monthlymusic.it

Top Ten 2016 – Filippo Righetto

1. Leonard Cohen – You want it Darker

Data di Uscita: 21/10/2016

Leonard-Cohen-You-Want-It-Darker

Il vecchio ponte ribaltava la sua immagine deformata sulle acque del fiume, lo aveva sempre fatto, anche nelle stagioni più aride. La traiettoria del sole modificava il riflesso, che a mezzogiorno era quasi inesistente. Da ragazzini io e Doug ci nascondevamo tra le putrelle della reticolare a rollare sigarette, scimmiottando i movimenti sicuri delle mani degli adulti che sfornavano cilindretti perfetti, al contrario dei nostri ricurvi, col tabacco che spesso si disperdeva dai punti in cui la saliva non aveva ben attecchito. Le barche scivolavano lente sotto i nostri piedi ciondolanti nel vuoto mentre qualche camion trasportava bestiame alle nostre spalle facendo vibrare l’asfalto.
Il vecchio ponte non poteva parlare, ma se avesse potuto avrebbe raccontato una ad una le storie che ha visto passare negli anni lì intorno. Come quando mio padre finì nei torbidi gorghi al di sotto dopo una rovinosa caduta: aveva alzato il gomito al bar durante un’interminabile partita a carte e il whisky gli aveva presentato un conto salato, fatto di fango e acqua putrida. Come quando qualcuno, tra quella manciata di case, vinse alla lotteria nazionale e vennero truppe di giornalisti d’assalto alla caccia del fortunato, che ovviamente si era già dileguato chissà dove. Come quando la gente moriva, e i cortei funebri procedevano con lentezza da una riva all’altra, in processione verso il cimitero, e i parenti confusi dal pianto erano indecisi se continuare a pregare o porre fine ai supplizi interiori gettandosi a loro volta dal parapetto.
L. non aveva mai cambiato posizione, il tempo spazzava via vite e abitudini ma il suo culo lo avresti sempre trovato accomodato all’angolo della sala piccola del bar, nella penombra, con i pizzi delle tendine alle finestre che tracciavano sagome improbabili sul suo volto e si sovrapponevano ai lineamenti, alle rughe. Scriveva libri e canzoni, le righe dei quaderni si mischiavano con quelle del pentagramma e ne uscivano fuori delle storie che parlavano al cuore. Non c’era persona che non lo rispettasse e lo stimasse in paese, perfino il burbero chiacchierone Sam aveva imparato a tacere i mugugni dinnanzi a lui per lasciare posto al silenzio e a un cortese inchino del capo. L. appuntava cose sparse nei suoi taccuini per poi riordinarle in quelle righe magiche, ogni tanto interrompeva il lavoro per intavolare delle piacevoli conversazioni con Megan al bancone, o con qualche avventore; sapeva di fascino ma anche di genuina umiltà. Questo lo ha da sempre contraddistinto in questo dipinto in chiaroscuro, nessuna ombra caricata di artificiosa inquietudine, nessuno sfoggio, nemmeno quando il suo nome iniziò a comparire nelle radio e nei giornali e a diffondersi a macchia d’olio, per guadagnarsi il suo meritatissimo spazio nel mondo.
Il vecchio ponte era stato rinforzato durante l’estate, un paio di enormi profili metallici agganciati all’intradosso per tutta l’estensione, da sponda a sponda; quell’acciaio luccicante accanto alla ruggine dei vecchi bulloni e all’ossidazione di correnti e diagonali pesava come gli anni che ci portavamo sulle spalle. L. lo sapeva, lo aveva chiaro in testa più di tutti noi gente comune di braccia e mani ruvide dal lavoro, ce lo andava semplificando tra parole e note, e la sua voce calda e roca addolciva l’amaro in bocca di questa ovvia fragilità e caducità dell’esistenza. Un monito gentile che andava porgendoci dal primo giorno in cui lo avevamo sorpreso a comporre, ancora giovane come lo eravamo noi, tra un caffè e un giornale ripiegato accanto al cappello di ordinanza. Lui lo sapeva.
Il vecchio ponte era stato addobbato a festa, con nastri bianchi annodati attorno al ferro, ché il paese intero si stava preparando per celebrare i suoi nuovi racconti sonori; c’erano fiori sparsi, c’erano persone accorse da lontano per una sana curiosità e c’erano strumenti apparecchiati sul selciato del municipio. Questa coralità della vita nella comune provincia era la sola cosa che rimpiangevo da quando mi ero spostato in città, e ogni volta che il mio treno tornava sui suoi passi tra quelle vie disordinate e quella sincera umanità mi sembrava quasi di compiere un balzo all’indietro nel tempo. L., nei suoi modi discreti e quasi schivi nel prendersi meriti, si era scansato dai riflettori naturali del sole di ottobre addossandosi al muro intonacato di un pallido verde; coriste e musicisti, al contrario, si erano ben amalgamati agli abitanti locali e l’ilare chiacchiericcio riempiva l’aria, come un preludio al pomeriggio che di lì a poco sarebbe proseguito in musica. Le storie recenti coprivano lo spazio di una mezz’ora abbondante, e apparivano come una narrazione ibrida tra parlato e cantato; nessuna costruzione complicata e ostentativa, dolci ballate dove chiarori e oscurità si spartivano la scena senza sovrastarsi tra loro, in un delicatissimo equilibrio sul filo parimenti alla vita e alla morte. Panorami sconfinati e tangibili, terreni e spirituali, interrogativi esistenziali, la fede, l’amore; i cori femminili gettavano un simbolico conforto, nonostante i suoni limpidi delle chitarre e degli archi fossero attraversati da un incedere cadenzato al pari di un accompagnamento per un commiato finale, allegoria di cattivi presagi musicati da confessioni e preghiere redentrici. Difatti, quello che nessuno sapeva, e – ironia della sorte nemmeno L. – è che quegli addobbi, come erano stati affissi per una festa avrebbero suggellato di lì a poco una tristissima, improvvisa, dipartita.
Il vecchio ponte luccicava sotto il ticchettio persistente della pioggia, e il feretro procedeva portato a spalle dai musicanti del paese per essere deposto sotto una candida croce marmorea, accanto ad altre simili, nell’angolo nord-orientale del cimitero; la sinagoga era troppo piccola per ospitare la funzione religiosa, considerata la straordinaria partecipazione collettiva. Tuttavia la veglia della notte precedente gli aveva assicurato la luce e il calore dei ceri accesi, e l’ombra per un intimo abbraccio privato. Nessun canto sacro in senso stretto, le note di L. erano la giusta compagnia, anche nel dolore, anche per se stesso. E in fondo avremmo continuato a pensare che un po’ se lo sentiva, “I’m ready, my Lord”.

Federica Giaccani

2. David Bowie – ★ [Blackstar]

Data di Uscita: 08/01/2016

David Bowie - ★ [Blackstar]

“Per rinascere devi prima morire!”
Ad una velocità che pareva supersonica l’astronauta Tom cadeva giù dalle nuvole, insieme a quel Sir. D. B. che nel frattempo gli urlava contro, o forse voleva solo consolarlo ma a quella velocità lì si poteva solo urlare, per farsi capire.
“Per scendere sulla terra rotonda, bisogna prima volare!”
Da dove DIAVOLO venisse quell’individuo non lo sapeva nessuno. Non lo sapeva l’astronauta Tom, che nella navicella con cui avrebbe dovuto raggiungere il pianeta Marte non lo aveva mica visto. E se non lo aveva visto significa che non c’era, poiché l’equipaggio delle navicelle spaziali è molto ridotto: ci si conosce tutti.
“Come puoi ancora sorridere, se prima non avrai pianto?”
Insisteva, Sir D. B. Insisteva nel guardarlo cadere giù, insisteva con quella sua voce così potente e delicata, forte e posata, protagonista ma non invadente. Insisteva poiché sapeva che l’astronauta Tom stava sbagliando tutto.
“Per rinascere ti dico che devi morire!”
Si sbagliava l’astronauta Tom, così come si era sbagliato il profeta mentre recitava i versi de LA STELLA, poiché aveva creduto alle parole di Satana scambiandole per quelle dell’arcangelo Gabriele. Gabriele era allora intervenuto per rimettere a posto le cose, e lo stesso stava facendo Sir D. B. con l’astronauta Tom: rimetteva a posto le cose.
L’errore stava tutto nella scelta dell’astronauta Tom di andarsene dal pianeta Terra; non che le sue ragioni fossero di poco conto anzi, ne aveva ben donde. Non si era mai sentito in vita sua un essere mondano, una creatura terrestre. Con il passare degli anni il senso di alienazione con cui conviveva fin da prima dell’adolescenza era divenuto talmente insopportabile che non trovava altra soluzione da quella di andarsene lontano.
Molto lontano.
Su Marte. Era convinto che la vita su Marte fosse di gran lunga migliore di quella sulla Terra o, quantomeno, più vicina alle sue corde.
Sbagliato! Gli uomini non sanno che la soluzione a questo tipo di problema non è la fuga. No.
Quella che Sir D. B. cercava di fare era convincere l’astronauta Tom delle meravigliose potenzialità della RINASCITA. In sintesi: invece di salire su una navicella e volar via verso un’odissea spaziale di dubbia riuscita bisognava morire.
Per poi rinascere, ovviamente.
Ma rinascere come?
Rinascere IMMORTALI.
Con la sua dipartita, l’astronauta Tom avrebbe fatto perdere ogni sua traccia, e tutti se ne sarebbero presto dimenticati. E in cambio di che cosa??
Della desolante realtà marziana. O di un’eterna deriva nello spazio, verso i confini dell’universo. Ne valeva davvero la pena??
Secondo Sir D. B. no, non ne valeva affatto la pena; l’idea di scomparire per sempre può sembrare davvero geniale in certi momenti, ma con il passare del tempo può capitare di pentirsene e non si può tornare indietro.
Meglio morire immolandosi alla più nobile delle cause; morire per rinascere è una delle cose più difficili che l’uomo possa fare, poiché prima di morire bisogna realizzare qualcosa di davvero memorabile. Qualcosa di gigantesco. Qualcosa di iconico. Magari un’opera d’arte, una legge rivoluzionaria; si può scoprire una terapia per un male incurabile o si può trovare una soluzione al problema della fame nel mondo. Si può ristabilire la pace fra paesi in guerra, si può scrivere un romanzo meraviglioso oppure si possono cantare canzoni stupende.
Sono tantissime le cose che si possono fare su questo pianeta, basta sceglierne almeno una e subito la vita mondana si cuce perfettamente addosso persino al meno mondano degli uomini. Anche all’astronauta Tom.

Giulia Matteagi

 

3. Agnes Obel – Citizen of Glass

 

Data di Uscita: 21/10/2016

Agnes Obel – Citizen of Glass

Le fece cenno di entrare e di accomodarsi. In un attimo le avrebbe offerto qualcosa da bere. Un’aranciata se ne ha, per favore. Ecco. Grazie. Non aspettava nessuno quel pomeriggio. La mancanza di aspettative lo lasciò libero di non sorprendersi quando, una volta aperto, trovò lei dall’altro lato della porta. Vestita di una tuta, i pantaloni infilati nei calzini, le ciabatte di un verde pistacchio ormai forse un po’ spento. I capelli lasciati liberi di sciogliersi sulle spalle. Gli spartiti che le aveva prestato tra le braccia. Dodici anni indossati su una postura composta, contenuti in atteggiamenti misurati, in un riserbo sfoggiato in punta dei piedi per non disturbare. Non sentì l’urgenza di chiederle spiegazioni circa quella visita non programmata. D’altronde era abbastanza anziano da non avere più alcuna fretta di ottenere risposte che intuiva sarebbero comunque arrivate. Mi chiedevo se potessimo anticipare ad oggi la lezione. Non sono sicura di poter venire la prossima settimana. Assentì con un morbido cenno del capo. Lei quindi scolò l’ultimo sorso di aranciata e posò il bicchiere sul tavolo. Contemporaneamente si alzarono, con l’intesa di due attori che avevano provato e riprovato una scena per renderla il più naturale possibile, e si mossero nel soggiorno per iniziare. Controllò che lo sgabello fosse regolato per l’altezza giusta pur sapendo che nessun altro aveva suonato quel pianoforte dall’ultima volta che era stata lei ad accarezzarne i tasti un paio di giorni prima. Riconosceva nel gesto della sua unica studente l’esigenza di definire il proprio spazio, di tratteggiare i propri contorni, di astrarsi per un po’ dalla quotidianità e da tutto ciò che questa comporta. Cominciò a suonare gli esercizi che avevano lasciato in sospeso, non ancora rifiniti, l’ultima volta. Quel pomeriggio però fluivano già più solidi, sicuri. L’assenza di sbavature dell’esecuzione lo compiaceva e ad ogni lezione non poteva fare a meno di stupirsi dei progressi che compiva pur non avendo a casa un pianoforte sul quale esercitarsi. Lei era la prova, che lui per una vita aveva cercato, che non è il sacrificio ma la necessità ad imprimere l’anima nelle note. Lei, mentre lui incastrava questi pensieri come pezzi di un puzzle nella sua mente, rimaneva concentrata, deliziata dall’avere finalmente dei tasti da premere, invece di proiettare bianco e nero sulle listarelle del parquet nell’intimità della propria cameretta. Prima, quando ancora non andava a lezioni di musica, quelle listarelle del parquet erano la coperta di una nave. Lei ne era il capitano che soffriva la terraferma. Il mare aperto era il suo porto sicuro quando al di là di quella porta che la separava dal resto dell’appartamento infuriava la bufera. Il soggiorno di quell’uomo che abitava dall’altra parte del pianerottolo invece, era ora la sua isola deserta. Rifugio non riportato su alcuna carta nautica. Il punto più distante da qualsiasi orizzonte. Il suo agio in quell’ambiente traspariva sincero, tanto che lui più volte, in passato, aveva avuto il timore di essere invadente. Una volta però prese le dovute misure, aggiustate le distanze, aveva trovato il suo posto. Un po’ defilato, ma comunque al suo fianco, la lasciava sbagliare e correggersi da sola, e solo a pezzo concluso si permetteva di consigliarla, di suggerirle come avrebbe potuto ancora migliorare. Con lo sguardo seguiva le dita dell’allieva e con un minimo sforzo di immaginazione ne imitava i movimenti, puliti, senza quei tremori che lo trattenevano dallo sfiorare di nuovo quella tastiera. In quei momenti, in cui lei volteggiava tra scale e arpeggi, in cui lui con un cerino le illuminava la strada, tutto rimaneva in equilibrio, come sospeso. La lezione si concluse ed entrambi, ognuno a modo suo, ognuno per le proprie ragioni, si ritrovarono ad essere riconoscenti per quell’ora appena conclusa. Prima di andarsene, lei si frugò nelle tasche e ne tirò fuori alcune banconote stropicciate che sembravano essere state estratte da un salvadanaio d’argilla. La prossima volta. Provò a rifiutare lui. Lei con un sorriso che forse non c’era scosse energicamente la testa e gli mise i soldi nella mano che non riusciva a stare ferma. Salutò e si avviò verso casa. Lui richiuse la porta nella certezza di non sapere se e quando un’altra volta ci sarebbe stata.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Radiohead – A Moon Shaped Pool

 

Data di Uscita: 08/05/2016

Radiohead - A Moon Shaped Pool

La chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

“Ecco il suo strumento, adattato per le condizioni richieste, può portarlo tranquillamente in orbita” mi ha detto quel buffo ingegnere che mi ha consegnato il legno.

Dall’oblò si vede già la bianca meta, manca poco e sarò il primo musicista ad aver suonato sulla luna. La gente sotto di me si aspetterà un Neil Young blues col cappello di paglia e spiga di grano tra i denti, sotto il casco, invece riceverà qualcosa di diverso, di minimale ma sofisticato, di algido ma emozionante.

Faccio le prove al buio, mentre i miei compagni di viaggio sono tutti a pranzo nel modulo sopra al mio. Da qualche giorno non ho appetito, mangio giusto il necessario. Ma sto bene, mi avevano avvertito riguardo la probabile inappetenza durante il volo.

Siamo a dieci metri l’uno dagli altri, ma separati da un portellone a chiusura ermetica che gli ho pregato di non aprire quando suono. Ci si sente soli in una maniera strana, quassù, l’ho capito solo ora. Eppure è una condizione perfetta per comporre musica, al mio ritorno avrò idee per almeno 3 o 4 dischi.

Ma ora quello che importa è lo show lunare. Il primo pezzo sarà lungo 6 minuti e 26 secondi, l’ho chiamato “Daydreaming”. Spero che possa essere compreso, rappresenta quello che sono io in questo momento, c’è la malinconia che mi ha spinto in questa avventura, quella che è l’antidoto della tristezza.

Naturalmente io suonerò per davvero, anche se nessuno dei miei amici sentirà niente; gli abitanti della terra vedranno delle immagini sfocate, sulle quali saranno aggiunti i suoni che sto registrando in viaggio. Strana operazione, starete pensando, ma è l’unica possibile perché lassù nessun battito si propaga.

Quindi tengo a mente la lunghezza complessiva di tutti questi scheletri ritmici che ho composto e che eseguirò in mezzo alla polvere. Mi immagino già i miei compaesani canadesi in costume da bagno, ad ammirare il concerto davanti la tv portata in giardino, a debita distanze dalla loro piscina a forma di luna…

Eh sì, la chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

Maurizio Narciso

5. Motta – La fine dei vent’anni

 

Data di Uscita: 18/03/2016

motta

La fine dei vent’anni

(Vista da un ragazzo che, di anni, ne ha ventinove)

Ricordi quella sera di Marzo di sei anni fa? Milano era piena di persone, di strade, perché era solo in quelle occasioni speciali, in cui bisogna fare la fila anche solo per attraversare le strisce pedonali, che ci rendevamo conto di quanto fosse densa quella città. Prima di mezzanotte avevamo incontrato l’idea di un artista che aveva attaccato una ruota e due manici ad una panchina, e tu, Arianna, Matilde e un profugo con fissa dimora appena incontrato, ci eravate saliti sopra, ed io a spingere, motivato dalle vostre urla. Dopo mezzanotte sapevo che quel mal di schiena era un’ernia lombare, e me la sarei portata dietro per il resto della mia vita.
Quel dolore si ripresenta spesso, A., basta dormire in un letto scomodo, che non mi appartiene, come ho fatto negli ultimi giorni.
Io penso che, tra un anno, avrò ancora mal di schiena, solo per un altro motivo. E guardandomi indietro, saprò se avrò scavalcato un muro, o solo un gradino.
La fine dei vent’anni deve essere un po’ come la notte appena passata, dove il vento parla e cerca di spegnere le candele attraverso finestre chiuse. Il mattino dopo ti svegli e ti rendi conto che quasi tutto è nello stesso posto del giorno prima. Qualche vaso è caduto, qualche transenna si è appoggiata al marciapiede, ma le cose importanti sono ancora tutte. Le nuvole sono sparite, ma avrai tempo di farne crescere di nuove.

C’è un sole perfetto,
ma lei vuole la luna.

(Vista da una donna che, di anni, ne ha trentacinque)

Ricordi quei mesi turbolenti in cui il tuo cielo era limpido mentre il mio pesante di pioggia in potenza? Mi hai sempre derisa per la smania di cedere a bilanci periodici ma la fine dei vent’anni mi stava alle calcagna e il panico mi riempiva di domande i sogni e di lacrime i mattini. A posteriori, non credo che sia stato quello ad allontanarci, quel periodo, ma non lo saprò mai. E in fondo cosa importa?
Milano è sempre stata brava a confezionarmi le lune quando mi stancavo dei soli, e viceversa. L’unica cosa che non mi è mai venuta a noia era ascoltarti suonare la chitarra, o quelle sere in cui mi portavi in un locale a caso a vedere qualcun altro che suonava, quello mai. Da soli o in mezzo alla gente, non faceva differenza; lo dici anche tu che questa città è talmente densa da ritrovarci le persone, comunque, addosso.
F., ci siamo persi e ci siamo anche ripresi, le cose vanno spesso così ma non era detto che sarebbe nuovamente decollata. C’era bisogno di un cambio di prospettiva dalla mia parte, di accorgermi che il punto di arrivo non fa rumore ma imprime un sorriso di consapevolezza, una volta circumnavigata la boa e intrapreso il tratto successivo del percorso.

Partiti da lontano.
E di colpo arrivare ad essere contenti.

Come quando ho sognato per mesi Berlino per poi accorgermi che il mio posto nel mondo, in quel momento, sapeva di salsedine, strade piccole e provincia. Sei arrivato subito da me col treno, la sera stessa, e ti ho mostrato come il molo annegava nel mare e ti emozionasti come un bambino. Poi ovviamente tornasti a Milano, ma ormai sapevo chi ero, cosa volevo, e tu facevi parte del quadro.

E d’improvviso ti accorgi
di tutto quello che vuoi,
metti a posto i ricordi per fare un giardino
e la tua aspettativa d’indennità.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

6. The Caretaker – Everywhere at the End of Time

 

Data di Uscita: 22/09/2016

The Caretaker - Everywhere at the End of Time

My heart will stop in joy

Era il diciotto novembre di un numero incalcolabile di giorni fa, per chi, come me, pensa che un anno sia composto da una successione di ricordi e non di ore. Andavamo alla deriva in un tiepido pomeriggio senza nome, con i nostri pensieri mossi dal vento come dei fiori cardinali senza la protezione di una siepe.
Facciamo un gioco, hai voglia? Pensiamo a delle cose belle e transitorie. Ne diciamo una a testa, l’altra persona può decidere se approvare o meno, motivando il suo giudizio, e alla fine chi ne ha dette di più vince. Cosa vince? Vediamo. Vince una delle cose che ha detto. Sei pronto? Inizio io. Un sorriso. Tocca a te. Una foglia che cade. L’ultimo cucchiaino di un vasetto di cioccolato. Ma questa non è una cosa bella in sé. Non deve essere qualcosa che solo gli occhi possono percepire, tutti i sensi reali o immateriali sono validi. Ed immagino che, finché vivremo insieme, nessuno dei miei sensi “reali o immateriali” riuscirà mai a provare questa gioia mistica. Esatto. Allora dico… la mia canzone preferita che passa alla radio? Di nuovo esatto! Tocca a me. Una madre che allaccia la scarpa a suo figlio. Ti amo. Obiezione vostro onore, queste parole possono avere un significato che permane anche dopo che sono state pronunciate. Dipende dal tipo di persona che le dice. Ma io lo so che tipo di persona sei, quindi ti dico che non vale. Allora… un primo appuntamento in una stanza senza orologi.
Mi guardasti, ma i tuoi occhi non vedevano un uomo di quarant’anni con una camicia di jeans ed un sorriso provocante. La cornice dei giardini delle Tuileries si spense portandosi dietro l’odore di erba calpestata ed il rumore di guinzagli che scappano di mano, trasformandosi in solidi mattoni rossi che si nascondono timidi dietro i muri, per lasciare la giusta intimità a due ragazzini davanti ad un’enorme coppa di latte e gelato. Quel giovane uomo davanti a te, con quattro brufoli sul mento e un’odore di dopobarba rubato, ti stava dicendo che la signorina Rosetta aveva paura di invecchiare, e per questo nel suo caffè aveva nascosto tutti gli orologi. Nessuno, nemmeno quella voce monotona e sincopata che scandisce il tempo, potrà dirci che è venuto il momento di lasciarci.

Quel locale poi è diventato nostro, dopo il numero di anni che i nostri figli hanno speso per nascere e per andarsene. Non abbiamo sostituito le maniglie, e alle crepe sui muri si sono aggiunti i piatti rotti. Abbiamo appeso dei vecchi rulli di pellicola alle tubature a vista, srotolando quei lunghi metri di storie e immagini che, con voce invisibile, raccontavano di un passato remoto alle persone sedute ai tavoli in ferro battuto. Chiedevamo a chi scriveva, su un foglio, un taccuino, o anche solo un tovagliolino di carta, di leggere quelle parole. Alla fine il conto lo pagava la casa, anche se lo scrittore si era rifiutato descrivendo quell’attività come privata. Le nostre giornate scivolavano via in questo modo, tra musica di cento anni fa, parole appena nate e chiavi perse senza essere mai state trovate.

Buonasera Daniela, si accomodi. Si sente bene? Mia madre ha più o meno la sua età, magari avesse la sua energia! È sempre in casa da sola, da quando è rimasta vedova. Volentieri, le dirò di passare dal suo bar allora. Caffè, pardon.
Allora… come si sente, sul serio. Dorme bene la notte? Si, alla sua età è normale. Le capita mai di non riconoscere il luogo dove si trova, o di avere come dei…buchi, delle assenze momentanee, in cui non ricorda con esattezza cosa sia successo?
Ha difficoltà a ricordare il nome dei suoi figli? No ha ragione, capita a tutti. Si è offesa per la domanda? Siamo qui perché suo marito è preoccupato, Daniela. La vedo spesso aprire i cassetti del locale, rovistando con la mano, senza guardare dentro. Quando le chiedo cosa stia cercando mi risponde sempre allo stesso modo. La chiave, quella piccola, d’ottone sbiadito. Se le domando a cosa serva lei mi risponde “non essere sciocco, apre una serratura, come tutte le chiavi”. Sono parole di suo marito. Dice che negli ultimi mesi questi eventi sono aumentati di frequenza.
Per favore, non pianga. Suo marito la ama e no, non pensa che lei sia pazza.
Si sente meglio? Perfetto.
Facciamo un gioco, ha voglia? Lei ora andrà nella stanza qui di fianco, dove il mio assistente le farà vedere delle immagini, e lei dovrà solo dire cosa le ricordano. Semplicissimo no?
Allora ci rivediamo tra poco.
Arrivederci Daniela.

Filippo Righetto

 7. Nicolas Jaar – Sirens

 

Data di Uscita: 30/09/2016

Nicolas Jaar – Sirens

Rimossi le ragnatele e la polvere come se stessi scartando un regalo. Quella scatola ritrovata per caso era stata nascosta dal passare degli anni e dall’accumulo di cianfrusaglie che ne consegue. Più volte mi sono interrogato su questa mia propensione a conservare oggetti privi di un vero significato ma non sono mai riuscito a darmi una spiegazione. Volantini di serate alle quali non sono mai andato. Ninnoli di cui qualcuno voleva disfarsi. Piccoli cimeli trovati per strada. Di alcuni sono sicuro di averli tenuti perché convinto segnassero un momento che per qualche motivo ritenevo importante e di cui invece non tengo memoria alcuna. Altri, invece, si sono ritrovati nella mia stanza per il semplice fatto di soddisfare la mia idea di estetica. Ciò di cui sono sicuro è di non aver mai catalogato niente. Catalogare mi annoia e non trovo dia a questa stratificazione di caos nessun significato illuminante. E trovare il cuore di gettare qualcosa è sempre difficile Mi sembra di commettere un torto nei confronti di un me stesso ormai passato. Eppure sono sicuro che non me ne vorrebbe. Come io ora non ne vorrei ad un me futuro che decidesse di buttare quel biglietto del cinema che da una settimana mi guarda dal comodino sul quale l’ho lasciato.
Quella scatola un tempo conteneva un televisore. Un modello ormai superato ma non poi così vecchio. Le scritte in spagnolo suggerivano fosse stato acquistato in Cile e che mi avesse poi seguito quando feci ritorno in America. Dentro trovai un piccolo tesoro. La sorpresa di ritrovare delle cassette datate lo scorso millennio fu inebriante. Mi sentii come Schliemann di rientro a casa da degli scavi in terre lontane. D’improvviso mi avvolse quella stanchezza che prende dopo un interminabile viaggio una volta messo piede tra le tiepide mura domestiche. Subito dopo venni pervaso dal sollievo del ritorno. Quindi, con il sorriso tra le labbra, mi si inumidirono gli occhi.
Tra i vari oggetti che ho conservato pur nella convinzione che non mi sarebbero più tornati utili ritrovai un adattatore VHS-c/VHS ed un videoregistratore. Le memorie più vivide che conservo di quest’ultimo, sorprendentemente, erano memorie tattili. I tasti, la cassetta che ti viene gentilmente strappata dalle dita, le vibrazioni, convulsioni meccaniche, mentre il nastro ritornava tra le mani. Reperire i cavi ed un computer non fu il benché minimo problema.
Il video era pervaso da quella luce particolare che ha cessato di esistere all’inizio di questo secolo quando la qualità video ha cominciato con ambizione ad avanzare verso l’alta definizione. Sullo sfondo il muro di un piccolo appartamento newyorkese. Con una voce squillante rispondevo a mio padre. Gli raccontavo una storia. Ed era colorata. Ed era variopinta. Fu chiara, in quel momento, la distanza che aveva dovuto percorrere la mia musica per arrivare fino a qui oggi.

Había una vez un pajarito que estaba volando.
Y ahí, había un señor con una pistola muy grande e hizo así
[…]
Y ahí, estaba caminando en un pastel muy chiquitito,
y estaba cantando. Y ahí vino un leòn! Caminando y… Roaaaar!

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Federico Albanese – The Blue Hour

 

Data di Uscita: 15/07/2016

Federico Albanese - The Blue Hour

 

Tout enfant, j’ai senti dans mon coeur deux sentiments contradictoires:
l’horreur de la vie et l’extase de la vie.
Charles Baudelaire

Nell’ora blu, nel momento in cui il mondo mette la maschera della notte, arriva veloce il brivido del vuoto; tra cuore, stomaco e diaframma danza con passo solenne e distaccato la vertigine del nulla. Tra la folla si avverte l’onda della solitudine e di colpo la mano stringe una mano non più viva ma marmorea, dura e delicata allo stesso momento. Forse è quello l’attimo in cui si decide di partire, viaggiare, migrare in cerca degli anelli che mancano, dei due cerchi di titanio che devono legare gli organi tremanti.
Fin da bambino ho sentito nel mio cuore due sentimenti contraddittori: l’estasi della vita e l’orrore della vita. Nell’ora blu questi due sentimenti si mischiano e danno vita a un gigante malinconico che vorrebbe piangere e urlare, sparare in aria e ballare senza inibizioni come un gitano, correre verso un rovo spinoso e uscire sanguinando, gridando di gioia, ma che invece sta seduto con le braccia attorno alle gambe, abbracciandosi, aspettando la notte consolatrice.
Prima di tornare dal mio personale viaggio al termine della notte credevo in una serie di cose che nella realtà non esistono, o meglio che esistono solo in veste di schegge e istanti. Ho conosciuto delle rare e gentili bestie che mi hanno fatto trovare un luminoso giardino al di fuori delle mie cupe e legittime generalizzazioni.
Arricchirmi di esperienze inutili (con le persone ricche di esperienze inutili) mi ha reso povero, forse miserabile. Dal fondo affatto profondo di una pozzanghera mi sentivo sommerso in un oceano di fango. Poi mi sono arricchito togliendomi legioni intere di quell’invadente esercito del mio passato e nel quasi-vuoto ho trovato di nuovo la forza per riprendere la mia via, la mia ricerca forse insensata ma necessaria. Era passata l’ora blu ed era passata anche la notte. Nel primo pezzo di blu che si fa azzurro, nella porzione sempre più estesa di collina che si irrora dell’intenzione del giorno, ho fatto i miei secondi primi passi. Di quello che credevo fosse il mio indispensabile viatico ho conservato poche cose: le voci familiari e amiche, camminare, il verso cantato, il tatto, le visioni, il fabbro sull’altalena, le illuminazioni, il vecchio che fa totem di legno, il tavolo e le sedie circolari di roccia, il vento freddo sulla via per il lago, i collegamenti, il vino buono, le necessarie preoccupazioni, la cura, l’intelligenza, le mani.
Ora non temo il silenzio, non temo l’ora blu né la notte, non temo me stesso, non temo la delusione: ho abbracciato la vita autentica, nella ricerca, nella comprensione dell’Essere, cosciente dell’importanza della mia angoscia, della morte che dà senso alle scelte della nostra vita, che a prescindere dal suo valore o non-valore resta una sola e irripetibile.

Marco Di Memmo

 

9.  Roly Porter – Third Law

 

Data di Uscita: 22/01/2016

Roly Porter - Third Law

Non ho mai goduto di un’ottima fama nella mia cerchia; i più benevoli mi definiscono da sempre un solitario, omettendo appositamente sfumature di giudizio per concedermi il beneficio del dubbio, i più schietti si azzardano a descrivermi come asociale, supponente, e hanno ragione.
Quando ho accettato questo incarico di vigilanza a bordo della piattaforma petrolifera Grey-β in pieno Mare del Nord, era per dimostrare a me stesso e agli altri che ce l’avrei fatta, alla faccia di tutti, malgrado il totale isolamento dal mondo fatto di cose comuni. Ancora una volta era l’arroganza a muovere le mie scelte e non la passione in sé per il lavoro. Non volevo ammetterlo ma mi luccicavano gli occhi all’idea del rispetto che mi sarei guadagnato dopo mesi, anni, di confino. Un esiguo sacrificio in nome della gloria, ma capisco che siamo in pochi ad avere il sangue freddo per accettare un simile compromesso fino in fondo. In altre parole, non avevo nulla da lasciare, né da perdere.
L’acciaio e il cemento armato di quella cattedrale della produzione galleggiavano come una costruzione del futuro in mare aperto, una visione avveniristica specie al mio arrivo, in mezzo all’acqua immobile, rischiarata da un’aurora di marzapane, lattiginosa e dai contorni sgranati. I rapporti con i colleghi furono sin da subito ridotti all’osso; non avrei mai ceduto a confidenze mosse dalle circostanze singolari, e avrei combattuto contro le (mie) umane debolezze. Ciononostante, non ho mai rinunciato alla cortesia né all’atteggiamento collaborativo, se non altro per evitare il rischio di richiami dai superiori, per non passare per il solito stronzo da tenere d’occhio. Il basso profilo insomma.
Manco a dirlo, le ore più godibili per me erano quelle in cui gli altri della squadra crollavano nei letti dopo aver smontato dal turno. Gruppi diversi erano intenti nel loro daffare, o avevano appena cominciato il servizio. Rimanevo solo, finalmente, e mi sporgevo dal bordo della piattaforma come quei bimbetti spavaldi che non conoscono, ancora, l’esistenza dei pericoli. Lo spettacolo delle onde tutt’intorno, alle volte mansuete, altre agitate come cavalli imbizzarriti dopo uno scoppio, prendeva forza di notte, quando la massa liquida e volubile era talmente scura da fondersi e confondersi con il cielo, tant’è che al limite della banchina il freddo mi investiva e andavo in totale confusione. Quali erano gli abissi? E quali le galassie sperdute? Ed io, ne avrei mai fatto parte o stava già accadendo da sempre?
Mi portavo gli strascichi di questi interrogativi esistenziali anche durante le operazioni di estrazione coordinando le fasi e controllando i dispositivi di sicurezza; i bagliori che emergevano dai fondali, i riflessi e i giochi di luce tra cielo e acqua, le impercettibili variazioni. L’acciaio cigolava e strideva, eppure splendeva argenteo anche al chiarore lunare, affascinante come una navicella spaziale, terrificante come la fantascienza di Kubrick. Attorno si agitavano tempeste che i pianeti sorvegliavano a distanze siderali, avevo un taccuino con me per annotare le sensazioni ma mi mancavano, ogni volta, le parole. Ora non posso più negarlo, ma sul momento riconoscere di essere vulnerabile mi faceva trasalire di vergogna e imbarazzo: dov’era finito quel cazzone borioso che si era spinto così distante per urlare al mondo di essere invincibile?
Decidesti di palesarti silenziosamente allo scadere dei primi tre mesi sulla piattaforma, ancora lo ricordo bene. Un mezzogiorno impregnato di vento e di salsedine e un servizio straordinario per completare un’estrazione particolarmente impegnativa, ci avevano concesso dieci minuti risicati per mettere qualcosa sotto i denti prima di ricominciare le operazioni e contavo di addentare una mela seduto sul letto. Se non altro avrei voluto una parentesi privata. Invece trovai a terra quella fotografia lasciata scivolare sotto la porta in maniera fugace, m’immagino, per non destare sospetti. Un bulbo oculare zoomato fino a distinguere l’attaccatura delle ciglia nella palpebra inferiore, fisso, spalancato, attento, nella cui oscurità erano riflessi corpi celesti e l’ignoto, immenso, tra di essi.
Cos’hai visto?
Una penna nera dalla punta sottilissima e una grafia ordinata, tre parole appuntate sul retro dell’istantanea: questo era il tuo biglietto da visita. Avevi fatto un passo nella mia direzione e a quanto pare non potevo più rimanere nell’ombra, completamente. In un primo momento rimasi contrariato, ché avrei preferito il totale isolamento per le mie fascinazioni, ma dovetti arrendermi all’esistenza evidente di altri sociopatici a bordo della Grey-β. Quell’occhio era mio, e quella proiezione era la mia meraviglia davanti all’infinito, il mio terrore. Accordammo turni sfalsati per non infastidirci, di tanto in tanto ci si incrociava per scambiarci qualche impressione, ma i dialoghi più significativi li ho avuti soltanto con me stesso, e con il vuoto. Il silenzio non era mai estremo, era come se quel mondo lì ai confini tra il meccanico e l’astronomico avesse instaurato un botta e risposta a colpi di droni e suoni di matrice ambient, corposi come blocchi di roccia, evanescenti come materia celeste. La configurazione di stelle sopra la mia testa appariva immobile e immutabile, tuttavia avvertivo forze dirompenti e accelerazioni vertiginose su successioni di battiti martellanti. Vacillavo, come sospinto dalla gravità che andava e veniva. Con lo stupore di un bambino e lo sgomento della Bullock tra le mani di Cuarón, arrivai a stento a completare il servizio. Avevo la consapevolezza di aver alzato troppo l’asticella della resistenza, ma arrendersi mi è sempre sembrato un tradirsi, e malgrado tutto riuscii perfino a simulare disinvolta insolenza al mio rimpatrio.
A casa ritrovai le cose come le avevo messe in pausa oramai da un anno, lo stesso odore dei mobili, la morbidezza della biancheria, le pentole e le stoviglie al loro posto; gli amici di un tempo dovettero riabituarsi alla mia scostante presenza ma ero irrimediabilmente altrove, e forse per questo meglio sopportabile. Nessuna immagine, tuttavia, è ancora riuscita a rimpiazzare il tuo volto quando ci salutammo, forse per sempre: le pupille lontane eppure addosso alle mie, poi entrambe rivolte al cielo notturno, con quel lampo di pazzia e stupore sotto l’onda d’urto dei pianeti, le sfumature indaco, lo spazio.

Federica Giaccani

10. Tim Hecker – Love Streams

 

Data di Uscita: 08/04/2016

Tim Hecker - Love Streams

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

E, se ve lo state chiedendo, no, non sono un fumatore… ok, ci siamo capiti.

E’ notte, ma sono uscito di giorno, mi pare. Inseguo questo suono da ore ed ore, mentre digrigno i denti in modo compulsivo.

Da un po’ sento odore di ferro in bocca, ma voglio rimanere concentrato su questo battito. Non so se è corretto chiamarlo così, è un suono ripetitivo, vagamente elettronico, ma è coperto da voci, brusii, cori addirittura, manco si trattasse di una messa.

No, cazzo! Ora l’ho perso. L’odore di sangue è sempre più forte allora sputo per terra una volta, due. Tre. Mi inginocchio, orecchio sull’asfalto. Devo ritrovare quel sibilo, quel sacro richiamo.

Eccolo, mi sembra di percepirlo nuovamente.

Mi alzo di scatto e inizio a correre, non voglio perderlo. Ma mi fa male tutto il corpo, ogni singolo osso e sono costretto a rifermarmi. Sento solo il battere del mio cuore ora, e le tempie che mi esplodono.

Rimango qualche minuto immobile, sdraiato su di un marciapiedi. La città è deserta, solo i lampioni gialli mi tengono compagnia.

Faccio un respiro profondo e ritrovo la concentrazione. Riecco quel suono, ora più forte che mai. I denti scricchiolano ancora ma non mi importa. Lo seguo.

Sembra provenire da un vicolo, mi ci infilo. Più vado avanti e più si stringe attorno a me. Sento di essere sempre più vicino alla fonte sonora e, seppur a fatica, proseguo. Sono costretto ad infilarmi di lato per uscire dall’imbuto in cui mi trovo.

Davanti a me c’è una piazza.

Da un lato vedo un capannone abbandonato, un tempo ci facevano dei rave ma non ricordo altro di quel periodo se non un gran mal di testa e gengive sanguinanti. Accanto c’è una chiesa, non l’avevo mai notata prima di oggi.

Da questo punto esatto sento tutto, come se fosse in stereofonia. Il suono sembra provenire da entrambe le strutture, dal capannone blu e dalla chiesa magenta. Abbasso la testa e proprio sotto i miei piedi c’è una scritta fatta con una bomboletta spray: Love Streams!

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

Maurizio Narciso

Comments are closed.