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Archive for gennaio, 2017

The XX – I see you

Data di Uscita: 13/01/2017

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“Dì qualcosa di amorevole”

Sono passati cinque anni da quell’allucinata corsa in macchina. Curioso come certi momenti rimangano impressi nella memoria in modo così preciso; interi mesi o anni sbiadiscono mentre certi altri si cristallizzano in noi, rimangono vividi e pronti a riaffacciarsi nel presente richiamati da chissà quale voce.

Se chiudo gli occhi mi torna in mente il colore di quella giornata; lo stridore degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che stavo attraversando, l’odore dell’auto e di quegli improvvisi cambi di tempo atmosferico che, a ripensarci ora, sembravano interpretare i miei stessi sentimenti.

Io e Ada c’eravamo lasciati. Se penso a lei oggi provo una sensazione agrodolce. Siamo rimasti in contatto, ci sentiamo di tanto in tanto ma evitiamo di vederci. Quando ciò accade ci comportiamo come dei bambini: litighiamo o scherziamo e non ci sono vie di mezzo; nessuna sfumatura di colore ma solo nero o bianco; offesa o difesa. Eppure è solo un gioco, anche doloroso ma pur sempre un gioco, perché siamo sempre nudi l’uno davanti all’altra.

Cinque anni, dicevo, che paiono cento, o almeno numerosi quanto gli alberi delle barche ormeggiate davanti a me. Pare di essere nel bel mezzo di in una foresta galleggiante. I porti mi sono sempre piaciuti. Vengo qui a scrivere o leggere, oggi invece mi lascio andare a questi ricordi, respirando piano e godendo il passare del tempo che non passa.

Infilo le cuffiette nelle orecchie e cerco qualcosa da ascoltare dal mio lettore mp3; lo sguardo cade sull’ultimo  firmato The xx. Se non sbaglio il precedente uscì proprio cinque anni fa. “Cinque”, forse diventerà il mio numero preferito scalzando l’otto, chissà. E’ impostata la funzione random e parte il secondo pezzo.

“Dì qualcosa di amorevole”.

 

Maurizio Narciso

Bones – Disgrace

Data di Uscita: 11/01/2017

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“Poteva capitare che qualcuno uccidesse un uomo senza volerlo, incidentalmente, ed era perciò costretto a fuggire da chi voleva vendicarne la morte.
Le città di rifugio costituivano una risorsa della grazia di Dio a favore di coloro che si macchiavano di questi delitti non premeditati”.

Si rimane sottotraccia, volutamente silenti, senza urlare in pubblico la sensazione di violento sdegno verso un modo di pensare non più sopportabile. In questi appartamenti nessuno ha la più minima intenzione di coinvolgere una grande massa di persone. La città viene chiamata rifugio, perché garantisce un riparo dato che nessuno di noi intende fare una rivoluzione. L’appiattimento delle diversità, l’arrivo al potere di gruppi livellatori capaci esclusivamente di propinare una banale uguaglianza melliflua, e la polizia del pensiero, ha prodotto in noi la definitiva scissione.
La deriva iconoclasta degli altri è sfociata nell’ambientalismo, in risse nelle biblioteche e in altre forme di imbarazzante distacco paradossalmente perfettamente integrate al sistema, utilissime a rafforzarlo e a renderlo sempre più globale.
Da cosa fuggiamo nello specifico? Dai poliziotti, dagli inutili giornalisti, dall’informazione in generale, dai parcheggi a pagamento, dal Welfare State, dalle sigarette elettroniche, dalle assicurazioni, dall’accademia e dagli intellettuali, dalla politica e dagli ospedali, dagli aperitivi nelle serre alle raccolte fondi per salvare le api, dagli spazi pubblici non dati ai privati e dai teatri.

“Tuttavia, dopo che saranno passati settecento anni dalla morte dell’anticristo che sta per venire, e cioè quando il mondo arriverà intorno all’anno 2000, questa santità comincerà a diminuire: tornerà a crescere la rilassatezza tanto nel clero quanto nel popolo e nei religiosi; e poiché i peccati cresceranno, ci sarà una terribile apostasia dalla Chiesa romana; finché verrà Gog, dopo che saranno compiuti mille anni dalla morte del prossimo anticristo, cosa che non sarà molto lontano dall’anno 2365, circa; e dopo l’arrivo di Gog e Magog, o contemporaneamente a loro, verrà l’ultimo anticristo: dal paradiso terrestre accorreranno contro di lui Enoc ed Elia, e appariranno i segni della fine del mondo”.

L’apocalisse arginata diversamente con una spinta decisa verso l’introversione e la reale indipendenza dal potere, un egoismo morale ed economico, vero e dunque ripugnante per tutti. L’unica soluzione di sopravvivenza basata su tali ingredienti, da miscelare senza inutili riforme, ma con il saluto all’attuale globalizzazione. Solitari ed individualisti, pur essendo in gruppo da tempo, siamo stati raggiunti da un astuto clan di musicisti. Camminano sempre in fila indiana, con davanti a tutti un ragazzo bianco dai lunghissimi capelli neri, rachitico e ormai privo di qualsiasi espressione. Fumano erba e bevono in continuazione acqua minerale, producono una serie di suoni che sono un’infinita cantilena neanche troppo ritmata.

“all i needs to see the moon rise and the sun to set / all i need is a nest in the woods where i can rest / out this world off this globe back into what we dont know / what we never will no matter the rate that human knowledge grows / slow it down”

I beat rimangono sempre più o meno su tonalità scure, intervallano recite poco convinte, nessuno tra le case pare fare troppo caso alla loro presenza. “we never gave a fuck about them so why would they give a fuck about us”. Eppure li sentiamo sempre, perennemente integrati nella Wilderness generale. Vecchi nastri tagliati, sintetizzatori sporchissimi, fatti suonare abbassando la testa per incidere la superficie del bagno con un coltellino svizzero. Ogni piastrella della loro piccola abitazione reca la suddetta dicitura: “i could never change that / i can never change back”.

Ce ne siamo andati ben prima delle elezioni di Donald Trump, abbiamo fiutato da tempo il crollo del Mondo Libero, sommerso dalla melma statalista prima che da quella protezionista. La merda è dappertutto, voi siete la merda.

Alessandro Ferri

Sohn – Rennen

Data di uscita: 13/01/2017

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L’immagine dell’ambulanza che arrivava senza fretta e nel silenzio confortevole dell’alba, gli aveva instillato un certo disagio. I paramedici avevano caricato l’uomo privo di sensi dopo averne sentito distrattamente i battiti. Per un attimo gli parve stessero effettuando un controllo qualità che, nel caso non avesse passato, l’avrebbero lasciato lì, sulla strada, ed allora lui si sarebbe sentito in dovere di fare qualcosa, anche se non aveva la benché minima idea di cosa fare. Era ancora ubriaco e decisamente stanco ma senza alcuna voglia di dormire. Però lo raccolsero con la barella e ripartirono con la stessa calma con la quale erano arrivati, non senza prima avergli rivolto alcune domande alle quali non ricordava di aver risposto. Non era sicuro di quanto tempo fosse passato da quando l’ambulanza era ripartita a quando aveva notato la chiesa dall’altra parte della strada, un poco più in giù, lungo la discesa che avrebbe infine condotto al fiume. Aveva ripensato per qualche secondo alla conversazione che aveva avuto con quell’uomo dagli occhi lucidi ed arancioni ed aveva trovato la forza di alzarsi dal marciapiedi e di dirigersi verso la casa del Signore, sperando di trovare qualcuno. E così ora si trovava seduto su quelle scomode panche in legno a respirare incenso stantio ed a cercare di stimare con lo sguardo l’altezza del soffitto noioso. Aveva decretato l’irrealistica cifra di cinquantacinque metri ed annuiva, soddisfatto della sua stima, quando finalmente sentì il rumore di una porta che si chiudeva e vide entrare il prete a passo spedito, come se fosse in ritardo, mentre si passava dietro al collo la stola viola, per scomparire in un attimo dentro al confessionale. Tornò il silenzio e per un secondo, come preso da un momento di lucidità improvvisa, mise in discussione il suo essere lì. Poi però pensò di aver perso fin troppo tempo per poter ora rinunciare al proposito che si era fatto, tuttavia decise di aspettare ancora un poco. Concluse un più realistico venti metri e si schernì per la stima precedente. Probabilmente stava smaltendo la sbornia. Quindi decise di alzarsi prima di essere completamente sobrio, ed andò a sedersi a fianco al prete, separati solo da una grata di legno e dall’oscurità. Rimase in silenzio perché non era sicuro di come cominciare. Fu quindi il religioso a rompere gli indugi. Dimmi, cosa vuoi confessare? Il Signore ti ascolta. E allora cominciò, come un fiume in piena le parole uscivano dalla sua bocca, sforzandosi di ricordare tutto. Era qualcosa di più di un elenco di peccati, era un flusso di coscienza veicolato dalla sua voce, una biografia narrata dall’alcol e affogata nel puro pentimento. Le dipendenze. Gli abbandoni. Gli abusi. Quelli subiti. Quelli inflitti. Le bugie e altre dipendenze. La sofferenza causata nell’indifferenza. E tutto il contorno. C’era tutto il contorno. Parlò senza interruzioni per un tempo che gli parve interminabile come le lacrime che aveva riscoperto di avere. Poi, senza preavviso, concluse. Il parroco, interdetto, cominciò a schiarirsi la voce, ma lui subito lo fermò. Padre, non cominci a farmi la predica. Questi peccati non sono i miei. Sentì lo sguardo del timorato di Dio cercare di decifrare quelle parole attraverso i pochi centimetri che li separavano. Su, forza, dia l’assoluzione ché io non sono in grado di perdonare. Il parroco provò a biascicare qualcosa come ma non posso. non è così che funziona. e lui col mal di testa che cominciava a salire tagliò corto. Qual è il problema? Se è vero che il suo Dio tutto sa, allora sa anche chi è che ha parlato e sa anche quanto il rimorso fosse sincero. Imponga le mani Padre, il Signore, se lei ha ragione quando parla dal pulpito alla domenica, non sbaglierà mira. Si alzò e a passo spedito uscì. Doveva vomitare tra i singhiozzi.

Nemmeno il Signore potrebbe perdonarmi. Gli aveva detto un’ora prima di perdere i sensi, un’ora e un minuto prima che l’uomo che aveva versato loro il liquore per tutta la sera chiamasse l’ambulanza e li accompagnasse fuori, sulla strada. E ora si trovava lì, seduto sul marciapiedi a sperare che quello sconosciuto che l’aveva fatto il suo confessore non ci lasciasse le penne. Verso est cominciava a rischiarare e si prospettava una giornata limpida, di quelle con l’orizzonte lontano e definito. Tutto attorno a loro non c’era nulla di vivo ad eccezione di qualche auto che ogni tanto sfrecciava impunita verso casa. Si accese una sigaretta e bastò una boccata per pentirsi di averlo fatto, ma, nonostante i giramenti di testa e la nausea, la fumò avidamente fino al filtro. Ed ecco scorse in lontananza l’ambulanza arrivare. Senza sirene, senza correre, come se non ne valesse nemmeno la pena. Ma d’altro canto nemmeno lui si era alzato alla vista di quella che probabilmente era la salvezza per quell’uomo incosciente dalla pelle giallognola. Da quanto ha perso conoscenza? Chiese il paramedico. Credo una ventina di minuti. Non lo so. Sapete quando vi abbiamo chiamato? Che ora è? Rispose. E` malato? Chiese ancora. Lui scrollò le spalle. Non riusciva ad importargliene. Lo conosce? E` un suo parente? Un amico? Un conoscente? Il sole ancora non aveva fatto capolino, ma già il cielo si tingeva d’azzurro scrollandosi di dosso le sfumature rossastre dell’alba. No, mai visto prima di stasera. Lo posero su di una barella e lo caricarono sull’ambulanza. Quindi ripartirono lasciando lui lì. Dopo pochi istanti calò nuovamente il silenzio. Senza fretta. Senza urgenza. Senza sirene. Senza pace.

Pietro Liuzzo Scorpo

Nguyên Lê & Ngô Hông Quang – Hà Nôi Duo

1484277967_nguyen-le-ngo-hong-quang-ha-noi-duo-2017Data di Uscita: 13/01/2017

Un giorno una montagna solitaria, dopo mesi che sentiva piangere un lago, si alzò e andò a parlarci. Ma il lago non smetteva di stare male, diceva anzi di voler morire. Così la montagna fece un impressionante sospiro e si gettò di testa nel lago facendo scomparire sia sé stessa che il suo piangente compagno: in questo modo nacque la loro folle figlie una ridente pianura che parla e canta in due modi, ma nella stessa lingua.

Marco Di Memmo

Gidge – LNLNN

Data di Uscita: 13/01/2017

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Sari aveva scolato il suo gin tutto d’un sorso, ma continuava a tenere in mano il bicchiere con ciò che restava del ghiaccio. I guanti di lana con le dita mozzate scoprivano una pelle indurita dal freddo e unghie molto corte, lo smalto nero era qua e là scrostato.
Teneva i piedi appoggiati sul corrimano della ringhiera, non gli ho mai visto calzare altre scarpe se non quelle da trekking del colore del fango; la schiena era abbandonata sul velluto del divano, la tappezzeria era vecchia e laddove col tempo si erano formati squarci era intervenuto qualcuno con altri scampoli di tessuti diversi, tant’è che il risultato somigliava a una combinazione patchwork, anche se – conveniamo tutti – per un club di musica techno la scelta poteva parere bizzarra e inappropriata. Ma qui non era il Berghain, e la Russia è bella anche per questo.
Yelena aveva da poco finito di lavare il pavimento del locale, ché quando il sole era ormai alto il linoleum scuro appiccicava le suole ad ogni passo, con un collante dolciastro fatto di alcool versato a terra, saliva, vomito e altri umori umani. Sari aveva staccato dal turno al bar alcune ore prima, aveva dormito un poco in macchina ed era di nuovo salito da lei, temporeggiando col gin. Un’abitudine che a loro piaceva parecchio, la calma ovattata del mattino, il silenzio, guardare lei muoversi e affaccendarsi dietro il filtro del vetro rigato, illuminata dai bagliori invernali, guardare lui distendere membra e pensieri, gli occhi semichiusi, dietro il filtro del vetro rigato e davanti al bosco che quasi lo inghiottiva.
Quei mesi erano talmente rigidi e spietati che nemmeno il Mar Baltico poteva nulla per mitigarli.
Il ghiaccio si stava sciogliendo con estrema lentezza nel bicchiere, ci si rifletteva l’iride della tenue luce solare, ci si incastonavano gli abeti congelati e coperti di brina solidificata, in quel terrazzo sospeso tra rumore e quiete, tra la folla e la solitudine, tra suoni sintetici e scuri e le voci della natura. Sari sembrava rapito dalle incrinature dei cubetti irregolari quando Yelena lo sorprese alle spalle:
– Quella notte tra gli alberi l’acqua del torrente era gelata, eppure sono entrata a bagnarmi come se fossi a caccia di risposte risvegliandomi dal torpore. C’era foschia ma entrambi vedevamo benissimo, cercavamo la chiave giusta per aprire porte interiori, per poi incontrarci.
Rimasero a contemplare quel profilo disordinato di cime a punta che copriva lo spazio fino all’orizzonte, né l’una né l’altro avrebbero saputo dire dove si trovava il torrente da lì, quella volta ci erano giunti scansando fronde e tastando il muschio cresciuto sui tronchi, per orientarsi in una selva di arbusti intricati e un groviglio di domande col punto interrogativo apparentemente irremovibile.
– Senza parlarci sapevamo entrambi che eravamo inciampati nei medesimi tranelli.
Nessuna promessa, nemmeno la melodia di una voce per svelare che lingua usassero i pensieri, si erano scambiati quello sguardo che in quel momento significava tutto. E così sarebbe stato di nuovo, in una delle tante albe gremite di braccia e gambe tra gli scuri ambienti del club, quando Yelena era apparsa con delle amiche molto prima dell’orario che sarebbe poi diventato consueto per ragioni di lavoro, quando Sari non era completamente sbronzo e riuscì a riconoscere dentro un giaccone di pelle quel corpo vestito di bianco, immerso fino alle ginocchia tra le acque del torrente. Non si erano rivolti la parola nemmeno in quell’incontro fugace e inatteso, avevano lasciato che la musica imbastisse un dialogo al posto loro: le voci del bosco, i battiti grondanti di foglie bagnate e neve pesante in bilico, le aperture algide su cieli grigi compatti, quella techno che attingeva a un linguaggio primordiale – nato e cresciuto nelle selve – per rielaborarne i dettami in una deriva sintetica e ballabile. Avrebbero continuato a comprenderla loro, avrebbero iniziato a destreggiarvisi gli altri, ma ciascuno con una chiave interpretativa personale: le radici hanno di volta in volta un modo loro di ancorarsi alle zolle di terreno, e i rami seguono traiettorie proprie per abbracciare, o schiaffeggiare, l’aria.
Il vento del Nord si era placato quel mattino, dopo aver ruggito come una belva feroce, serpeggiando tra gli alberi e percuotendo le vetrate; avevano imparato da subito a prendere familiarità con quegli appuntamenti taciti, quelle attese rilassate nell’intimità di spazi sconfinati e per lo più deserti. Yelena aveva portato in terrazzo un altro paio di bicchieri di gin, col ghiaccio intatto e luccicante. Ne porse uno a Sari e gli si sedette a fianco, accostando gli stivali di pelo grigio agli scarponi marroni di lui sul corrimano, accomodò la guancia destra sul petto del ragazzo e smise di parlare.

Federica Giaccani

Bonobo – Migration

Data di Uscita: 13/01/2017

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La decisione di svegliarmi tutte le mattine all’alba l’avevo presa che facevo appena il liceo e abitavo in un caseggiato di mattoni rossi, circondato quasi completamente da ortensie lilla enormi, così grandi che qualche volta non riuscivo a guardare oltre il muro di recinzione, per via delle ortensie enormi. Dal mio balcone minuscolo, dove avevo imparato a fumare e a guardare la signora del terzo piano che si massaggiava il seno con l’olio di mandorle, vedevo uno scorcio della stazione dei treni in costruzione, ero sicuro che sarebbe stata un’opera enorme, perché non appena aveva cominciato a prender forma avevo visto miriadi di uccelli volarci sopra, a stormi, fermarvisi per raccogliere il resto dello stormo, possibilmente far mente locale e poi dare la comunicazione con quel particolare linguaggio degli uccelli che mi ero sempre immaginato abbastanza liquido, fatto di un sacco di L comunque. Avevo deciso che non valeva la pena di passare tutta la notte in contemplazione della chitarra che non avevo mai imparato a suonare, del Don Chisciotte in due volumi che mio padre, ti prego Giacomo leggilo tutto e fatti una cultura coi classici che non avevo mai letto, dei Topolino che mia madre aveva comprato per rispettare la tradizione e perché pensava che fossi un collezionista serio, e che invece manco quelli mi veniva voglia di leggere. Avevo deciso, e non senza grossi ripensamenti, malumori, sofferenze più o meno mal tollerate, che sarebbe stato il caso di svegliarsi molto presto al mattino, per vedere l’alba e tutto il resto, per osservare gli uccelli che chissà se erano gli stessi dell’anno scorso, ma soprattutto perché la notte portava con sé quella dose di tristezza da doveri non adempiuti, che tanto valeva abituarsi a una vita di sensi di colpa. Non è che avessi ottenuto risultati considerevoli, durante gli anni del liceo, anzi più che altro quei pensieri lì venivano ugualmente a nuotare in zona fronte, ma lo facevano di mattina così avevano tutto il giorno per sedimentarsi. Però avevo visto la stazione svettare sempre più alta tra le ortensie, diventare un monolite con un sacco di spigoli, completamente riflettente, e mi ero domandato cosa avrebbero fatto gli stormi di uccelli, se ci si sarebbero scontrati, confusi dai raggi del sole di novembre, o se avrebbero riconosciuto la propria immagine, invecchiata di anno in anno. Poi mi ero sentito stupido, a pormi questi interrogativi fantasiosi invece di studiare la situazione dello stato di Israele per capirci qualcosa quando se ne parlava alle cene di Natale, poi avevo pensato ancora a quella specie di adesivi ritraenti rondini stilizzate, attaccati ai pannelli in plexiglas lungo le ferrovie, come avvertimento per gli uccellini che avevano voglia di volare basso. Avevo progettato in mente degli adesivi analoghi, ma immensi, per la facciata della stazione.
Qualche anno dopo, avevo cambiato casa ed ero riuscito a trovarne una che affacciava direttamente sulla stazione, permettendomi di guardarla da varie angolazioni. Abitavo completamente da solo, e avevo regalato la chitarra a un mio amico che poi era diventato ricco suonando per strada, venduto i Topolino al mercatino dell’usato in cui avevo conosciuto un uomo che concludeva ogni pasto con una Big Babol e che per questo ne collezionava le carte, ma avevo tenuto il Don Chisciotte perché sicuro mi avrebbe aiutato a rimorchiare sull’autobus. La questione Raniero era venuta fuori diversi giorni dopo il mio trasferimento, quando avevo preso a calci il televisore che non funzionava, ed ero andato a letto senza mangiare, col risultato che avevo anticipato il mio risveglio alle quattro e mezza circa. Era ancora buio, non si sarebbero visti nemmeno i pappagallini verdi che avevano invaso la città, con quell’illuminazione scarsa. Dal piano di sotto avevo sentito dei colpi regolari e fortissimi, come se qualcuno stesse cercando di fare un buco per ricavare un po’ di spazio tra il soggiorno e la sala da pranzo. Doveva essere il signore dell’interno 21, sotto al mio, che mi redarguiva per i miei rumori molesti. Ero tornato a letto coi sensi di colpa dell’adolescenza, cercando di camminare con il bordo esterno dei piedi, così da non far rumore. Per la prima volta dopo sei anni avevo dormito fino alle undici del mattino, poi ero andato a chieder notizie a Ester, la portiera affabile come un caimano digiuno. Aveva solo saputo dirmi che quel tizio si chiamava Raniero (ma molti altri inquilini, negli anni avvenire, lo chiamarono Pamelo e Danielo) e che si faceva il riporto ai capelli. Ci ripenso spesso ora, ma per quando mi sforzi non riesco a ricordarmi il tempo passato nel mio monolocale vicino alla stazione, nemmeno quanti anni fossero stati effettivamente. Ricordo solo che trascorsi il primo periodo a tormentarmi nel letto mentre Raniero bussava dal piano di sotto, con qualcosa che doveva assomigliare ad un ariete da sfondamento, o al tronco di un acero bicentenario, chiedendomi se non fosse il caso di comprare un trapano da asfalto e semplicemente piombargli in salotto, oppure preparare delle torte dall’aspetto meraviglioso e poi riempirle di paracetamolo così da incastrarlo sulla tazza, o costringerlo a grandi sudate per poi farle scendere sul suo balcone e aspettare che cadesse nel mio tranello.
Una notte, che passai in preda ai deliri della febbre, perché ero stato colto da un temporale, mentre camminavo beato costeggiando un cimitero monumentale, sognai il vicino dell’interno 21 che si arrampicava sul muro, e poi sul soffitto e che camminava avanti e indietro con scarpe altissime, col tacco spesso. Un’altra ancora, mentre facevo l’amore con una ragazza con gli occhiali, mi parve che stesse dissodando con un trattore il pavimento del suo salotto che mi ero sempre immaginato pieno di animali impagliati. La ragazza con gli occhiali era andata via molto traumatizzata, e io avevo guardato gli uccelli dalla mia finestra, ancora steso sul letto, mentre il vicino dell’interno 21 decideva di tirare al piattello nel corridoio di casa sua e avevo pensato al tempo in cui tutto era silenzioso, e perfetto, come la stazione dei treni altissima nel cielo, grande specchio per gli uccelli migratori confusi, e avevo pensato a come è facile dimenticare il silenzio, quando un rumore diventa costante.
Quando avevo smesso di rispondere al telefono mia madre aveva fatto irruzione in casa mia e, scoperta la causa delle mie occhiaie, e accortasi che avevo costruito una specie di punto di ristoro per gli uccelli che migravano, sul mio balcone, col risultato che ormai assomigliava più che altro ad un letamaio, scrisse una lettera a Raniero chiedendogli un incontro formale.
Raniero non rispose mai.
Quasi cinque anni dopo, quando ormai avevo cominciato a ignorare Raniero, e mi ero comprato dei bonghi, ebbi la sorpresa di non sentire alcun rumore proveniente dall’interno 21. Il silenzio andò avanti per giorni. Seppi da Ester, dopo circa una settimana, che il signor Raniero dell’interno 21 si era andato a schiantare dritto dritto contro uno dei pannelli della stazione dei treni, uno di quelli riflettenti, che impedivano di guardar dentro e vedere gli impiegati a lavoro. Mi ero sorpreso a sospirare con una lacrima che insisteva dietro la palpebra destra, mi ero sorpreso a ripensare agli enormi adesivi a forma di uccello che un giorno, anni prima, avrei voluto creare per gli stormi che migravano. Mi ero sorpreso a chiedermi se il signor Raniero, nella superficie riflettente, ci avesse visto lo stesso signore dell’interno 21 che vedeva l’anno prima, e se non fosse stato quello il motivo del suo schianto.

Giorgia Melillo

Brian Eno – Reflection

Data di Uscita: 01/01/2017

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Nei muri della stanza si aprono bolle di strana materia, probabili buchi neri o bizzarri portali sferici che attraggono e portano il pensiero verso altre dimensioni; queste bolle restano aperte per pochi secondi dopodiché si chiudono lentamente e lasciano un dubbio sulla possibilità di ciò sarebbe accaduto con l’entrata nella sfera.
Respiro profondamente, facendo lavorare il mio pigro diaframma, e conduco la mia mente a uno stato di distensione che la porta a riflettere con maggiore lucidità sulla mia eventuale scelta: entrerò.
Si crea una bolla al centro del muro che ho di fronte, in basso, alta quanto me, e decido che quella sarà la sede del mio azzardo. Quando la sfera si richiude mi ritrovo in un infinito spazio nero dove, sfidando qualsiasi legge chimica e fisica, non ho più respiro ma le mie funzioni vitali rimangono inalterate.
Il mio corpo vaga in questo spazio indeterminato e solo con grande fatica riesco ad assumere una posizione eretta, facendo finta che possano esistere categorie spaziali e temporali convenzionali, umane, illudendomi di non essere in uno spazio sovraumano, oltreumano. Il mio sforzo di categorizzazione mi premia e sotto ai miei piedi comincia a formarsi un pavimento variegato, con antiche lastre di pietra che si mischiano a piastrelle di cotto a nido d’ape, al pavimento a “terrazza veneziana”, a lastre di marmo bianco con eleganti venature, a strane superfici di marmo blu brasiliano, a pavimenti simili a quelli delle case in cui ho abitato. Lentamente cominciano a formarsi pure alte mura e la meraviglia mi ricopre quando vedo alzarsi grandi colonne che fanno partire ogive coprendo questa grande stanza, questa sala nata dal nulla. Ora tutto è illuminato, sono all’interno di un edificio inconsueto, sono al chiuso.
Chiudo per qualche secondo gli occhi e quando li riapro vedo centinaia di mie copie, ognuna vestita in modo leggermente differente, con lievi differenze nel modo di camminare, di respirare, di guardare le cose, di osservare. Chiedo a uno dei miei sosia chi sia, ma questo non mi risponde; tra la folla mi si avvicinano alcuni e il più interessato di tutti mi vuole dare una spiegazione di quello che ho attorno:
Noi non siamo tue copie, noi siamo te. Sappiamo che tu hai sempre pensato di essere tre, trecento, tremila differenti io e ti possiamo dire che avevi ragione, questa è una delle poche verità che sei riuscito a svelare fin da ragazzo. Questo luogo che vaga nell’universo, consistente solo nella tua coscienza e negli atti della tua vita mortale, è la stanza della tua mente e tu hai avuto il coraggio di entrarci dentro, sfidando quello che è ormai il consolidato orrore che gli uomini hanno di sé stessi, la non volontà degli esseri umani di guardarsi dentro, preferendo gettarsi in un vento che porta all’inconsapevolezza e al malessere, alla paura. Ora che sei nella stanza della tua mente, con gli occhi semichiusi, puoi sederti su quel trono scavato da un albero e puoi riflettere su ognuno di noi o sulla nostra totalità e sono certo che la tua riflessione creerà un suono semidivino, un’eco dalla memoria arcana, che può riportare al sacro suono generato nella creazione dell’universo.
Vado a mettermi su questo scabro ed essenziale trono di legno e i miei occhi lentamente si chiudono, deponendomi su una barca al centro del calmo oceano della riflessione – oceano che è calmo solo in superficie, mentre nel suo fondale oscuro si agitano violente e potentissime correnti –. Non so per quante ore o giorni o mesi dura la mia riflessione ma quando mi sveglio tutto è cambiato: la stanza sembra una semplice e imponente cattedrale romanica con i pavimenti in pietra e un odore fresco. Tutti i miei io lentamente, con un elegante danza di luci, si congiungono in una enorme sfera nera, densa, che con un vibrante suono esplode e tinge il pavimento e tutti i muri, fino a farli scomparire e a farmi ritrovare nell’infinito spazio nero dove ero all’inizio di tutto. Anziché essere confuso sento dentro di me una scandalosa pace, un’unità mai provata e pensata nella mia vita precedente; questo nuovo stato si accresce ancora alla vista di una bolla di luce a pochi metri da me, verso la quale mi dirigo nuotando nel nulla, fino ad entrarci dentro in posizione fetale, aspettando ciò che la luce riserva per me. Mi ritrovo sul mio letto come fossi rinato, rigenerato da una distruzione danzante, da un dialogo definitivo tra luce e oscurità. Il mio respiro è naturalmente profondo, la mia bocca è autenticamente sorridente, la morte giace serena a pochi metri da me, sapendo che non la temo, che potrei baciarla sulla bocca per poi tornare a questa mia nuova vita senza la minima angoscia o addirittura che potrei portarla con me, tenendola per mano, riuscendo a vivere nella serena coscienza della mortalità, del poco tempo che abbiamo – perciò prezioso –. Leggero come la geometria di uno stormo d’anatre migranti mi levo dal mio letto e sento un’energia nuova, una volontà più agile e leggera. Sono vivo, sono nel presente, sono uno e so che sono soltanto una parte e che tutto ciò che scorre in qualsiasi forma vivente è me. Io non sono fratello della sanguisuga perché sono la stessa sanguisuga, così come sono il mio vicino che mi odia, così come sono una tigre, un lombrico, un solitario tasso, un allegro codirosso, un pesante rinoceronte, una megattera, un coleottero, una quercia, un cane, un asparago, un lichene, ma anche una roccia, una cascata di piombo fuso, una nube sulfurea, un soffio di polline, un ragno, una zolla di terra, un prisma. Mi sono scolpito risolvendo la mia complessità in una semplicità essenziale che mi fa nuotare nel mare dell’oscurità nello stesso modo in cui volo nel cielo della luce. Le mie mani sono dure ma ancora sensibili, mi dicono che forse sono libero perché liberatomi dalla stessa libertà.

Marco Di Memmo