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Sohn – Rennen

Data di uscita: 13/01/2017

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L’immagine dell’ambulanza che arrivava senza fretta e nel silenzio confortevole dell’alba, gli aveva instillato un certo disagio. I paramedici avevano caricato l’uomo privo di sensi dopo averne sentito distrattamente i battiti. Per un attimo gli parve stessero effettuando un controllo qualità che, nel caso non avesse passato, l’avrebbero lasciato lì, sulla strada, ed allora lui si sarebbe sentito in dovere di fare qualcosa, anche se non aveva la benché minima idea di cosa fare. Era ancora ubriaco e decisamente stanco ma senza alcuna voglia di dormire. Però lo raccolsero con la barella e ripartirono con la stessa calma con la quale erano arrivati, non senza prima avergli rivolto alcune domande alle quali non ricordava di aver risposto. Non era sicuro di quanto tempo fosse passato da quando l’ambulanza era ripartita a quando aveva notato la chiesa dall’altra parte della strada, un poco più in giù, lungo la discesa che avrebbe infine condotto al fiume. Aveva ripensato per qualche secondo alla conversazione che aveva avuto con quell’uomo dagli occhi lucidi ed arancioni ed aveva trovato la forza di alzarsi dal marciapiedi e di dirigersi verso la casa del Signore, sperando di trovare qualcuno. E così ora si trovava seduto su quelle scomode panche in legno a respirare incenso stantio ed a cercare di stimare con lo sguardo l’altezza del soffitto noioso. Aveva decretato l’irrealistica cifra di cinquantacinque metri ed annuiva, soddisfatto della sua stima, quando finalmente sentì il rumore di una porta che si chiudeva e vide entrare il prete a passo spedito, come se fosse in ritardo, mentre si passava dietro al collo la stola viola, per scomparire in un attimo dentro al confessionale. Tornò il silenzio e per un secondo, come preso da un momento di lucidità improvvisa, mise in discussione il suo essere lì. Poi però pensò di aver perso fin troppo tempo per poter ora rinunciare al proposito che si era fatto, tuttavia decise di aspettare ancora un poco. Concluse un più realistico venti metri e si schernì per la stima precedente. Probabilmente stava smaltendo la sbornia. Quindi decise di alzarsi prima di essere completamente sobrio, ed andò a sedersi a fianco al prete, separati solo da una grata di legno e dall’oscurità. Rimase in silenzio perché non era sicuro di come cominciare. Fu quindi il religioso a rompere gli indugi. Dimmi, cosa vuoi confessare? Il Signore ti ascolta. E allora cominciò, come un fiume in piena le parole uscivano dalla sua bocca, sforzandosi di ricordare tutto. Era qualcosa di più di un elenco di peccati, era un flusso di coscienza veicolato dalla sua voce, una biografia narrata dall’alcol e affogata nel puro pentimento. Le dipendenze. Gli abbandoni. Gli abusi. Quelli subiti. Quelli inflitti. Le bugie e altre dipendenze. La sofferenza causata nell’indifferenza. E tutto il contorno. C’era tutto il contorno. Parlò senza interruzioni per un tempo che gli parve interminabile come le lacrime che aveva riscoperto di avere. Poi, senza preavviso, concluse. Il parroco, interdetto, cominciò a schiarirsi la voce, ma lui subito lo fermò. Padre, non cominci a farmi la predica. Questi peccati non sono i miei. Sentì lo sguardo del timorato di Dio cercare di decifrare quelle parole attraverso i pochi centimetri che li separavano. Su, forza, dia l’assoluzione ché io non sono in grado di perdonare. Il parroco provò a biascicare qualcosa come ma non posso. non è così che funziona. e lui col mal di testa che cominciava a salire tagliò corto. Qual è il problema? Se è vero che il suo Dio tutto sa, allora sa anche chi è che ha parlato e sa anche quanto il rimorso fosse sincero. Imponga le mani Padre, il Signore, se lei ha ragione quando parla dal pulpito alla domenica, non sbaglierà mira. Si alzò e a passo spedito uscì. Doveva vomitare tra i singhiozzi.

Nemmeno il Signore potrebbe perdonarmi. Gli aveva detto un’ora prima di perdere i sensi, un’ora e un minuto prima che l’uomo che aveva versato loro il liquore per tutta la sera chiamasse l’ambulanza e li accompagnasse fuori, sulla strada. E ora si trovava lì, seduto sul marciapiedi a sperare che quello sconosciuto che l’aveva fatto il suo confessore non ci lasciasse le penne. Verso est cominciava a rischiarare e si prospettava una giornata limpida, di quelle con l’orizzonte lontano e definito. Tutto attorno a loro non c’era nulla di vivo ad eccezione di qualche auto che ogni tanto sfrecciava impunita verso casa. Si accese una sigaretta e bastò una boccata per pentirsi di averlo fatto, ma, nonostante i giramenti di testa e la nausea, la fumò avidamente fino al filtro. Ed ecco scorse in lontananza l’ambulanza arrivare. Senza sirene, senza correre, come se non ne valesse nemmeno la pena. Ma d’altro canto nemmeno lui si era alzato alla vista di quella che probabilmente era la salvezza per quell’uomo incosciente dalla pelle giallognola. Da quanto ha perso conoscenza? Chiese il paramedico. Credo una ventina di minuti. Non lo so. Sapete quando vi abbiamo chiamato? Che ora è? Rispose. E` malato? Chiese ancora. Lui scrollò le spalle. Non riusciva ad importargliene. Lo conosce? E` un suo parente? Un amico? Un conoscente? Il sole ancora non aveva fatto capolino, ma già il cielo si tingeva d’azzurro scrollandosi di dosso le sfumature rossastre dell’alba. No, mai visto prima di stasera. Lo posero su di una barella e lo caricarono sull’ambulanza. Quindi ripartirono lasciando lui lì. Dopo pochi istanti calò nuovamente il silenzio. Senza fretta. Senza urgenza. Senza sirene. Senza pace.

Pietro Liuzzo Scorpo

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