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Gidge – LNLNN

Data di Uscita: 13/01/2017

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Sari aveva scolato il suo gin tutto d’un sorso, ma continuava a tenere in mano il bicchiere con ciò che restava del ghiaccio. I guanti di lana con le dita mozzate scoprivano una pelle indurita dal freddo e unghie molto corte, lo smalto nero era qua e là scrostato.
Teneva i piedi appoggiati sul corrimano della ringhiera, non gli ho mai visto calzare altre scarpe se non quelle da trekking del colore del fango; la schiena era abbandonata sul velluto del divano, la tappezzeria era vecchia e laddove col tempo si erano formati squarci era intervenuto qualcuno con altri scampoli di tessuti diversi, tant’è che il risultato somigliava a una combinazione patchwork, anche se – conveniamo tutti – per un club di musica techno la scelta poteva parere bizzarra e inappropriata. Ma qui non era il Berghain, e la Russia è bella anche per questo.
Yelena aveva da poco finito di lavare il pavimento del locale, ché quando il sole era ormai alto il linoleum scuro appiccicava le suole ad ogni passo, con un collante dolciastro fatto di alcool versato a terra, saliva, vomito e altri umori umani. Sari aveva staccato dal turno al bar alcune ore prima, aveva dormito un poco in macchina ed era di nuovo salito da lei, temporeggiando col gin. Un’abitudine che a loro piaceva parecchio, la calma ovattata del mattino, il silenzio, guardare lei muoversi e affaccendarsi dietro il filtro del vetro rigato, illuminata dai bagliori invernali, guardare lui distendere membra e pensieri, gli occhi semichiusi, dietro il filtro del vetro rigato e davanti al bosco che quasi lo inghiottiva.
Quei mesi erano talmente rigidi e spietati che nemmeno il Mar Baltico poteva nulla per mitigarli.
Il ghiaccio si stava sciogliendo con estrema lentezza nel bicchiere, ci si rifletteva l’iride della tenue luce solare, ci si incastonavano gli abeti congelati e coperti di brina solidificata, in quel terrazzo sospeso tra rumore e quiete, tra la folla e la solitudine, tra suoni sintetici e scuri e le voci della natura. Sari sembrava rapito dalle incrinature dei cubetti irregolari quando Yelena lo sorprese alle spalle:
– Quella notte tra gli alberi l’acqua del torrente era gelata, eppure sono entrata a bagnarmi come se fossi a caccia di risposte risvegliandomi dal torpore. C’era foschia ma entrambi vedevamo benissimo, cercavamo la chiave giusta per aprire porte interiori, per poi incontrarci.
Rimasero a contemplare quel profilo disordinato di cime a punta che copriva lo spazio fino all’orizzonte, né l’una né l’altro avrebbero saputo dire dove si trovava il torrente da lì, quella volta ci erano giunti scansando fronde e tastando il muschio cresciuto sui tronchi, per orientarsi in una selva di arbusti intricati e un groviglio di domande col punto interrogativo apparentemente irremovibile.
– Senza parlarci sapevamo entrambi che eravamo inciampati nei medesimi tranelli.
Nessuna promessa, nemmeno la melodia di una voce per svelare che lingua usassero i pensieri, si erano scambiati quello sguardo che in quel momento significava tutto. E così sarebbe stato di nuovo, in una delle tante albe gremite di braccia e gambe tra gli scuri ambienti del club, quando Yelena era apparsa con delle amiche molto prima dell’orario che sarebbe poi diventato consueto per ragioni di lavoro, quando Sari non era completamente sbronzo e riuscì a riconoscere dentro un giaccone di pelle quel corpo vestito di bianco, immerso fino alle ginocchia tra le acque del torrente. Non si erano rivolti la parola nemmeno in quell’incontro fugace e inatteso, avevano lasciato che la musica imbastisse un dialogo al posto loro: le voci del bosco, i battiti grondanti di foglie bagnate e neve pesante in bilico, le aperture algide su cieli grigi compatti, quella techno che attingeva a un linguaggio primordiale – nato e cresciuto nelle selve – per rielaborarne i dettami in una deriva sintetica e ballabile. Avrebbero continuato a comprenderla loro, avrebbero iniziato a destreggiarvisi gli altri, ma ciascuno con una chiave interpretativa personale: le radici hanno di volta in volta un modo loro di ancorarsi alle zolle di terreno, e i rami seguono traiettorie proprie per abbracciare, o schiaffeggiare, l’aria.
Il vento del Nord si era placato quel mattino, dopo aver ruggito come una belva feroce, serpeggiando tra gli alberi e percuotendo le vetrate; avevano imparato da subito a prendere familiarità con quegli appuntamenti taciti, quelle attese rilassate nell’intimità di spazi sconfinati e per lo più deserti. Yelena aveva portato in terrazzo un altro paio di bicchieri di gin, col ghiaccio intatto e luccicante. Ne porse uno a Sari e gli si sedette a fianco, accostando gli stivali di pelo grigio agli scarponi marroni di lui sul corrimano, accomodò la guancia destra sul petto del ragazzo e smise di parlare.

Federica Giaccani

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