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Top Ten 2016 – Maurizio Narciso

1. Radiohead – A Moon Shaped Pool

 

Data di Uscita: 08/05/2016

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La chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

“Ecco il suo strumento, adattato per le condizioni richieste, può portarlo tranquillamente in orbita” mi ha detto quel buffo ingegnere che mi ha consegnato il legno.

Dall’oblò si vede già la bianca meta, manca poco e sarò il primo musicista ad aver suonato sulla luna. La gente sotto di me si aspetterà un Neil Young blues col cappello di paglia e spiga di grano tra i denti, sotto il casco, invece riceverà qualcosa di diverso, di minimale ma sofisticato, di algido ma emozionante.

Faccio le prove al buio, mentre i miei compagni di viaggio sono tutti a pranzo nel modulo sopra al mio. Da qualche giorno non ho appetito, mangio giusto il necessario. Ma sto bene, mi avevano avvertito riguardo la probabile inappetenza durante il volo.

Siamo a dieci metri l’uno dagli altri, ma separati da un portellone a chiusura ermetica che gli ho pregato di non aprire quando suono. Ci si sente soli in una maniera strana, quassù, l’ho capito solo ora. Eppure è una condizione perfetta per comporre musica, al mio ritorno avrò idee per almeno 3 o 4 dischi.

Ma ora quello che importa è lo show lunare. Il primo pezzo sarà lungo 6 minuti e 26 secondi, l’ho chiamato “Daydreaming”. Spero che possa essere compreso, rappresenta quello che sono io in questo momento, c’è la malinconia che mi ha spinto in questa avventura, quella che è l’antidoto della tristezza.

Naturalmente io suonerò per davvero, anche se nessuno dei miei amici sentirà niente; gli abitanti della terra vedranno delle immagini sfocate, sulle quali saranno aggiunti i suoni che sto registrando in viaggio. Strana operazione, starete pensando, ma è l’unica possibile perché lassù nessun battito si propaga.

Quindi tengo a mente la lunghezza complessiva di tutti questi scheletri ritmici che ho composto e che eseguirò in mezzo alla polvere. Mi immagino già i miei compaesani canadesi in costume da bagno, ad ammirare il concerto davanti la tv portata in giardino, a debita distanze dalla loro piscina a forma di luna…

Eh sì, la chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

Maurizio Narciso

2. David Bowie – Blackstar

 

Data di Uscita: 08/01/2016

David Bowie - ★ [Blackstar]

“Per rinascere devi prima morire!”
Ad una velocità che pareva supersonica l’astronauta Tom cadeva giù dalle nuvole, insieme a quel Sir. D. B. che nel frattempo gli urlava contro, o forse voleva solo consolarlo ma a quella velocità lì si poteva solo urlare, per farsi capire.
“Per scendere sulla terra rotonda, bisogna prima volare!”
Da dove DIAVOLO venisse quell’individuo non lo sapeva nessuno. Non lo sapeva l’astronauta Tom, che nella navicella con cui avrebbe dovuto raggiungere il pianeta Marte non lo aveva mica visto. E se non lo aveva visto significa che non c’era, poiché l’equipaggio delle navicelle spaziali è molto ridotto: ci si conosce tutti.
“Come puoi ancora sorridere, se prima non avrai pianto?”
Insisteva, Sir D. B. Insisteva nel guardarlo cadere giù, insisteva con quella sua voce così potente e delicata, forte e posata, protagonista ma non invadente. Insisteva poiché sapeva che l’astronauta Tom stava sbagliando tutto.
“Per rinascere ti dico che devi morire!”
Si sbagliava l’astronauta Tom, così come si era sbagliato il profeta mentre recitava i versi de LA STELLA, poiché aveva creduto alle parole di Satana scambiandole per quelle dell’arcangelo Gabriele. Gabriele era allora intervenuto per rimettere a posto le cose, e lo stesso stava facendo Sir D. B. con l’astronauta Tom: rimetteva a posto le cose.
L’errore stava tutto nella scelta dell’astronauta Tom di andarsene dal pianeta Terra; non che le sue ragioni fossero di poco conto anzi, ne aveva ben donde. Non si era mai sentito in vita sua un essere mondano, una creatura terrestre. Con il passare degli anni il senso di alienazione con cui conviveva fin da prima dell’adolescenza era divenuto talmente insopportabile che non trovava altra soluzione da quella di andarsene lontano.
Molto lontano.
Su Marte. Era convinto che la vita su Marte fosse di gran lunga migliore di quella sulla Terra o, quantomeno, più vicina alle sue corde.
Sbagliato! Gli uomini non sanno che la soluzione a questo tipo di problema non è la fuga. No.
Quella che Sir D. B. cercava di fare era convincere l’astronauta Tom delle meravigliose potenzialità della RINASCITA. In sintesi: invece di salire su una navicella e volar via verso un’odissea spaziale di dubbia riuscita bisognava morire.
Per poi rinascere, ovviamente.
Ma rinascere come?
Rinascere IMMORTALI.
Con la sua dipartita, l’astronauta Tom avrebbe fatto perdere ogni sua traccia, e tutti se ne sarebbero presto dimenticati. E in cambio di che cosa??
Della desolante realtà marziana. O di un’eterna deriva nello spazio, verso i confini dell’universo. Ne valeva davvero la pena??
Secondo Sir D. B. no, non ne valeva affatto la pena; l’idea di scomparire per sempre può sembrare davvero geniale in certi momenti, ma con il passare del tempo può capitare di pentirsene e non si può tornare indietro.
Meglio morire immolandosi alla più nobile delle cause; morire per rinascere è una delle cose più difficili che l’uomo possa fare, poiché prima di morire bisogna realizzare qualcosa di davvero memorabile. Qualcosa di gigantesco. Qualcosa di iconico. Magari un’opera d’arte, una legge rivoluzionaria; si può scoprire una terapia per un male incurabile o si può trovare una soluzione al problema della fame nel mondo. Si può ristabilire la pace fra paesi in guerra, si può scrivere un romanzo meraviglioso oppure si possono cantare canzoni stupende.
Sono tantissime le cose che si possono fare su questo pianeta, basta sceglierne almeno una e subito la vita mondana si cuce perfettamente addosso persino al meno mondano degli uomini. Anche all’astronauta Tom.

Giulia Matteagi

3. Mark Pritchard – Under The Sun

 

Data di Uscita: 13/05/2016

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Quando ero una bambina mia madre organizzava spesso delle cene molto eleganti, nel nostro salotto al primo piano, di un vecchio palazzo che apparteneva alla mia famiglia da sempre. Mia madre era una signora imponente e molto stimata dalle altre donne, che vedevano in lei un esempio di grande tempra morale ed energia instancabile. Indossava vestiti pieni di fiori e profumava di acqua al giglio, una specie di profumo biologico che tutti gli anni le veniva regalato dalla proprietaria della salumeria, che nutriva per lei una sorta di ammirazione che rasentava la mania. Durante le cene dovevo rimanere in camera mia, al piano di sopra, mi era permesso di assistere solo ai preparativi, seduta zitta nella cucina esposta ad ovest, col sole in faccia appena filtrato dalla pineta che declinava a poca distanza dal vialetto di casa. Mia madre disossava anatre e sfilettava i pesci, io guardavo sempre la superficie dell’acqua al cetriolo, immobile e riflettente, e pensavo a quando avrei sentito salire tutti i suoni dei commensali fino alla mia stanza e al modo in cui avrei potuto farli diventare una musica, solo scegliendo dove poggiare l’orecchio. Potevo immaginare come atteggiassero le mani ogni volta che le stendevano per prendere i panini al latte, che forma avrebbe avuto l’ombra delle loro labbra sui bicchieri di cristallo dello zio di mia madre, come avrebbero frusciato i loro vestiti a contatto col velluto delle sedie che il tappezziere all’angolo aveva regalato a mia madre perché, a detta sua, aveva gli occhi così luminosi che si meritava un intero salotto arredato. Vedevo mia madre bellissima, nei suoi capelli neri lucidi di piega accogliere tutti con sorrisi fatti di denti perlati e piccole rughe agli angoli della bocca e naso leggermente arricciato, la vedevo mettere su un disco luminoso come la sua pelle, chiedere i soprabiti, posarli su un divano in cucina, tappezzato di girasoli enormi. A quel punto, potevo chiudere gli occhi e calcolare il momento esatto in cui almeno dalla metà delle tasche dei cappotti che mia madre aveva ripiegato e adagiato sul divano, cominciavano a rotolare monete, bottoni, mozziconi di sigaretta e accendini, lettere e liste della spesa, a volte biglie, a volte cocaina, a volte matite, altre rossetti, tutto quello che gli ospiti di casa nostra decidevano, consciamente o meno, di portarsi dietro. Tutto quello che rimaneva poi intrappolato tra le pieghe del mio divano fatto di grandi girasoli e che la sera stessa, poco prima che mia madre servisse il dolce, potevo raccattare, portando silenziosamente il bottino nella mia stanza, per esaminarlo.

Qualcuno sarebbe stato in grado di fermare su tela tutto questo. La mia figura immobile che suggerisce in continuazione ciò che è già accaduto, in continuazione ciò che accadrà.

Maurizio Narciso e Giorgia Melillo

4. Nicolas Jaar – Siren

 

Data di Uscita: 30/09/2016

Nicolas Jaar – Sirens

Rimossi le ragnatele e la polvere come se stessi scartando un regalo. Quella scatola ritrovata per caso era stata nascosta dal passare degli anni e dall’accumulo di cianfrusaglie che ne consegue. Più volte mi sono interrogato su questa mia propensione a conservare oggetti privi di un vero significato ma non sono mai riuscito a darmi una spiegazione. Volantini di serate alle quali non sono mai andato. Ninnoli di cui qualcuno voleva disfarsi. Piccoli cimeli trovati per strada. Di alcuni sono sicuro di averli tenuti perché convinto segnassero un momento che per qualche motivo ritenevo importante e di cui invece non tengo memoria alcuna. Altri, invece, si sono ritrovati nella mia stanza per il semplice fatto di soddisfare la mia idea di estetica. Ciò di cui sono sicuro è di non aver mai catalogato niente. Catalogare mi annoia e non trovo dia a questa stratificazione di caos nessun significato illuminante. E trovare il cuore di gettare qualcosa è sempre difficile Mi sembra di commettere un torto nei confronti di un me stesso ormai passato. Eppure sono sicuro che non me ne vorrebbe. Come io ora non ne vorrei ad un me futuro che decidesse di buttare quel biglietto del cinema che da una settimana mi guarda dal comodino sul quale l’ho lasciato.
Quella scatola un tempo conteneva un televisore. Un modello ormai superato ma non poi così vecchio. Le scritte in spagnolo suggerivano fosse stato acquistato in Cile e che mi avesse poi seguito quando feci ritorno in America. Dentro trovai un piccolo tesoro. La sorpresa di ritrovare delle cassette datate lo scorso millennio fu inebriante. Mi sentii come Schliemann di rientro a casa da degli scavi in terre lontane. D’improvviso mi avvolse quella stanchezza che prende dopo un interminabile viaggio una volta messo piede tra le tiepide mura domestiche. Subito dopo venni pervaso dal sollievo del ritorno. Quindi, con il sorriso tra le labbra, mi si inumidirono gli occhi.
Tra i vari oggetti che ho conservato pur nella convinzione che non mi sarebbero più tornati utili ritrovai un adattatore VHS-c/VHS ed un videoregistratore. Le memorie più vivide che conservo di quest’ultimo, sorprendentemente, erano memorie tattili. I tasti, la cassetta che ti viene gentilmente strappata dalle dita, le vibrazioni, convulsioni meccaniche, mentre il nastro ritornava tra le mani. Reperire i cavi ed un computer non fu il benché minimo problema.
Il video era pervaso da quella luce particolare che ha cessato di esistere all’inizio di questo secolo quando la qualità video ha cominciato con ambizione ad avanzare verso l’alta definizione. Sullo sfondo il muro di un piccolo appartamento newyorkese. Con una voce squillante rispondevo a mio padre. Gli raccontavo una storia. Ed era colorata. Ed era variopinta. Fu chiara, in quel momento, la distanza che aveva dovuto percorrere la mia musica per arrivare fino a qui oggi.

Había una vez un pajarito que estaba volando.
Y ahí, había un señor con una pistola muy grande e hizo así
[…]
Y ahí, estaba caminando en un pastel muy chiquitito,
y estaba cantando. Y ahí vino un leòn! Caminando y… Roaaaar!

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Badbadnotgood – IV

 

Data di Uscita: 08/07/2016

BADBADNOTGOOD-IV

Ci scattarono quella foto ai tempi del liceo. Eravamo in gita. Quattro amici accomunati dall’amore per la musica. Suonavamo già da tempo, ma non eravamo una rock band! Quando vedemmo la pellicola scoppiammo in una fragorosa risata, c’era la nostra essenza impressa in quella istantanea 8x8cm. Facce ingenue, con gli occhi chiusi o con gli occhiali da sole, espressione da duri o da persone qualsiasi, pose da supereroi o da compagni di banco, abbigliamento improbabile, eppure no. Chi l’avrebbe mai detto che avremmo fatto tanta strada assieme, che ci avrebbero pubblicato i dischi con quell’assurdo nome “badbadnotgood” stampato sulla copertina. Facemmo un patto, avremmo usato quell’immagine con gli asciugamani legati in vita per il nostro disco più rappresentativo, quello più jazz di tutti. Immaginare i critici musicali a maneggiare un disco così e a scriverne seriamente, ci galvanizzava. Non sarebbe mai successo, o forse sì. Quest’anno abbiamo onorato la promessa.

Il jazz è una cosa seria
Il jazz è diletto

Il jazz è sudore
Il jazz è spensieratezza

Il jazz è testa
Il jazz è cuore

Il jazz è malinconia
Il jazz è allegria

Il jazz è complesso
Il jazz è semplice

Il jazz è strumentale
Il jazz è cantato

Il jazz è tradizione
Il jazz è rivoluzione

Il jazz è vecchio
Il jazz è giovane

Il jazz è matematico
Il jazz è sensuale

Il jazz è purezza
Il jazz è contaminazione

Il jazz è per pochi
Il jazz è per tutti

“IV” è il disco jazz dei Badbadnotgood.

Maurizio Narciso

6. Tim Hecker – Love Streams

 

Data di Uscita: 08/04/2016

Tim Hecker - Love Streams

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

E, se ve lo state chiedendo, no, non sono un fumatore… ok, ci siamo capiti.

E’ notte, ma sono uscito di giorno, mi pare. Inseguo questo suono da ore ed ore, mentre digrigno i denti in modo compulsivo.

Da un po’ sento odore di ferro in bocca, ma voglio rimanere concentrato su questo battito. Non so se è corretto chiamarlo così, è un suono ripetitivo, vagamente elettronico, ma è coperto da voci, brusii, cori addirittura, manco si trattasse di una messa.

No, cazzo! Ora l’ho perso. L’odore di sangue è sempre più forte allora sputo per terra una volta, due. Tre. Mi inginocchio, orecchio sull’asfalto. Devo ritrovare quel sibilo, quel sacro richiamo.

Eccolo, mi sembra di percepirlo nuovamente.

Mi alzo di scatto e inizio a correre, non voglio perderlo. Ma mi fa male tutto il corpo, ogni singolo osso e sono costretto a rifermarmi. Sento solo il battere del mio cuore ora, e le tempie che mi esplodono.

Rimango qualche minuto immobile, sdraiato su di un marciapiedi. La città è deserta, solo i lampioni gialli mi tengono compagnia.

Faccio un respiro profondo e ritrovo la concentrazione. Riecco quel suono, ora più forte che mai. I denti scricchiolano ancora ma non mi importa. Lo seguo.

Sembra provenire da un vicolo, mi ci infilo. Più vado avanti e più si stringe attorno a me. Sento di essere sempre più vicino alla fonte sonora e, seppur a fatica, proseguo. Sono costretto ad infilarmi di lato per uscire dall’imbuto in cui mi trovo.

Davanti a me c’è una piazza.

Da un lato vedo un capannone abbandonato, un tempo ci facevano dei rave ma non ricordo altro di quel periodo se non un gran mal di testa e gengive sanguinanti. Accanto c’è una chiesa, non l’avevo mai notata prima di oggi.

Da questo punto esatto sento tutto, come se fosse in stereofonia. Il suono sembra provenire da entrambe le strutture, dal capannone blu e dalla chiesa magenta. Abbasso la testa e proprio sotto i miei piedi c’è una scritta fatta con una bomboletta spray: Love Streams!

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

Maurizio Narciso

7. Not Waving – Animals

 

Data di Uscita: 04/02/2016

Not Waving - Animals

SB: Pronto?

MDU: Pronto.

SB: Marcello!

MDU: Eccomi!

SB: Allora, è Vittorio Mangano.

MDU: Eh!

SB: …che succede se ha messo la bomba.

MDU: Non mi dire!

SB: Sì.

MDU: E come si sa?

SB: E… da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza.

MDU: Ah, è fuori?

SB: Sì, è fuori.

MDU: Ah, non lo sapevo neanche.

SB: Sì; questa cosa qui, da come l’ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto… è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba.

MDU: Alla Mangano, sì sì.

SB: Un chilo di polvere nera, cioè proprio il minimo…

MDU: Sì, sì, cioè proprio come dire mi faccio sentire, sono qui presente.

SB: Sì. Uno: “ma è arrivata una raccomandata, caro dottore?” Lui ha messo una bomba.

(Risate)

MDU: Lui non sa scrivere!

(Risate)

SB: Su con la vita!
(…) la verità ai carabinieri gli ho detto, (…) telefonata, io trenta milioni glieli davo. Scandalizzatissimi. “Come trenta milioni?! Come?! Lei non glieli deve dare, noi l’arrestiamo!” Gli dico: “Ma nooo, su’, per trenta milioni!” Poi mi hanno circondato la villa, no? (…) sera siamo usciti, io e fedele dalla macchina, paurosissimi (…)

MDU: Ormai non sei uscito più.

SB: Poi casomai vediamo.

MDU: Va be’, sentiremo…

Un urlo interrompe il filo dei pensieri, poi un battito nero, più scuro di quel chilo di polvere lì. 5 minuti e 27 secondi dove non si pensa più a niente, nemmeno al marcio più denso, a quello che, se ci rifletti, non ti fa più respirare. L’urlo prosegue a cadenza fissa e anche il martello ora batte ora no, ora batte ora no. Inizia a muoversi tutto il corpo, è una danza oppure uno spasmo muscolare? Non importa, sei nel ritmo e si continua, si continua, si continua, si continua. Alla fine sorridi, ma non è stata una farsa, hai solo svuotato la mente.

PC: Don Raffaè voi politicamente, io ve lo giuro sarebbe ‘no santo, ma ‘ca dinto voi state a pagà e fora chiss’atre se stanno a spassà. A proposito tengo ‘no frate, che da quindici anni sta disoccupato, chill’ha fatto quaranta concorsi, novanta domande e duecento ricorsi, voi che date conforto e lavoro, eminenza vi bacio v’imploro, chillo duorme co’ mamma e co’ me, che crema d’Arabia ch’è chisto cafè!

Maurizio Narciso

8. Underworld – Barbara Barbara, We Face A Shining Future

 

Data di Uscita: 18/03/2016

Underworld - Barbara Barbara, We Face a Shining Future

Non parlava più.

O meglio, lo faceva con gli occhi, dopo una vita spesa insieme la voce non serve mica.

Bastava uno sguardo per comprendere ogni necessità che aveva il mio uomo, ma non è questo il punto, l’incredibile era quanto riuscisse a starmi vicino senza muovere un solo muscolo. Sapeva incoraggiarmi, sempre, con incredibile decisione, solo con la sua iride color del mare.

Sentivo che quel blu era ovunque, mi inondava se necessario, oppure, semplicemente, mi ninnava. Come quando si sta a galla sul filo dell’acqua appena increspata, con il viso che scotta al sole e il cuore colmo di una tranquillità indefinibile, irragionevole.

La mattina iniziava presto, quello era il momento più difficile perché i risvegli sono sempre dolorosi. Poi, con il passare delle ore tutto tornava al posto giusto, la vita di due pensionati dalla vita singolare ma ancora colorata, tenuta viva dalla testardaggine di una persona forte come le onde dell’oceano.

Il suo modo di affrontare il tempo aveva un non so cosa di musicale. Come se l’impeto e l’incoscienza che lo caratterizzavano quando lo conobbi in gioventù fossero ancora udibili. Il ritmo chiaramente si era stemperato ma la nuova melodia, vagamente malinconica, ne rifletteva ad intermittenza la storia, quel suo glorioso passato indimenticabile.

Il pomeriggio leggevo ad alta voce i libri che solo uno di noi due aveva letto, oppure quelli che erano ignoti ad entrambi, era il momento più bello della giornata, quello della scoperta condivisa.

All’inizio non fu facile, la mia voce mi distraeva, ero concentrata sulle mie parole anziché sulla narrazione. Mi sentivo una balia e di questo provo ancora vergogna. Fu nuovamente il suo sguardo a darmi tranquillità, a riportare quel momento alla sua essenza, a farmi vedere le cose con la giusta prospettiva.

Presto giungeva la sera, che era dedicata alla visione dei classici del cinema, unica cosa che ci tenesse perlopiù svegli quando fuori c’era la luna alta nel cielo. Troppo vecchi per le ore piccole, anche se ci pesava così tanto ammetterlo. C’era un’ostinazione giovanile in noi, un carattere orgoglioso, quello sì, mai scalfito dal tempo.

Le giornate passavano così, sempre uguali, sempre diverse.

Ci fu un’ultima sorpresa, talmente grande da far volatilizzare ogni tristezza, ogni angoscia. Poco prima di morire riuscì a pronunciare una frase. Una soltanto: “Barbara, Barbara, We Face A Shining Future”.

Maurizio Narciso

9. Plaid – The Digging Remedy

 

Data di Uscita: 13/06/2016

Plaid - The Digging Remedy

Ad un anno esatto dal mio sbarco su TheBee4 nulla è cambiato, eppure tutto.

Eravamo una colonia di scienziati e militari con il compito di salvare il pianeta terra. Sembra la trama di un film d’azione americano, di quelli che andavano per la maggiore negli anni ’90, vero? Dico “eravamo” perché sono rimasto il solo uomo in mezzo “agli estranei”. Altro luogo comune da pellicola di serie “z” a stelle e strisce. Però sono serio, terribilmente serio.

Riparto d’accapo: sono un etnologo zootecnico ma tutti mi chiamano “l’apicoltore”. Sto registrando questo messaggio, che spedirò sulla terra come ultimo lascito del gruppo di ricerca Melifer5. Su questo astro semideserto le condizioni ambientali erano ottimali, potevamo ricoverare le arnie per la ripopolazione, secondo i miei calcoli sarebbero bastati sei mesi per ottenere i primi risultati, un tempo sufficiente per la salvezza della razza umana. Dopo appena tre mesi mi accorsi della mutazione. Le nuove api erano nere, ma tutto il resto sembrava funzionare, eppure no. Il primo di noi che fu punto diede vita “agli estranei”, dei non-morti dall’aspetto terribile, inimmaginabile, eppure del tutto innocui. Di umano in loro non c’è più niente, neppure la minima facoltà di intelletto. Questo file audio deve essere un monito per la terra: non mandate altri ricercatori su TheBee4, ripeto, non mandate altri ricercatori su TheBee4! L’astro è perso. Non c’è modo di sfuggire alle punture di miliardi di nuove api e non c’è una cura per “i camminatori”. Muoiono di sete, o di fame, nutrirli è impossibile, perché la loro consistenza è… diversa. Non ho persone care da cui congedarmi, l’apicoltore ama solo le sue api, la sua vita è il suo lavoro. Sono stato punto ieri, il processo di trasformazione è di 24 ore esatte, quanta precisione c’è in natura. Posso dirvi come mi sento, manca pochissimo allo scadere dell’ora fatidica. In testa ho una melodia, non so cos’è, come un ritmo dolceamaro, potrei canticchiarvelo anche adesso, ma sono del tutto stonato. Dicevo, sembra elettronica, ma di quella lieve, come se fosse una danza al rallentatore, c’è qualcosa di cerebrale in essa ma è anche un’armonia del tutto spontanea. Mi rammenta la mia infanzia. Non avrei immaginato che la fine sarebbe stata così serena.

Albert Einstein ci aveva avvisato “Se le api scomparissero all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Si sbagliava, ci stiamo estinguendo con molta più rapidità. Spero solo che gli altri gruppi di ricerca abbiano più fortuna di noi.

Maurizio Narciso

10. Babyfather – BBF Hosted by DJ Escrow

 

Data di Uscita: 01/04/2016

Babyfather - BBF Hosted by DJ Escrow

Una presa per il culo totale, un pesce d’aprile per ogni giorno dell’anno e l’identità ripresentata in troppe forme per raccontarla. Distruzione totale delle macchiette da università, quelle in cui tolgono ogni riferimento al passato evitando di offendere un presente mai come ora chiuso su se stesso. Guardare prima di tutto dentro se stessi, quando si parla della discriminazione violenta; i contenitori per la raccolta differenziata e le analisi sociologiche con lo stesso peso specifico. Riflettere sui numeri e le statistiche dell’NBA sarà la nostra salvezza, accompagnati da un televisore sempre acceso. Trasformarsi per la maggior parte delle persone in un bluff vivente, la nostra unica redenzione e fuga dalla schiavitù rimane un atto di pura presa per il culo. Trip hop, basi acide, rumori fuori campo, loop, declamazione in stile militare, sirene e nubi di fumo sopra le nostre teste.

Alessandro Ferri

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