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Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

bono

La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
Raniero non rispose mai.
Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

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