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Brian Eno – Reflection

Data di Uscita: 01/01/2017

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Nei muri della stanza si aprono bolle di strana materia, probabili buchi neri o bizzarri portali sferici che attraggono e portano il pensiero verso altre dimensioni; queste bolle restano aperte per pochi secondi dopodiché si chiudono lentamente e lasciano un dubbio sulla possibilità di ciò sarebbe accaduto con l’entrata nella sfera.
Respiro profondamente, facendo lavorare il mio pigro diaframma, e conduco la mia mente a uno stato di distensione che la porta a riflettere con maggiore lucidità sulla mia eventuale scelta: entrerò.
Si crea una bolla al centro del muro che ho di fronte, in basso, alta quanto me, e decido che quella sarà la sede del mio azzardo. Quando la sfera si richiude mi ritrovo in un infinito spazio nero dove, sfidando qualsiasi legge chimica e fisica, non ho più respiro ma le mie funzioni vitali rimangono inalterate.
Il mio corpo vaga in questo spazio indeterminato e solo con grande fatica riesco ad assumere una posizione eretta, facendo finta che possano esistere categorie spaziali e temporali convenzionali, umane, illudendomi di non essere in uno spazio sovraumano, oltreumano. Il mio sforzo di categorizzazione mi premia e sotto ai miei piedi comincia a formarsi un pavimento variegato, con antiche lastre di pietra che si mischiano a piastrelle di cotto a nido d’ape, al pavimento a “terrazza veneziana”, a lastre di marmo bianco con eleganti venature, a strane superfici di marmo blu brasiliano, a pavimenti simili a quelli delle case in cui ho abitato. Lentamente cominciano a formarsi pure alte mura e la meraviglia mi ricopre quando vedo alzarsi grandi colonne che fanno partire ogive coprendo questa grande stanza, questa sala nata dal nulla. Ora tutto è illuminato, sono all’interno di un edificio inconsueto, sono al chiuso.
Chiudo per qualche secondo gli occhi e quando li riapro vedo centinaia di mie copie, ognuna vestita in modo leggermente differente, con lievi differenze nel modo di camminare, di respirare, di guardare le cose, di osservare. Chiedo a uno dei miei sosia chi sia, ma questo non mi risponde; tra la folla mi si avvicinano alcuni e il più interessato di tutti mi vuole dare una spiegazione di quello che ho attorno:
Noi non siamo tue copie, noi siamo te. Sappiamo che tu hai sempre pensato di essere tre, trecento, tremila differenti io e ti possiamo dire che avevi ragione, questa è una delle poche verità che sei riuscito a svelare fin da ragazzo. Questo luogo che vaga nell’universo, consistente solo nella tua coscienza e negli atti della tua vita mortale, è la stanza della tua mente e tu hai avuto il coraggio di entrarci dentro, sfidando quello che è ormai il consolidato orrore che gli uomini hanno di sé stessi, la non volontà degli esseri umani di guardarsi dentro, preferendo gettarsi in un vento che porta all’inconsapevolezza e al malessere, alla paura. Ora che sei nella stanza della tua mente, con gli occhi semichiusi, puoi sederti su quel trono scavato da un albero e puoi riflettere su ognuno di noi o sulla nostra totalità e sono certo che la tua riflessione creerà un suono semidivino, un’eco dalla memoria arcana, che può riportare al sacro suono generato nella creazione dell’universo.
Vado a mettermi su questo scabro ed essenziale trono di legno e i miei occhi lentamente si chiudono, deponendomi su una barca al centro del calmo oceano della riflessione – oceano che è calmo solo in superficie, mentre nel suo fondale oscuro si agitano violente e potentissime correnti –. Non so per quante ore o giorni o mesi dura la mia riflessione ma quando mi sveglio tutto è cambiato: la stanza sembra una semplice e imponente cattedrale romanica con i pavimenti in pietra e un odore fresco. Tutti i miei io lentamente, con un elegante danza di luci, si congiungono in una enorme sfera nera, densa, che con un vibrante suono esplode e tinge il pavimento e tutti i muri, fino a farli scomparire e a farmi ritrovare nell’infinito spazio nero dove ero all’inizio di tutto. Anziché essere confuso sento dentro di me una scandalosa pace, un’unità mai provata e pensata nella mia vita precedente; questo nuovo stato si accresce ancora alla vista di una bolla di luce a pochi metri da me, verso la quale mi dirigo nuotando nel nulla, fino ad entrarci dentro in posizione fetale, aspettando ciò che la luce riserva per me. Mi ritrovo sul mio letto come fossi rinato, rigenerato da una distruzione danzante, da un dialogo definitivo tra luce e oscurità. Il mio respiro è naturalmente profondo, la mia bocca è autenticamente sorridente, la morte giace serena a pochi metri da me, sapendo che non la temo, che potrei baciarla sulla bocca per poi tornare a questa mia nuova vita senza la minima angoscia o addirittura che potrei portarla con me, tenendola per mano, riuscendo a vivere nella serena coscienza della mortalità, del poco tempo che abbiamo – perciò prezioso –. Leggero come la geometria di uno stormo d’anatre migranti mi levo dal mio letto e sento un’energia nuova, una volontà più agile e leggera. Sono vivo, sono nel presente, sono uno e so che sono soltanto una parte e che tutto ciò che scorre in qualsiasi forma vivente è me. Io non sono fratello della sanguisuga perché sono la stessa sanguisuga, così come sono il mio vicino che mi odia, così come sono una tigre, un lombrico, un solitario tasso, un allegro codirosso, un pesante rinoceronte, una megattera, un coleottero, una quercia, un cane, un asparago, un lichene, ma anche una roccia, una cascata di piombo fuso, una nube sulfurea, un soffio di polline, un ragno, una zolla di terra, un prisma. Mi sono scolpito risolvendo la mia complessità in una semplicità essenziale che mi fa nuotare nel mare dell’oscurità nello stesso modo in cui volo nel cielo della luce. Le mie mani sono dure ma ancora sensibili, mi dicono che forse sono libero perché liberatomi dalla stessa libertà.

Marco Di Memmo

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