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Top Ten 2016 – Federica Giaccani

1. David Bowie – ★ [Blackstar]

Data di Uscita: 08/01/2016

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“Per rinascere devi prima morire!”
Ad una velocità che pareva supersonica l’astronauta Tom cadeva giù dalle nuvole, insieme a quel Sir. D. B. che nel frattempo gli urlava contro, o forse voleva solo consolarlo ma a quella velocità lì si poteva solo urlare, per farsi capire.
“Per scendere sulla terra rotonda, bisogna prima volare!”
Da dove DIAVOLO venisse quell’individuo non lo sapeva nessuno. Non lo sapeva l’astronauta Tom, che nella navicella con cui avrebbe dovuto raggiungere il pianeta Marte non lo aveva mica visto. E se non lo aveva visto significa che non c’era, poiché l’equipaggio delle navicelle spaziali è molto ridotto: ci si conosce tutti.
“Come puoi ancora sorridere, se prima non avrai pianto?”
Insisteva, Sir D. B. Insisteva nel guardarlo cadere giù, insisteva con quella sua voce così potente e delicata, forte e posata, protagonista ma non invadente. Insisteva poiché sapeva che l’astronauta Tom stava sbagliando tutto.
“Per rinascere ti dico che devi morire!”
Si sbagliava l’astronauta Tom, così come si era sbagliato il profeta mentre recitava i versi de LA STELLA, poiché aveva creduto alle parole di Satana scambiandole per quelle dell’arcangelo Gabriele. Gabriele era allora intervenuto per rimettere a posto le cose, e lo stesso stava facendo Sir D. B. con l’astronauta Tom: rimetteva a posto le cose.
L’errore stava tutto nella scelta dell’astronauta Tom di andarsene dal pianeta Terra; non che le sue ragioni fossero di poco conto anzi, ne aveva ben donde. Non si era mai sentito in vita sua un essere mondano, una creatura terrestre. Con il passare degli anni il senso di alienazione con cui conviveva fin da prima dell’adolescenza era divenuto talmente insopportabile che non trovava altra soluzione da quella di andarsene lontano.
Molto lontano.
Su Marte. Era convinto che la vita su Marte fosse di gran lunga migliore di quella sulla Terra o, quantomeno, più vicina alle sue corde.
Sbagliato! Gli uomini non sanno che la soluzione a questo tipo di problema non è la fuga. No.
Quella che Sir D. B. cercava di fare era convincere l’astronauta Tom delle meravigliose potenzialità della RINASCITA. In sintesi: invece di salire su una navicella e volar via verso un’odissea spaziale di dubbia riuscita bisognava morire.
Per poi rinascere, ovviamente.
Ma rinascere come?
Rinascere IMMORTALI.
Con la sua dipartita, l’astronauta Tom avrebbe fatto perdere ogni sua traccia, e tutti se ne sarebbero presto dimenticati. E in cambio di che cosa??
Della desolante realtà marziana. O di un’eterna deriva nello spazio, verso i confini dell’universo. Ne valeva davvero la pena??
Secondo Sir D. B. no, non ne valeva affatto la pena; l’idea di scomparire per sempre può sembrare davvero geniale in certi momenti, ma con il passare del tempo può capitare di pentirsene e non si può tornare indietro.
Meglio morire immolandosi alla più nobile delle cause; morire per rinascere è una delle cose più difficili che l’uomo possa fare, poiché prima di morire bisogna realizzare qualcosa di davvero memorabile. Qualcosa di gigantesco. Qualcosa di iconico. Magari un’opera d’arte, una legge rivoluzionaria; si può scoprire una terapia per un male incurabile o si può trovare una soluzione al problema della fame nel mondo. Si può ristabilire la pace fra paesi in guerra, si può scrivere un romanzo meraviglioso oppure si possono cantare canzoni stupende.
Sono tantissime le cose che si possono fare su questo pianeta, basta sceglierne almeno una e subito la vita mondana si cuce perfettamente addosso persino al meno mondano degli uomini. Anche all’astronauta Tom.

Giulia Matteagi

2. Nicolas Jaar – Sirens

Data di Uscita: 30/09/2016

Nicolas Jaar – Sirens

Rimossi le ragnatele e la polvere come se stessi scartando un regalo. Quella scatola ritrovata per caso era stata nascosta dal passare degli anni e dall’accumulo di cianfrusaglie che ne consegue. Più volte mi sono interrogato su questa mia propensione a conservare oggetti privi di un vero significato ma non sono mai riuscito a darmi una spiegazione. Volantini di serate alle quali non sono mai andato. Ninnoli di cui qualcuno voleva disfarsi. Piccoli cimeli trovati per strada. Di alcuni sono sicuro di averli tenuti perché convinto segnassero un momento che per qualche motivo ritenevo importante e di cui invece non tengo memoria alcuna. Altri, invece, si sono ritrovati nella mia stanza per il semplice fatto di soddisfare la mia idea di estetica. Ciò di cui sono sicuro è di non aver mai catalogato niente. Catalogare mi annoia e non trovo dia a questa stratificazione di caos nessun significato illuminante. E trovare il cuore di gettare qualcosa è sempre difficile Mi sembra di commettere un torto nei confronti di un me stesso ormai passato. Eppure sono sicuro che non me ne vorrebbe. Come io ora non ne vorrei ad un me futuro che decidesse di buttare quel biglietto del cinema che da una settimana mi guarda dal comodino sul quale l’ho lasciato.
Quella scatola un tempo conteneva un televisore. Un modello ormai superato ma non poi così vecchio. Le scritte in spagnolo suggerivano fosse stato acquistato in Cile e che mi avesse poi seguito quando feci ritorno in America. Dentro trovai un piccolo tesoro. La sorpresa di ritrovare delle cassette datate lo scorso millennio fu inebriante. Mi sentii come Schliemann di rientro a casa da degli scavi in terre lontane. D’improvviso mi avvolse quella stanchezza che prende dopo un interminabile viaggio una volta messo piede tra le tiepide mura domestiche. Subito dopo venni pervaso dal sollievo del ritorno. Quindi, con il sorriso tra le labbra, mi si inumidirono gli occhi.
Tra i vari oggetti che ho conservato pur nella convinzione che non mi sarebbero più tornati utili ritrovai un adattatore VHS-c/VHS ed un videoregistratore. Le memorie più vivide che conservo di quest’ultimo, sorprendentemente, erano memorie tattili. I tasti, la cassetta che ti viene gentilmente strappata dalle dita, le vibrazioni, convulsioni meccaniche, mentre il nastro ritornava tra le mani. Reperire i cavi ed un computer non fu il benché minimo problema.
Il video era pervaso da quella luce particolare che ha cessato di esistere all’inizio di questo secolo quando la qualità video ha cominciato con ambizione ad avanzare verso l’alta definizione. Sullo sfondo il muro di un piccolo appartamento newyorkese. Con una voce squillante rispondevo a mio padre. Gli raccontavo una storia. Ed era colorata. Ed era variopinta. Fu chiara, in quel momento, la distanza che aveva dovuto percorrere la mia musica per arrivare fino a qui oggi.

Había una vez un pajarito que estaba volando.
Y ahí, había un señor con una pistola muy grande e hizo así
[…]
Y ahí, estaba caminando en un pastel muy chiquitito,
y estaba cantando. Y ahí vino un leòn! Caminando y… Roaaaar!

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Motta – La fine dei vent’anni

Data di Uscita: 18/03/2016

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La fine dei vent’anni

(Vista da un ragazzo che, di anni, ne ha ventinove)

Ricordi quella sera di Marzo di sei anni fa? Milano era piena di persone, di strade, perché era solo in quelle occasioni speciali, in cui bisogna fare la fila anche solo per attraversare le strisce pedonali, che ci rendevamo conto di quanto fosse densa quella città. Prima di mezzanotte avevamo incontrato l’idea di un artista che aveva attaccato una ruota e due manici ad una panchina, e tu, Arianna, Matilde e un profugo con fissa dimora appena incontrato, ci eravate saliti sopra, ed io a spingere, motivato dalle vostre urla. Dopo mezzanotte sapevo che quel mal di schiena era un’ernia lombare, e me la sarei portata dietro per il resto della mia vita.
Quel dolore si ripresenta spesso, A., basta dormire in un letto scomodo, che non mi appartiene, come ho fatto negli ultimi giorni.
Io penso che, tra un anno, avrò ancora mal di schiena, solo per un altro motivo. E guardandomi indietro, saprò se avrò scavalcato un muro, o solo un gradino.
La fine dei vent’anni deve essere un po’ come la notte appena passata, dove il vento parla e cerca di spegnere le candele attraverso finestre chiuse. Il mattino dopo ti svegli e ti rendi conto che quasi tutto è nello stesso posto del giorno prima. Qualche vaso è caduto, qualche transenna si è appoggiata al marciapiede, ma le cose importanti sono ancora tutte. Le nuvole sono sparite, ma avrai tempo di farne crescere di nuove.

C’è un sole perfetto,
ma lei vuole la luna.

(Vista da una donna che, di anni, ne ha trentacinque)

Ricordi quei mesi turbolenti in cui il tuo cielo era limpido mentre il mio pesante di pioggia in potenza? Mi hai sempre derisa per la smania di cedere a bilanci periodici ma la fine dei vent’anni mi stava alle calcagna e il panico mi riempiva di domande i sogni e di lacrime i mattini. A posteriori, non credo che sia stato quello ad allontanarci, quel periodo, ma non lo saprò mai. E in fondo cosa importa?
Milano è sempre stata brava a confezionarmi le lune quando mi stancavo dei soli, e viceversa. L’unica cosa che non mi è mai venuta a noia era ascoltarti suonare la chitarra, o quelle sere in cui mi portavi in un locale a caso a vedere qualcun altro che suonava, quello mai. Da soli o in mezzo alla gente, non faceva differenza; lo dici anche tu che questa città è talmente densa da ritrovarci le persone, comunque, addosso.
F., ci siamo persi e ci siamo anche ripresi, le cose vanno spesso così ma non era detto che sarebbe nuovamente decollata. C’era bisogno di un cambio di prospettiva dalla mia parte, di accorgermi che il punto di arrivo non fa rumore ma imprime un sorriso di consapevolezza, una volta circumnavigata la boa e intrapreso il tratto successivo del percorso.

Partiti da lontano.
E di colpo arrivare ad essere contenti.

Come quando ho sognato per mesi Berlino per poi accorgermi che il mio posto nel mondo, in quel momento, sapeva di salsedine, strade piccole e provincia. Sei arrivato subito da me col treno, la sera stessa, e ti ho mostrato come il molo annegava nel mare e ti emozionasti come un bambino. Poi ovviamente tornasti a Milano, ma ormai sapevo chi ero, cosa volevo, e tu facevi parte del quadro.

E d’improvviso ti accorgi
di tutto quello che vuoi,
metti a posto i ricordi per fare un giardino
e la tua aspettativa d’indennità.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

4. Daughter – Not To Disappear

Data di Uscita: 15/01/2016

Daughter - Not To Disappear

È vero che guardando la città dall’alto non si distinguono la musica e il mare. Attraversando i sentieri con la luna ad illuminare la notte dal suo reame arrivo d’un tratto nei pressi della scogliera. Negli occhi riflesse immagini di nebbie e sfide con forza affrontate, città divorate dal fumo e una carezza che può più di un temporale. Una ragazza scrive sullo spartito e nell’acqua qualche nota e mi mostra il suo profilo migliore che proprio così abita lo spazio tra le costellazioni e le barche dei pescatori che escono al largo. La mezzanotte è passata da una manciata di ore. Una chitarra apre una via tra le stelle e i vapori dell’acqua salmastra, mi pare di scorgere un attimo di luce solare nonostante la sera, un ritmo seducente e prezioso che mi chiama, che va. Né un fuoco né una luce artificiale, ma una canzone lanciata come una scintilla svela un sorriso nell’aria, sul volto della ragazza. È un viaggio nella memoria, un saliscendi tra arbusti e sguardi appassionati, mete da raggiungere e porti in cui siamo già approdati. Mentre tutto intorno gira, la canzone si confonde con i ricordi degli istanti in cui è stata ascoltata. Lo leggo sul viso della ragazza, anche se, tra luccichii e vento, di lei scorgo appena un brano di schiena. La memoria.. Il movimento del mare è l’orchestra, la parola che stavamo cercando poco fa, il gesto che stavamo aspettando. Un harmonium inizia a risuonare da lontano, un tamburo lo segue, un taglio di luna sospeso su un palazzo invisibile guarda giù ed è come il progressivo popolarsi tutt’intorno di lumi, e tutto danza al ritmo della meraviglia e della consapevolezza di poter approdare. Non servono mutamenti sconnessi o rapidi per fare un passo in avanti, per raggiungere un tesoro in più. Vedrai che noi da qui, gli stessi, vedrai che con uno sguardo che scruta l’orizzonte proseguiremo, con qualche granello di sabbia per volta di una nuova tonalità ad aggiungersi tra le righe del pentagramma. Ci riusciremo, che ne dici? Ti va? Come ogni onda nuova rinnova e fa parte del mare. È un dolce appartenersi, e appartenere. Per costruire la memoria. Per conservare ciò che siamo. Adesso sì che te lo leggo negli occhi. Non ho detto della tua voce di seta, che fa..

Filippo Redaelli

5. Beyoncé – Lemonade

Data di Uscita: 23/04/2016

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Ho scelto di parlare di me poiché è l’argomento sul quale sono sempre più preparata.
Come quando nei lavori di gruppo mi forzavo a limitare il mio contributo per evitare che uscisse troppo dal risultato comune, e se vi ricordate bene com’è andata a finire non ero proprio tagliata per la dimensione corale.
D’altra parte perché ingabbiare un uccello libero e leggiadro in una rete di costrizioni, corde e pesi?
Non mi va nemmeno di attendere decenni per un triste e nostalgico memoriale dei tempi che furono, la malinconia non mi si addice e voglio celebrare in prima persona con tinte sgargianti, squilli di tromba e cazzotti di chiaroscuri ben assestati.
La festa è ora e adesso, è una mostra antologica, è un disco, è un film in cui le sequenze sfumano l’una nella successiva, nonostante i contesti mutino netti e farebbero pensare a una gran confusione piuttosto che a una personalità sfaccettata e ciononostante coerente.
Ho invitato voi tutti, dagli amici della prima ora, agli ultimi incontrati e aggregatisi durante il cammino: è molto bello quando ti accorgi che aver seminato con costanza ti regala fiducia anche da parte di chi meno, apparentemente, te lo potresti aspettare. Sfogliando le pagine di questo capitolo di vita così pieno ed entusiasmante, le istantanee sulle quali soffermarsi sono così tante che quasi ho perso il conto: mi sono smarrita tra le pieghe di tradimenti subiti, chiedendomi se fosse preferibile essere gelosa, pazza, o entrambe; ho cercato la vendetta vestendomi col giusto colore, il giallo, e distruggendo automobili con una mazza da baseball; ho nuotato nell’apatia e ho faticato per una riappacificazione interiore ma alla fine l’ho ottenuta, come una epifania. La mia storia profuma di America, da boschi incontaminati a scenari urbani di New Orleans, una strada di città brulicante di persone e un enorme stadio vuoto; le bandiere degli States sventolano di proverbiale fierezza, sono nata in Texas ma dalla Lousiana tutto ebbe inizio. Ci sono le nonne, bagaglio di amore e di infiniti insegnamenti tramandati con il cuore e con gli aneddoti, c’è mio marito, c’è la storia del mio popolo che ha subito discriminazioni non ancora sopite, c’è la storia di ogni donna, alla fine. Proprio per questo i toni non potevano essere monocordi, c’è spazio per l’r’n’b, per il rock, per l’hip-hop, il pop e anche – addirittura – per poesie altrui recitate; sono accorsi a prestarmi voci e mani artisti verso i quali è difficile decidere se provare più affetto o stima.
Vi aspetto all’ingresso, a scostare il sipario di velluto per farvi accomodare e a dispensare grossi sorrisi – giovialità e autocompiacimento ben fusi assieme, a mitigarsi tra loro – siedo al vostro fianco e sussurro frasi giuste accostate a gesti altrettanto adeguati, svelo segreti a ciascuno e strizzo l’occhio con fare complice ma poi salgo in cattedra a impartire la lezione più importante di tutte, che è quella della vita in salsa musicale. Vi frusto e vi abbraccio, vi ammonisco e vi consolo, e vi accompagno anche a casa rimboccandovi le coperte quando la burrasca dei tormenti si è finalmente acquetata. È la mia storia, sì, ma il linguaggio è universale e sfido io a non riconoscervi in nemmeno un frammento, a non provare un brivido di imbarazzo accorgendovi che siete anche voi sotto i riflettori.
Ho scelto di parlare di me, ma è stato come parlare di ognuno di noi.

Federica Giaccani

6. Leonard Cohen – You Want It Darker

Data di Uscita: 21/10/2016

Leonard Cohen - You Want It Darker

Il vecchio ponte ribaltava la sua immagine deformata sulle acque del fiume, lo aveva sempre fatto, anche nelle stagioni più aride. La traiettoria del sole modificava il riflesso, che a mezzogiorno era quasi inesistente. Da ragazzini io e Doug ci nascondevamo tra le putrelle della reticolare a rollare sigarette, scimmiottando i movimenti sicuri delle mani degli adulti che sfornavano cilindretti perfetti, al contrario dei nostri ricurvi, col tabacco che spesso si disperdeva dai punti in cui la saliva non aveva ben attecchito. Le barche scivolavano lente sotto i nostri piedi ciondolanti nel vuoto mentre qualche camion trasportava bestiame alle nostre spalle facendo vibrare l’asfalto.
Il vecchio ponte non poteva parlare, ma se avesse potuto avrebbe raccontato una ad una le storie che ha visto passare negli anni lì intorno. Come quando mio padre finì nei torbidi gorghi al di sotto dopo una rovinosa caduta: aveva alzato il gomito al bar durante un’interminabile partita a carte e il whisky gli aveva presentato un conto salato, fatto di fango e acqua putrida. Come quando qualcuno, tra quella manciata di case, vinse alla lotteria nazionale e vennero truppe di giornalisti d’assalto alla caccia del fortunato, che ovviamente si era già dileguato chissà dove. Come quando la gente moriva, e i cortei funebri procedevano con lentezza da una riva all’altra, in processione verso il cimitero, e i parenti confusi dal pianto erano indecisi se continuare a pregare o porre fine ai supplizi interiori gettandosi a loro volta dal parapetto.
L. non aveva mai cambiato posizione, il tempo spazzava via vite e abitudini ma il suo culo lo avresti sempre trovato accomodato all’angolo della sala piccola del bar, nella penombra, con i pizzi delle tendine alle finestre che tracciavano sagome improbabili sul suo volto e si sovrapponevano ai lineamenti, alle rughe. Scriveva libri e canzoni, le righe dei quaderni si mischiavano con quelle del pentagramma e ne uscivano fuori delle storie che parlavano al cuore. Non c’era persona che non lo rispettasse e lo stimasse in paese, perfino il burbero chiacchierone Sam aveva imparato a tacere i mugugni dinnanzi a lui per lasciare posto al silenzio e a un cortese inchino del capo. L. appuntava cose sparse nei suoi taccuini per poi riordinarle in quelle righe magiche, ogni tanto interrompeva il lavoro per intavolare delle piacevoli conversazioni con Megan al bancone, o con qualche avventore; sapeva di fascino ma anche di genuina umiltà. Questo lo ha da sempre contraddistinto in questo dipinto in chiaroscuro, nessuna ombra caricata di artificiosa inquietudine, nessuno sfoggio, nemmeno quando il suo nome iniziò a comparire nelle radio e nei giornali e a diffondersi a macchia d’olio, per guadagnarsi il suo meritatissimo spazio nel mondo.
Il vecchio ponte era stato rinforzato durante l’estate, un paio di enormi profili metallici agganciati all’intradosso per tutta l’estensione, da sponda a sponda; quell’acciaio luccicante accanto alla ruggine dei vecchi bulloni e all’ossidazione di correnti e diagonali pesava come gli anni che ci portavamo sulle spalle. L. lo sapeva, lo aveva chiaro in testa più di tutti noi gente comune di braccia e mani ruvide dal lavoro, ce lo andava semplificando tra parole e note, e la sua voce calda e roca addolciva l’amaro in bocca di questa ovvia fragilità e caducità dell’esistenza. Un monito gentile che andava porgendoci dal primo giorno in cui lo avevamo sorpreso a comporre, ancora giovane come lo eravamo noi, tra un caffè e un giornale ripiegato accanto al cappello di ordinanza. Lui lo sapeva.
Il vecchio ponte era stato addobbato a festa, con nastri bianchi annodati attorno al ferro, ché il paese intero si stava preparando per celebrare i suoi nuovi racconti sonori; c’erano fiori sparsi, c’erano persone accorse da lontano per una sana curiosità e c’erano strumenti apparecchiati sul selciato del municipio. Questa coralità della vita nella comune provincia era la sola cosa che rimpiangevo da quando mi ero spostato in città, e ogni volta che il mio treno tornava sui suoi passi tra quelle vie disordinate e quella sincera umanità mi sembrava quasi di compiere un balzo all’indietro nel tempo. L., nei suoi modi discreti e quasi schivi nel prendersi meriti, si era scansato dai riflettori naturali del sole di ottobre addossandosi al muro intonacato di un pallido verde; coriste e musicisti, al contrario, si erano ben amalgamati agli abitanti locali e l’ilare chiacchiericcio riempiva l’aria, come un preludio al pomeriggio che di lì a poco sarebbe proseguito in musica. Le storie recenti coprivano lo spazio di una mezz’ora abbondante, e apparivano come una narrazione ibrida tra parlato e cantato; nessuna costruzione complicata e ostentativa, dolci ballate dove chiarori e oscurità si spartivano la scena senza sovrastarsi tra loro, in un delicatissimo equilibrio sul filo parimenti alla vita e alla morte. Panorami sconfinati e tangibili, terreni e spirituali, interrogativi esistenziali, la fede, l’amore; i cori femminili gettavano un simbolico conforto, nonostante i suoni limpidi delle chitarre e degli archi fossero attraversati da un incedere cadenzato al pari di un accompagnamento per un commiato finale, allegoria di cattivi presagi musicati da confessioni e preghiere redentrici. Difatti, quello che nessuno sapeva, e – ironia della sorte nemmeno L. – è che quegli addobbi, come erano stati affissi per una festa avrebbero suggellato di lì a poco una tristissima, improvvisa, dipartita.
Il vecchio ponte luccicava sotto il ticchettio persistente della pioggia, e il feretro procedeva portato a spalle dai musicanti del paese per essere deposto sotto una candida croce marmorea, accanto ad altre simili, nell’angolo nord-orientale del cimitero; la sinagoga era troppo piccola per ospitare la funzione religiosa, considerata la straordinaria partecipazione collettiva. Tuttavia la veglia della notte precedente gli aveva assicurato la luce e il calore dei ceri accesi, e l’ombra per un intimo abbraccio privato. Nessun canto sacro in senso stretto, le note di L. erano la giusta compagnia, anche nel dolore, anche per se stesso. E in fondo avremmo continuato a pensare che un po’ se lo sentiva, “I’m ready, my Lord”.

Federica Giaccani

7. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Data di Uscita: 08/05/2016

Radiohead - A Moon Shaped Pool

La chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

“Ecco il suo strumento, adattato per le condizioni richieste, può portarlo tranquillamente in orbita” mi ha detto quel buffo ingegnere che mi ha consegnato il legno.

Dall’oblò si vede già la bianca meta, manca poco e sarò il primo musicista ad aver suonato sulla luna. La gente sotto di me si aspetterà un Neil Young blues col cappello di paglia e spiga di grano tra i denti, sotto il casco, invece riceverà qualcosa di diverso, di minimale ma sofisticato, di algido ma emozionante.

Faccio le prove al buio, mentre i miei compagni di viaggio sono tutti a pranzo nel modulo sopra al mio. Da qualche giorno non ho appetito, mangio giusto il necessario. Ma sto bene, mi avevano avvertito riguardo la probabile inappetenza durante il volo.

Siamo a dieci metri l’uno dagli altri, ma separati da un portellone a chiusura ermetica che gli ho pregato di non aprire quando suono. Ci si sente soli in una maniera strana, quassù, l’ho capito solo ora. Eppure è una condizione perfetta per comporre musica, al mio ritorno avrò idee per almeno 3 o 4 dischi.

Ma ora quello che importa è lo show lunare. Il primo pezzo sarà lungo 6 minuti e 26 secondi, l’ho chiamato “Daydreaming”. Spero che possa essere compreso, rappresenta quello che sono io in questo momento, c’è la malinconia che mi ha spinto in questa avventura, quella che è l’antidoto della tristezza.

Naturalmente io suonerò per davvero, anche se nessuno dei miei amici sentirà niente; gli abitanti della terra vedranno delle immagini sfocate, sulle quali saranno aggiunti i suoni che sto registrando in viaggio. Strana operazione, starete pensando, ma è l’unica possibile perché lassù nessun battito si propaga.

Quindi tengo a mente la lunghezza complessiva di tutti questi scheletri ritmici che ho composto e che eseguirò in mezzo alla polvere. Mi immagino già i miei compaesani canadesi in costume da bagno, ad ammirare il concerto davanti la tv portata in giardino, a debita distanze dalla loro piscina a forma di luna…

Eh sì, la chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

Maurizio Narciso

8. Roly Porter – Third Law

Data di Uscita: 22/01/2016

Roly Porter - Third Law

Non ho mai goduto di un’ottima fama nella mia cerchia; i più benevoli mi definiscono da sempre un solitario, omettendo appositamente sfumature di giudizio per concedermi il beneficio del dubbio, i più schietti si azzardano a descrivermi come asociale, supponente, e hanno ragione.
Quando ho accettato questo incarico di vigilanza a bordo della piattaforma petrolifera Grey-β in pieno Mare del Nord, era per dimostrare a me stesso e agli altri che ce l’avrei fatta, alla faccia di tutti, malgrado il totale isolamento dal mondo fatto di cose comuni. Ancora una volta era l’arroganza a muovere le mie scelte e non la passione in sé per il lavoro. Non volevo ammetterlo ma mi luccicavano gli occhi all’idea del rispetto che mi sarei guadagnato dopo mesi, anni, di confino. Un esiguo sacrificio in nome della gloria, ma capisco che siamo in pochi ad avere il sangue freddo per accettare un simile compromesso fino in fondo. In altre parole, non avevo nulla da lasciare, né da perdere.
L’acciaio e il cemento armato di quella cattedrale della produzione galleggiavano come una costruzione del futuro in mare aperto, una visione avveniristica specie al mio arrivo, in mezzo all’acqua immobile, rischiarata da un’aurora di marzapane, lattiginosa e dai contorni sgranati. I rapporti con i colleghi furono sin da subito ridotti all’osso; non avrei mai ceduto a confidenze mosse dalle circostanze singolari, e avrei combattuto contro le (mie) umane debolezze. Ciononostante, non ho mai rinunciato alla cortesia né all’atteggiamento collaborativo, se non altro per evitare il rischio di richiami dai superiori, per non passare per il solito stronzo da tenere d’occhio. Il basso profilo insomma.
Manco a dirlo, le ore più godibili per me erano quelle in cui gli altri della squadra crollavano nei letti dopo aver smontato dal turno. Gruppi diversi erano intenti nel loro daffare, o avevano appena cominciato il servizio. Rimanevo solo, finalmente, e mi sporgevo dal bordo della piattaforma come quei bimbetti spavaldi che non conoscono, ancora, l’esistenza dei pericoli. Lo spettacolo delle onde tutt’intorno, alle volte mansuete, altre agitate come cavalli imbizzarriti dopo uno scoppio, prendeva forza di notte, quando la massa liquida e volubile era talmente scura da fondersi e confondersi con il cielo, tant’è che al limite della banchina il freddo mi investiva e andavo in totale confusione. Quali erano gli abissi? E quali le galassie sperdute? Ed io, ne avrei mai fatto parte o stava già accadendo da sempre?
Mi portavo gli strascichi di questi interrogativi esistenziali anche durante le operazioni di estrazione coordinando le fasi e controllando i dispositivi di sicurezza; i bagliori che emergevano dai fondali, i riflessi e i giochi di luce tra cielo e acqua, le impercettibili variazioni. L’acciaio cigolava e strideva, eppure splendeva argenteo anche al chiarore lunare, affascinante come una navicella spaziale, terrificante come la fantascienza di Kubrick. Attorno si agitavano tempeste che i pianeti sorvegliavano a distanze siderali, avevo un taccuino con me per annotare le sensazioni ma mi mancavano, ogni volta, le parole. Ora non posso più negarlo, ma sul momento riconoscere di essere vulnerabile mi faceva trasalire di vergogna e imbarazzo: dov’era finito quel cazzone borioso che si era spinto così distante per urlare al mondo di essere invincibile?
Decidesti di palesarti silenziosamente allo scadere dei primi tre mesi sulla piattaforma, ancora lo ricordo bene. Un mezzogiorno impregnato di vento e di salsedine e un servizio straordinario per completare un’estrazione particolarmente impegnativa, ci avevano concesso dieci minuti risicati per mettere qualcosa sotto i denti prima di ricominciare le operazioni e contavo di addentare una mela seduto sul letto. Se non altro avrei voluto una parentesi privata. Invece trovai a terra quella fotografia lasciata scivolare sotto la porta in maniera fugace, m’immagino, per non destare sospetti. Un bulbo oculare zoomato fino a distinguere l’attaccatura delle ciglia nella palpebra inferiore, fisso, spalancato, attento, nella cui oscurità erano riflessi corpi celesti e l’ignoto, immenso, tra di essi.
Cos’hai visto?
Una penna nera dalla punta sottilissima e una grafia ordinata, tre parole appuntate sul retro dell’istantanea: questo era il tuo biglietto da visita. Avevi fatto un passo nella mia direzione e a quanto pare non potevo più rimanere nell’ombra, completamente. In un primo momento rimasi contrariato, ché avrei preferito il totale isolamento per le mie fascinazioni, ma dovetti arrendermi all’esistenza evidente di altri sociopatici a bordo della Grey-β. Quell’occhio era mio, e quella proiezione era la mia meraviglia davanti all’infinito, il mio terrore. Accordammo turni sfalsati per non infastidirci, di tanto in tanto ci si incrociava per scambiarci qualche impressione, ma i dialoghi più significativi li ho avuti soltanto con me stesso, e con il vuoto. Il silenzio non era mai estremo, era come se quel mondo lì ai confini tra il meccanico e l’astronomico avesse instaurato un botta e risposta a colpi di droni e suoni di matrice ambient, corposi come blocchi di roccia, evanescenti come materia celeste. La configurazione di stelle sopra la mia testa appariva immobile e immutabile, tuttavia avvertivo forze dirompenti e accelerazioni vertiginose su successioni di battiti martellanti. Vacillavo, come sospinto dalla gravità che andava e veniva. Con lo stupore di un bambino e lo sgomento della Bullock tra le mani di Cuarón, arrivai a stento a completare il servizio. Avevo la consapevolezza di aver alzato troppo l’asticella della resistenza, ma arrendersi mi è sempre sembrato un tradirsi, e malgrado tutto riuscii perfino a simulare disinvolta insolenza al mio rimpatrio.
A casa ritrovai le cose come le avevo messe in pausa oramai da un anno, lo stesso odore dei mobili, la morbidezza della biancheria, le pentole e le stoviglie al loro posto; gli amici di un tempo dovettero riabituarsi alla mia scostante presenza ma ero irrimediabilmente altrove, e forse per questo meglio sopportabile. Nessuna immagine, tuttavia, è ancora riuscita a rimpiazzare il tuo volto quando ci salutammo, forse per sempre: le pupille lontane eppure addosso alle mie, poi entrambe rivolte al cielo notturno, con quel lampo di pazzia e stupore sotto l’onda d’urto dei pianeti, le sfumature indaco, lo spazio.

Federica Giaccani

9. Jenny Hval – Blood Bitch

Data di Uscita: 30/09/2016

Jenny Hval - Blood Bitch

Jenny non si affacciava mai dalla finestra dell’abbaino, avevo trascorso giornate intere a mettermi in mostra dalla mansarda di fronte alla sua, dieci metri nemmeno di distanza, ma continuavo ad essere invisibile. La spiavo trafficare con libri e disegni, scomparire per giorni, andare e venire con movimenti inquieti e scatti fulminei. Ne ero soggiogata. Mamma e papà mi esortavano a percorrere il marciapiede che collegava le nostre case e trovare un pretesto per suonare il campanello, “non penserai mica che possa mangiarti, è una ragazzina come te, non un vampiro”, poi quella domenica ruppe il vaso, finalmente. Le scivolò dalle mani manco fosse di burro, mentre rovesciava l’acqua sporca sopra il cespuglio di rose dall’alto del suo nascondiglio; un tonfo netto e corsi a vedere, con un maldestro urlo di stupore, e divenni da quel momento un personaggio della sua incredibile storia.
I pomeriggi condivisi tra i compiti di scuola e qualche vecchio film in videocassetta, le passeggiate tra gli abeti nel bosco del quartiere, l’isolamento naturale dal conformismo dei nostri compagni inebetiti tra mode e videogames; il legame acquisiva forza crescente, diveniva esclusivo e forse a tratti morboso. Ne andavo fiera, francamente non mi interessava di altro fuorché di lei, di noi, di quello che potevamo essere e fare assieme (o meglio Jenny, e io dietro come un’adepta fedele e innamoratissima). Aveva imparato l’arte del mostrarsi in bilico tra il prendersi troppo sul serio e il non prendersene affatto, sicché gli altri ne restavano ammaliati ma al contempo spiazzati. L’aura di mistero attorno al vampirismo, ad esempio, era a ben vedere uno specchio per le allodole; nei nostri giochi complici ne ridevamo ma le reazioni degli altri erano spesso sproporzionate, o al limite scomposte. Sicuramente non sapevano decidere se reputarmi una miracolata, eletta nelle grazie di Jenny, o piuttosto una sventurata rimasta impigliata nella sua ragnatela.
Avevamo intrapreso crociate disperate nei nostri anni più giovani, con impeto e pancia anagraficamente fisiologici, e altrettanto fisiologico bisogno di una certa ingenua cripticità nei modi, tant’è che il messaggio sovversivo arrivava attutito rispetto alla sua forza originaria. Lanciavamo il sasso e ritraevamo la mano, inconsciamente, col timore che un’interpretazione corretta avrebbe potuto sortire effetti ingestibili dalla nostra chiara inesperienza. Ascoltavamo musica dark, la mansarda era il rifugio. Poi lei partì.

Jenny era tornata ad Oslo da qualche mese, e per me che ero rimasta in questi anni non era stato semplice riempire il vuoto che la sua temporanea assenza aveva creato. Quando la rividi era appena scesa da un’auto sconosciuta, di passaggio; il suo viso era talmente scarno da risaltare coi suoi spigoli netti sotto le curve morbide di un nero pastrano maschile. Corse ad abbracciarmi, e io sprofondai nel suo odore familiare, prima di perderci in racconti infiniti sotto il crepuscolo che pian piano calava. Tuttavia qualcosa era cambiato, irrimediabilmente; nonostante cercassimo di ritrovarci, i linguaggi non collimavano come un tempo, e ogni sforzo per fingere il contrario sapeva di patetico e artificioso. Non restava che mollare la stretta, una presa di coscienza finalmente matura, ed esserci l’un l’altra a una distanza di sicurezza.

L’altra notte, con l’abat-jour accesa sui fogli sparsi nel pavimento e l’agitazione di una scolaretta al primo giorno di lezione, rileggevo le domande che avevo annotato per l’intervista; aspettavo Jenny a casa mia, il bollitore era già sul fornello per un caldo tè d’accoglienza. Un asettico incontro formale in una hall di un hotel, fotocopia di qualsiasi altro indetto per la stampa, avrebbe mortificato il nostro rapporto. Sapevo che non avrei mai usato l’elenco di interrogativi preparato apposta, l’avevo fatto più per ingannare l’attesa e crogiolarmi nei ricordi. Tra me e lei non c’era mai stata necessità di un catalizzatore fasullo, le chiacchiere sarebbero sgorgate a prescindere da carburanti esterni. Quant’ero orgogliosa di lei, era riuscita in una lettura interiore schietta e potente, costruendo un racconto dell’io crudo, mai imbellettato, di nuovo spiazzante come era sempre stata. Questo di fatto era il secondo capitolo compiuto del suo autoritratto, e stavolta aveva smussato gli spigoli della narrazione creando un flusso sonoro materico, denso o rarefatto, che sapeva di campanelli, sussurri all’orecchio, lingue appoggiate al palato o sulle labbra, di fiato tiepido, di pulsioni, di sangue. Un racconto ematico, in cui riprendere con disinvoltura tematiche femministe come la sessualità, presentata per quello che è, con le mestruazioni spogliate da imbarazzi e tabù, e ancora divertenti incursioni a sorpresa con i vampiri. La dimensione volutamente ambigua tra l’onirico e il concreto lasciava fluttuare il disco, e con esso la storia, tra il sonno e la veglia, perdendo sovente le coordinate per comprendere appieno dove poter essere; dialoghi registrati si intrecciavano a parti recitate, a cori delicatissimi, a melodie accattivanti cantate come fossero brani più tradizionali. Ecco perché in fondo l’album poteva essere considerato pop, nel suo essere stravagante ma accessibile ad ogni orecchio, disposto ad accettare amori platonici, dichiarazioni di fallimenti e insicurezze, dettagli di visite mediche tra speculum e vagine. Il sangue, di nuovo. E il consumismo, il capitalismo (menzionato con disinvoltura in un ritornello). L’incantesimo era stato pronunciato.
Jenny giunse puntuale, con indosso la stessa mantella che ho imparato ad associare al suo ritorno, e quella voglia di scoprirsi che mi ha da sempre attratta con forza. Le tazze bollenti, il divano, noi due e tanto, costantemente, da dirci.

Federica Giaccani

10. Angel Olsen – MY WOMAN

Data di Uscita: 02/09/2016

ang fede my wom

Angela oramai tornava di rado a casa dei suoi genitori, soltanto per le feste. Stavolta aveva deliberatamente accorciato la permanenza in quella villetta troppo americana nel Missouri, e aveva accettato un invito a suonare nel vecchio continente una manciata di concerti a ridosso del Capodanno. La mamma se ne sarebbe risentita, avrebbe tentato di dissuaderla dal ripartire così presto giocandosi la sempre valida carta dei sensi di colpa, ma chiunque sapeva che avrebbe fallito. Angela camminava con le sue gambe e aveva scelto la sua strada da anni, fiera e determinata. Una donna.
Davanti allo specchio inquadrato da una cornice in ciliegio interrogava la sua immagine riflessa dopo essersi intrappolata in un vortice di vecchi vestiti da indossare e sfoggiare e togliere, eredità barattata dalle donne di famiglia al posto dei convenzionali pizzi e merletti da biancheria. Le gonne si aprivano a campana volteggiando frivole, o fasciavano cosce e ginocchia in una stretta suadente, lei si divertiva e respirava aria dall’odore di sabbia e palme, a bordo di una decappottabile diretta verso mare, o verso il deserto. La chitarra, divenuta con gli anni un’appendice alla sua persona, osservava la scena dallo spigolo, illuminata dai raggi del sole attraverso l’abbaino. Pareva ridersela sotto i baffi dorati, simmetrici, che una giovane Angela aveva disegnato col pennarello ai lati del ponte; le sue corde, avvezze alle carezze gentili e ai tocchi dolci del folk, si erano addomesticate ai nuovi graffi e alle impennate che la consapevolezza aveva aggiunto di recente alle armi di una ragazza ora donna. Si divertivano assieme, complici, amiche inseparabili, sorelle.
La imbracciò d’istinto gettando uno sguardo all’auto che l’aspettava nel vialetto di casa, e che di lì a poco l’avrebbe di nuovo sospinta lontano dal recinto, verso la strada.

I want to go where nobody knows fear
I want to follow my heart down that wild road

Le canzoni si rincorrevano nella sua testa come sul disco, suonate nel caldo torrido dei festival estivi o nella penombra di qualche intimo locale di città, personali e selvagge, raccontavano una maturazione leggera, un equilibrio adulto ma sempre sognante.

I dare you to understand what makes me a woman.

Federica Giaccani

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