi sono mai fatto le treccine e che la roba da fricchettoni mi fa cagare, che poteva andare peggio, che non avrei mai imparato ad avere dimestichezza coi colori e coraggio per raccontare di me, che poteva andare peggio, in ogni caso, comunque.

Federica Giaccani

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