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Top Ten 2016 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. MONEY – Suicide Songs

 

Data di Uscita: 29/01/2016

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Imbottigliato nel traffico. Non riesco comunque a sentirmi in trappola. La primavera è arrivata inattesa. Il sole entra dal parabrezza di sghimbescio ed il mio destino non m’è mai parso così chiaro. Procedo a passo d’uomo. Ci vorrà almeno un’ora per arrivare a casa. Arriverò che sarà il tramonto. Poco male. Non c’è fretta. Il nervosismo delle altre macchine non mi disturba. Mi sento distaccato e questo mi permette di gettare uno sguardo disincantato su ciò che mi circonda. Osservo la scena da una prospettiva nuova e mi vedo finalmente sereno. Prenderò questi minuti per riconsiderare tutto da capo seppur sia certo non ritratterò nulla. La decisione è ormai presa e non mi sono sentito così bene per molto tempo. Che qualcuno possa pensare sia un gesto egoista non mi importa più di tanto. Vorrei però fosse chiaro che non è un gesto disperato. Questo sì. E’ una mia scelta libera e cosciente. Ci sarà sicuramente qualcuno che alzerà la voce con disprezzo o che si dilungherà in profuse retrospettive su alcune circostanze sospette che mi hanno riguardato ma che nulla hanno a che vedere con il mio sentire. Vecchi conoscenti. Presunti amici. Diranno un sacco di cose. Lasciateli parlare. La mia unica speranza è che non feriscano con le loro parole le persone che in qualche momento della loro vita m’hanno amato. Purtroppo non posso avere il controllo su tutto. Sono certo che in un primo momento saranno deluse. Ma poi capiranno. Se mi hanno voluto bene è perché ho condiviso con loro le mie paure e le mie debolezze. Ho reso loro partecipi delle mie idee e loro mi hanno sempre donato comprensione. Mi rendo conto che questa non è una scelta come le altre. Richiederà loro uno sforzo maggiore. Ma abbiamo lottato assieme. Lo sanno che difficilmente sono disposto a retrocedere dalle mie posizioni. E lo sanno che non potrei mai lasciare nessuno interferire con la mia libertà. Qualcuno suona il clacson spazientito appena si illumina di rosso l’omino sull’attenti del semaforo pedonale. Lo mando affanculo e scoppio in una risata sincera. Scatta il verde. Non mi possono turbare. Ingrano la prima e riparto.

Riattacco. Ho il groppo in gola. Non ho mai pensato che sarebbe stato facile. Ma è giusto così. Lasciare dei messaggi scritti non avrebbe concesso nessuna replica. Invece al telefono sono riuscito a fugare dubbi e paure. La mia voce determinata e senza rancore ha chiarito le mie volontà. Sono abbastanza sicuro che dalle mie parole trasparisse la lucidità dei miei pensieri. Depenno dalla lista il penultimo nome e accendo la sigaretta che stringo tra le labbra. Apro la finestra. L’aria fresca e secca si mescola al fumo e all’anidride carbonica scartata dal mio corpo a formare una nuvola persistente che sale verso il cielo notturno. Guardo l’ultimo nome sulla lista e per un attimo, solo per un attimo, mi sento vacillare. Spengo la sigaretta mentre ancora espiro l’ultima boccata. Quindi mi dirigo a passo sicuro verso il telefono. Compongo il numero. Mentre squilla mi schiarisco la voce. Non risponde nessuno. Aspetterò.

Qualcuno suona alla porta. Non ho bisogno di chiedere. Chi è? Lo so già. Quindi apro. Qualcuno deve averla chiamata prima che lo facessi io. Mi porge la bottiglia di vino che tiene in mano. E mi sorride. Non è qui per farmi cambiare idea. Da lei non mi aspettavo niente di meno. Si toglie il cappotto e scopre un maglione marrone che le cala largo sui fianchi. Indossa dei jeans grigio scuro che andavano di moda forse vent’anni fa. Si sfila le scarpe senza slacciarle. Riprende la bottiglia e si incammina verso la cucina. Nel frattempo vado ad accomodarmi sul divano. Sento il rumore del tappo che viene liberato dalla sua trappola di vetro. Un tintinnio di bicchieri. Quindi riemerge in soggiorno con l’aria soddisfatta. Viene a sedersi al mio fianco.

Se ne è appena andata. Prima di uscire mi ha chiesto se non avessi voluto che rimanesse. In quel momento avrei voluto piangere. Le ho risposto di no. Che volevo restare solo. Vuoto la bottiglia nel bicchiere e mi accendo l’ultima sigaretta. Se devo essere sincero avrei voluto che rimanesse. Ma sapevo che non sarebbe stato giusto imporle quella mia decisione. Il fatto che si fosse offerta non cambiava le cose. Non potevo lasciarla sola a condividere quel momento con me. Affacciato alla finestra la vedo attraversare la strada vuota mentre le quattro frecce della macchina si illuminano per un istante. Apre la portiera e poi si volta. Non posso vederlo chiaramente ma so che sta piangendo. Alzo la mano per salutarla. Lei non ricambia. Non posso vederlo ma so che sicuramente mi sta sorridendo. Sale in macchina e per almeno un minuto resta lì. Poi si accendono i fari. Il motore. Parte.

Hai paura?
Risponderti di no sarebbe come giocare a nascondino su un campo arato.

Pietro Liuzzo Scorpo

 

2. The drones –  Feelin kinda free

Data di Uscita: 18/03/2016

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Gli occhi non erano del tutto chiusi. Puntavano leggermente a destra. Un po’ in basso. La fronte era alta, contornata in alto da fini capelli scuri, appena disordinati, che prima dovevano essere stati pettinati all’indietro. Sembravano un po’ umidi, probabilmente di salsedine. Le punte delle orecchie erano sporgenti ed acute. Il naso occupava un certo spazio, ma senza allontanarsi troppo dal labbro superiore. La bocca incurvata verso il basso conferiva al volto un’aria malinconica. Il collo era completamente nascosto dal colletto della camicia bianca, stretto in una cravatta a strisce diagonali chiare e scure. Era facile immaginare che si stesse chiedendo se mai avrebbe rivisto quella spiaggia, le onde del mare. Era facile immaginare che stesse sospirando, certo di ciò che eventualmente sarebbe successo. Ed era facile immaginare pure che, solo un momento prima di spirare, avesse appena confidato un segreto che gravava sul suo sonno da anni. Una cosa del tipo “Mi dispiace non esserci stato per te… figliolo.”
Mia madre è morta quando sapevo a malapena invocarne la presenza con suoni che non implicassero pianti sguaiati e facce paonazze. In quei pochi mesi, da quando io ho palesato la mia esistenza a quando lei ha chiuso gli occhi per l’ultima volta, non aveva rivelato a nessuno chi fosse mio padre. Durante l’adolescenza cercai di investigare ma non giunsi ad alcuna conclusione. Il paese era piccolo, sperduto qualche grado a nord di Adelaide. Dico piccolo per dire che è uno di quei posti dove tutti conoscono, e discutono morbosamente, i dettagli delle vite di tutti. Ma, a quanto pare, nessuno aveva la benché minima idea di chi potesse essere mio padre.
Ho poco più di trent’anni ora. Tutte le mattine rivedo nello specchio quel volto che così spesso ho visto sui giornali. Un uomo trovato morto sulla spiaggia dall’identità tutt’ora sconosciuta. Fiumi di inchiostro sprecati cercando di ricostruirne la storia, cercando di mettere insieme i pezzi di quel mistero. Sono convinto che sia solo una coincidenza, le mie orecchie a punta, il naso grosso che non si allontana troppo dal labbro superiore, i capelli fini. E’ sicuramente una coincidenza. Esistono sosia nati su continenti diversi.
Oggi sono venuto ad Adelaide, al West Terrace Cemetery. Sono in piedi di fronte alla lapide da circa un’ora. No, non credo di essere il figlio dell’uomo sepolto lì sotto. No, non lo sono. Non penso di esserlo. No. No. Non lo sono. La somiglianza è forzata, deformata, dalla mia mente che ha scelto un modo eccentrico, e pure un po’ doloroso, per farmi evadere ed immaginare di essere in qualche modo speciale. I fiori? Questi fiori li ho portati perché mi sembrava irrispettoso presentarmi a mani vuote.
Tutto qui.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Agnes Obel – Citizen of Glass

Data di Uscita: 21/10/2016

Agnes Obel – Citizen of Glass

Le fece cenno di entrare e di accomodarsi. In un attimo le avrebbe offerto qualcosa da bere. Un’aranciata se ne ha, per favore. Ecco. Grazie. Non aspettava nessuno quel pomeriggio. La mancanza di aspettative lo lasciò libero di non sorprendersi quando, una volta aperto, trovò lei dall’altro lato della porta. Vestita di una tuta, i pantaloni infilati nei calzini, le ciabatte di un verde pistacchio ormai forse un po’ spento. I capelli lasciati liberi di sciogliersi sulle spalle. Gli spartiti che le aveva prestato tra le braccia. Dodici anni indossati su una postura composta, contenuti in atteggiamenti misurati, in un riserbo sfoggiato in punta dei piedi per non disturbare. Non sentì l’urgenza di chiederle spiegazioni circa quella visita non programmata. D’altronde era abbastanza anziano da non avere più alcuna fretta di ottenere risposte che intuiva sarebbero comunque arrivate. Mi chiedevo se potessimo anticipare ad oggi la lezione. Non sono sicura di poter venire la prossima settimana. Assentì con un morbido cenno del capo. Lei quindi scolò l’ultimo sorso di aranciata e posò il bicchiere sul tavolo. Contemporaneamente si alzarono, con l’intesa di due attori che avevano provato e riprovato una scena per renderla il più naturale possibile, e si mossero nel soggiorno per iniziare. Controllò che lo sgabello fosse regolato per l’altezza giusta pur sapendo che nessun altro aveva suonato quel pianoforte dall’ultima volta che era stata lei ad accarezzarne i tasti un paio di giorni prima. Riconosceva nel gesto della sua unica studente l’esigenza di definire il proprio spazio, di tratteggiare i propri contorni, di astrarsi per un po’ dalla quotidianità e da tutto ciò che questa comporta. Cominciò a suonare gli esercizi che avevano lasciato in sospeso, non ancora rifiniti, l’ultima volta. Quel pomeriggio però fluivano già più solidi, sicuri. L’assenza di sbavature dell’esecuzione lo compiaceva e ad ogni lezione non poteva fare a meno di stupirsi dei progressi che compiva pur non avendo a casa un pianoforte sul quale esercitarsi. Lei era la prova, che lui per una vita aveva cercato, che non è il sacrificio ma la necessità ad imprimere l’anima nelle note. Lei, mentre lui incastrava questi pensieri come pezzi di un puzzle nella sua mente, rimaneva concentrata, deliziata dall’avere finalmente dei tasti da premere, invece di proiettare bianco e nero sulle listarelle del parquet nell’intimità della propria cameretta. Prima, quando ancora non andava a lezioni di musica, quelle listarelle del parquet erano la coperta di una nave. Lei ne era il capitano che soffriva la terraferma. Il mare aperto era il suo porto sicuro quando al di là di quella porta che la separava dal resto dell’appartamento infuriava la bufera. Il soggiorno di quell’uomo che abitava dall’altra parte del pianerottolo invece, era ora la sua isola deserta. Rifugio non riportato su alcuna carta nautica. Il punto più distante da qualsiasi orizzonte. Il suo agio in quell’ambiente traspariva sincero, tanto che lui più volte, in passato, aveva avuto il timore di essere invadente. Una volta però prese le dovute misure, aggiustate le distanze, aveva trovato il suo posto. Un po’ defilato, ma comunque al suo fianco, la lasciava sbagliare e correggersi da sola, e solo a pezzo concluso si permetteva di consigliarla, di suggerirle come avrebbe potuto ancora migliorare. Con lo sguardo seguiva le dita dell’allieva e con un minimo sforzo di immaginazione ne imitava i movimenti, puliti, senza quei tremori che lo trattenevano dallo sfiorare di nuovo quella tastiera. In quei momenti, in cui lei volteggiava tra scale e arpeggi, in cui lui con un cerino le illuminava la strada, tutto rimaneva in equilibrio, come sospeso. La lezione si concluse ed entrambi, ognuno a modo suo, ognuno per le proprie ragioni, si ritrovarono ad essere riconoscenti per quell’ora appena conclusa. Prima di andarsene, lei si frugò nelle tasche e ne tirò fuori alcune banconote stropicciate che sembravano essere state estratte da un salvadanaio d’argilla. La prossima volta. Provò a rifiutare lui. Lei con un sorriso che forse non c’era scosse energicamente la testa e gli mise i soldi nella mano che non riusciva a stare ferma. Salutò e si avviò verso casa. Lui richiuse la porta nella certezza di non sapere se e quando un’altra volta ci sarebbe stata.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Nicolas Jaar – Sirens

 

Data di Uscita: 30/09/2016

Nicolas Jaar – Sirens

Rimossi le ragnatele e la polvere come se stessi scartando un regalo. Quella scatola ritrovata per caso era stata nascosta dal passare degli anni e dall’accumulo di cianfrusaglie che ne consegue. Più volte mi sono interrogato su questa mia propensione a conservare oggetti privi di un vero significato ma non sono mai riuscito a darmi una spiegazione. Volantini di serate alle quali non sono mai andato. Ninnoli di cui qualcuno voleva disfarsi. Piccoli cimeli trovati per strada. Di alcuni sono sicuro di averli tenuti perché convinto segnassero un momento che per qualche motivo ritenevo importante e di cui invece non tengo memoria alcuna. Altri, invece, si sono ritrovati nella mia stanza per il semplice fatto di soddisfare la mia idea di estetica. Ciò di cui sono sicuro è di non aver mai catalogato niente. Catalogare mi annoia e non trovo dia a questa stratificazione di caos nessun significato illuminante. E trovare il cuore di gettare qualcosa è sempre difficile Mi sembra di commettere un torto nei confronti di un me stesso ormai passato. Eppure sono sicuro che non me ne vorrebbe. Come io ora non ne vorrei ad un me futuro che decidesse di buttare quel biglietto del cinema che da una settimana mi guarda dal comodino sul quale l’ho lasciato.
Quella scatola un tempo conteneva un televisore. Un modello ormai superato ma non poi così vecchio. Le scritte in spagnolo suggerivano fosse stato acquistato in Cile e che mi avesse poi seguito quando feci ritorno in America. Dentro trovai un piccolo tesoro. La sorpresa di ritrovare delle cassette datate lo scorso millennio fu inebriante. Mi sentii come Schliemann di rientro a casa da degli scavi in terre lontane. D’improvviso mi avvolse quella stanchezza che prende dopo un interminabile viaggio una volta messo piede tra le tiepide mura domestiche. Subito dopo venni pervaso dal sollievo del ritorno. Quindi, con il sorriso tra le labbra, mi si inumidirono gli occhi.
Tra i vari oggetti che ho conservato pur nella convinzione che non mi sarebbero più tornati utili ritrovai un adattatore VHS-c/VHS ed un videoregistratore. Le memorie più vivide che conservo di quest’ultimo, sorprendentemente, erano memorie tattili. I tasti, la cassetta che ti viene gentilmente strappata dalle dita, le vibrazioni, convulsioni meccaniche, mentre il nastro ritornava tra le mani. Reperire i cavi ed un computer non fu il benché minimo problema.
Il video era pervaso da quella luce particolare che ha cessato di esistere all’inizio di questo secolo quando la qualità video ha cominciato con ambizione ad avanzare verso l’alta definizione. Sullo sfondo il muro di un piccolo appartamento newyorkese. Con una voce squillante rispondevo a mio padre. Gli raccontavo una storia. Ed era colorata. Ed era variopinta. Fu chiara, in quel momento, la distanza che aveva dovuto percorrere la mia musica per arrivare fino a qui oggi.

Había una vez un pajarito que estaba volando.
Y ahí, había un señor con una pistola muy grande e hizo así
[…]
Y ahí, estaba caminando en un pastel muy chiquitito,
y estaba cantando. Y ahí vino un leòn! Caminando y… Roaaaar!

Pietro Liuzzo Scorpo

 5. Radiohead – A moon shaped pool

 

Data di Uscita: 08/05/2016

Radiohead - A Moon Shaped Pool

La chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

“Ecco il suo strumento, adattato per le condizioni richieste, può portarlo tranquillamente in orbita” mi ha detto quel buffo ingegnere che mi ha consegnato il legno.

Dall’oblò si vede già la bianca meta, manca poco e sarò il primo musicista ad aver suonato sulla luna. La gente sotto di me si aspetterà un Neil Young blues col cappello di paglia e spiga di grano tra i denti, sotto il casco, invece riceverà qualcosa di diverso, di minimale ma sofisticato, di algido ma emozionante.

Faccio le prove al buio, mentre i miei compagni di viaggio sono tutti a pranzo nel modulo sopra al mio. Da qualche giorno non ho appetito, mangio giusto il necessario. Ma sto bene, mi avevano avvertito riguardo la probabile inappetenza durante il volo.

Siamo a dieci metri l’uno dagli altri, ma separati da un portellone a chiusura ermetica che gli ho pregato di non aprire quando suono. Ci si sente soli in una maniera strana, quassù, l’ho capito solo ora. Eppure è una condizione perfetta per comporre musica, al mio ritorno avrò idee per almeno 3 o 4 dischi.

Ma ora quello che importa è lo show lunare. Il primo pezzo sarà lungo 6 minuti e 26 secondi, l’ho chiamato “Daydreaming”. Spero che possa essere compreso, rappresenta quello che sono io in questo momento, c’è la malinconia che mi ha spinto in questa avventura, quella che è l’antidoto della tristezza.

Naturalmente io suonerò per davvero, anche se nessuno dei miei amici sentirà niente; gli abitanti della terra vedranno delle immagini sfocate, sulle quali saranno aggiunti i suoni che sto registrando in viaggio. Strana operazione, starete pensando, ma è l’unica possibile perché lassù nessun battito si propaga.

Quindi tengo a mente la lunghezza complessiva di tutti questi scheletri ritmici che ho composto e che eseguirò in mezzo alla polvere. Mi immagino già i miei compaesani canadesi in costume da bagno, ad ammirare il concerto davanti la tv portata in giardino, a debita distanze dalla loro piscina a forma di luna…

Eh sì, la chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

Maurizio Narciso

6. Dälek – Asphalt for Eden

Data di uscita: 22/04/2016

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L’asfalto si è mangiato tutto. Non più il parco con i suoi, radi, alberi e l’area attrezzata con quell’altalena da sempre arrugginita. E’ piuttosto il trasformarsi post-fordista dei luoghi, ora totalmente spersonalizzati, a contenere i pomeriggi stanchi del nulla. Il quartiere è circondato da barriere architettoniche che per quanto in teoria non siano una gabbia, nella pratica rendono impossibile la fuga. Si ciondola da una periferia all’altra senza la possibilità di muoversi in una direzione che non sia quella tangente. I palazzoni alti a sfiorare il cielo hanno le finestre rettangolari indistinguibili l’una dall’altra. Alcune sono illuminate la sera. Da altre si può solo intuire la presenza di un televisore acceso. A perdita d’occhio soluzioni abitative per una speculazione che spinge tutto verso fuori, ai margini. E’ così che hanno costruito il purgatorio.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Leonard Cohen – You want it darker

 

Data di Uscita: 21/10/2016

Leonard Cohen - You Want It Darker

Il vecchio ponte ribaltava la sua immagine deformata sulle acque del fiume, lo aveva sempre fatto, anche nelle stagioni più aride. La traiettoria del sole modificava il riflesso, che a mezzogiorno era quasi inesistente. Da ragazzini io e Doug ci nascondevamo tra le putrelle della reticolare a rollare sigarette, scimmiottando i movimenti sicuri delle mani degli adulti che sfornavano cilindretti perfetti, al contrario dei nostri ricurvi, col tabacco che spesso si disperdeva dai punti in cui la saliva non aveva ben attecchito. Le barche scivolavano lente sotto i nostri piedi ciondolanti nel vuoto mentre qualche camion trasportava bestiame alle nostre spalle facendo vibrare l’asfalto.
Il vecchio ponte non poteva parlare, ma se avesse potuto avrebbe raccontato una ad una le storie che ha visto passare negli anni lì intorno. Come quando mio padre finì nei torbidi gorghi al di sotto dopo una rovinosa caduta: aveva alzato il gomito al bar durante un’interminabile partita a carte e il whisky gli aveva presentato un conto salato, fatto di fango e acqua putrida. Come quando qualcuno, tra quella manciata di case, vinse alla lotteria nazionale e vennero truppe di giornalisti d’assalto alla caccia del fortunato, che ovviamente si era già dileguato chissà dove. Come quando la gente moriva, e i cortei funebri procedevano con lentezza da una riva all’altra, in processione verso il cimitero, e i parenti confusi dal pianto erano indecisi se continuare a pregare o porre fine ai supplizi interiori gettandosi a loro volta dal parapetto.
L. non aveva mai cambiato posizione, il tempo spazzava via vite e abitudini ma il suo culo lo avresti sempre trovato accomodato all’angolo della sala piccola del bar, nella penombra, con i pizzi delle tendine alle finestre che tracciavano sagome improbabili sul suo volto e si sovrapponevano ai lineamenti, alle rughe. Scriveva libri e canzoni, le righe dei quaderni si mischiavano con quelle del pentagramma e ne uscivano fuori delle storie che parlavano al cuore. Non c’era persona che non lo rispettasse e lo stimasse in paese, perfino il burbero chiacchierone Sam aveva imparato a tacere i mugugni dinnanzi a lui per lasciare posto al silenzio e a un cortese inchino del capo. L. appuntava cose sparse nei suoi taccuini per poi riordinarle in quelle righe magiche, ogni tanto interrompeva il lavoro per intavolare delle piacevoli conversazioni con Megan al bancone, o con qualche avventore; sapeva di fascino ma anche di genuina umiltà. Questo lo ha da sempre contraddistinto in questo dipinto in chiaroscuro, nessuna ombra caricata di artificiosa inquietudine, nessuno sfoggio, nemmeno quando il suo nome iniziò a comparire nelle radio e nei giornali e a diffondersi a macchia d’olio, per guadagnarsi il suo meritatissimo spazio nel mondo.
Il vecchio ponte era stato rinforzato durante l’estate, un paio di enormi profili metallici agganciati all’intradosso per tutta l’estensione, da sponda a sponda; quell’acciaio luccicante accanto alla ruggine dei vecchi bulloni e all’ossidazione di correnti e diagonali pesava come gli anni che ci portavamo sulle spalle. L. lo sapeva, lo aveva chiaro in testa più di tutti noi gente comune di braccia e mani ruvide dal lavoro, ce lo andava semplificando tra parole e note, e la sua voce calda e roca addolciva l’amaro in bocca di questa ovvia fragilità e caducità dell’esistenza. Un monito gentile che andava porgendoci dal primo giorno in cui lo avevamo sorpreso a comporre, ancora giovane come lo eravamo noi, tra un caffè e un giornale ripiegato accanto al cappello di ordinanza. Lui lo sapeva.
Il vecchio ponte era stato addobbato a festa, con nastri bianchi annodati attorno al ferro, ché il paese intero si stava preparando per celebrare i suoi nuovi racconti sonori; c’erano fiori sparsi, c’erano persone accorse da lontano per una sana curiosità e c’erano strumenti apparecchiati sul selciato del municipio. Questa coralità della vita nella comune provincia era la sola cosa che rimpiangevo da quando mi ero spostato in città, e ogni volta che il mio treno tornava sui suoi passi tra quelle vie disordinate e quella sincera umanità mi sembrava quasi di compiere un balzo all’indietro nel tempo. L., nei suoi modi discreti e quasi schivi nel prendersi meriti, si era scansato dai riflettori naturali del sole di ottobre addossandosi al muro intonacato di un pallido verde; coriste e musicisti, al contrario, si erano ben amalgamati agli abitanti locali e l’ilare chiacchiericcio riempiva l’aria, come un preludio al pomeriggio che di lì a poco sarebbe proseguito in musica. Le storie recenti coprivano lo spazio di una mezz’ora abbondante, e apparivano come una narrazione ibrida tra parlato e cantato; nessuna costruzione complicata e ostentativa, dolci ballate dove chiarori e oscurità si spartivano la scena senza sovrastarsi tra loro, in un delicatissimo equilibrio sul filo parimenti alla vita e alla morte. Panorami sconfinati e tangibili, terreni e spirituali, interrogativi esistenziali, la fede, l’amore; i cori femminili gettavano un simbolico conforto, nonostante i suoni limpidi delle chitarre e degli archi fossero attraversati da un incedere cadenzato al pari di un accompagnamento per un commiato finale, allegoria di cattivi presagi musicati da confessioni e preghiere redentrici. Difatti, quello che nessuno sapeva, e – ironia della sorte nemmeno L. – è che quegli addobbi, come erano stati affissi per una festa avrebbero suggellato di lì a poco una tristissima, improvvisa, dipartita.
Il vecchio ponte luccicava sotto il ticchettio persistente della pioggia, e il feretro procedeva portato a spalle dai musicanti del paese per essere deposto sotto una candida croce marmorea, accanto ad altre simili, nell’angolo nord-orientale del cimitero; la sinagoga era troppo piccola per ospitare la funzione religiosa, considerata la straordinaria partecipazione collettiva. Tuttavia la veglia della notte precedente gli aveva assicurato la luce e il calore dei ceri accesi, e l’ombra per un intimo abbraccio privato. Nessun canto sacro in senso stretto, le note di L. erano la giusta compagnia, anche nel dolore, anche per se stesso. E in fondo avremmo continuato a pensare che un po’ se lo sentiva, “I’m ready, my Lord”.

Federica Giaccani

8. Motta – La fine dei vent’anni

 

Data di Uscita: 18/03/2016

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La fine dei vent’anni

(Vista da un ragazzo che, di anni, ne ha ventinove)

Ricordi quella sera di Marzo di sei anni fa? Milano era piena di persone, di strade, perché era solo in quelle occasioni speciali, in cui bisogna fare la fila anche solo per attraversare le strisce pedonali, che ci rendevamo conto di quanto fosse densa quella città. Prima di mezzanotte avevamo incontrato l’idea di un artista che aveva attaccato una ruota e due manici ad una panchina, e tu, Arianna, Matilde e un profugo con fissa dimora appena incontrato, ci eravate saliti sopra, ed io a spingere, motivato dalle vostre urla. Dopo mezzanotte sapevo che quel mal di schiena era un’ernia lombare, e me la sarei portata dietro per il resto della mia vita.
Quel dolore si ripresenta spesso, A., basta dormire in un letto scomodo, che non mi appartiene, come ho fatto negli ultimi giorni.
Io penso che, tra un anno, avrò ancora mal di schiena, solo per un altro motivo. E guardandomi indietro, saprò se avrò scavalcato un muro, o solo un gradino.
La fine dei vent’anni deve essere un po’ come la notte appena passata, dove il vento parla e cerca di spegnere le candele attraverso finestre chiuse. Il mattino dopo ti svegli e ti rendi conto che quasi tutto è nello stesso posto del giorno prima. Qualche vaso è caduto, qualche transenna si è appoggiata al marciapiede, ma le cose importanti sono ancora tutte. Le nuvole sono sparite, ma avrai tempo di farne crescere di nuove.

C’è un sole perfetto,
ma lei vuole la luna.

(Vista da una donna che, di anni, ne ha trentacinque)

Ricordi quei mesi turbolenti in cui il tuo cielo era limpido mentre il mio pesante di pioggia in potenza? Mi hai sempre derisa per la smania di cedere a bilanci periodici ma la fine dei vent’anni mi stava alle calcagna e il panico mi riempiva di domande i sogni e di lacrime i mattini. A posteriori, non credo che sia stato quello ad allontanarci, quel periodo, ma non lo saprò mai. E in fondo cosa importa?
Milano è sempre stata brava a confezionarmi le lune quando mi stancavo dei soli, e viceversa. L’unica cosa che non mi è mai venuta a noia era ascoltarti suonare la chitarra, o quelle sere in cui mi portavi in un locale a caso a vedere qualcun altro che suonava, quello mai. Da soli o in mezzo alla gente, non faceva differenza; lo dici anche tu che questa città è talmente densa da ritrovarci le persone, comunque, addosso.
F., ci siamo persi e ci siamo anche ripresi, le cose vanno spesso così ma non era detto che sarebbe nuovamente decollata. C’era bisogno di un cambio di prospettiva dalla mia parte, di accorgermi che il punto di arrivo non fa rumore ma imprime un sorriso di consapevolezza, una volta circumnavigata la boa e intrapreso il tratto successivo del percorso.

Partiti da lontano.
E di colpo arrivare ad essere contenti.

Come quando ho sognato per mesi Berlino per poi accorgermi che il mio posto nel mondo, in quel momento, sapeva di salsedine, strade piccole e provincia. Sei arrivato subito da me col treno, la sera stessa, e ti ho mostrato come il molo annegava nel mare e ti emozionasti come un bambino. Poi ovviamente tornasti a Milano, ma ormai sapevo chi ero, cosa volevo, e tu facevi parte del quadro.

E d’improvviso ti accorgi
di tutto quello che vuoi,
metti a posto i ricordi per fare un giardino
e la tua aspettativa d’indennità.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

9. Underworld – Barbara Barbara, We Face a Shining Future

 

Data di Uscita: 18/03/2016

Underworld - Barbara Barbara, We Face a Shining Future

Non parlava più.

O meglio, lo faceva con gli occhi, dopo una vita spesa insieme la voce non serve mica.

Bastava uno sguardo per comprendere ogni necessità che aveva il mio uomo, ma non è questo il punto, l’incredibile era quanto riuscisse a starmi vicino senza muovere un solo muscolo. Sapeva incoraggiarmi, sempre, con incredibile decisione, solo con la sua iride color del mare.

Sentivo che quel blu era ovunque, mi inondava se necessario, oppure, semplicemente, mi ninnava. Come quando si sta a galla sul filo dell’acqua appena increspata, con il viso che scotta al sole e il cuore colmo di una tranquillità indefinibile, irragionevole.

La mattina iniziava presto, quello era il momento più difficile perché i risvegli sono sempre dolorosi. Poi, con il passare delle ore tutto tornava al posto giusto, la vita di due pensionati dalla vita singolare ma ancora colorata, tenuta viva dalla testardaggine di una persona forte come le onde dell’oceano.

Il suo modo di affrontare il tempo aveva un non so cosa di musicale. Come se l’impeto e l’incoscienza che lo caratterizzavano quando lo conobbi in gioventù fossero ancora udibili. Il ritmo chiaramente si era stemperato ma la nuova melodia, vagamente malinconica, ne rifletteva ad intermittenza la storia, quel suo glorioso passato indimenticabile.

Il pomeriggio leggevo ad alta voce i libri che solo uno di noi due aveva letto, oppure quelli che erano ignoti ad entrambi, era il momento più bello della giornata, quello della scoperta condivisa.

All’inizio non fu facile, la mia voce mi distraeva, ero concentrata sulle mie parole anziché sulla narrazione. Mi sentivo una balia e di questo provo ancora vergogna. Fu nuovamente il suo sguardo a darmi tranquillità, a riportare quel momento alla sua essenza, a farmi vedere le cose con la giusta prospettiva.

Presto giungeva la sera, che era dedicata alla visione dei classici del cinema, unica cosa che ci tenesse perlopiù svegli quando fuori c’era la luna alta nel cielo. Troppo vecchi per le ore piccole, anche se ci pesava così tanto ammetterlo. C’era un’ostinazione giovanile in noi, un carattere orgoglioso, quello sì, mai scalfito dal tempo.

Le giornate passavano così, sempre uguali, sempre diverse.

Ci fu un’ultima sorpresa, talmente grande da far volatilizzare ogni tristezza, ogni angoscia. Poco prima di morire riuscì a pronunciare una frase. Una soltanto: “Barbara, Barbara, We Face A Shining Future”.

Maurizio Narciso

10. The veils – Total depravity

Data di Uscita: 26/08/2016

The Veils – Total Depravity

Avrebbe voluto inseguirli per dirgli di restare. Avrebbe voluto correre per fermarli. Gli avrebbe spiegato il vuoto che si lasciavano dietro. Gli avrebbe raccontato di quella ferita che si stava aprendo e chissà quando si sarebbe rimarginata. Avrebbe voluto correre. Davvero. Ma era anemico. Già sentiva il fiato farsi corto. La pelle virare verso il bianco. Si sentiva debole. Si sentiva stanco. Immobile. Ti aspetterò. Gli dissero. Magari non qui. Non ora. Continuarono. Sarai al bar all’angolo? A sorseggiare Fernet guardando impaziente l’orologio? Chiese speranzoso. Ti ho detto che aspetterò. Non sarò impaziente questa volta. Ora che ho capito che il tempo è l’unica cosa che non mi è mai mancata. Risposero. Li guardò allontanarsi nella penombra. Le forze svanivano. Inerme sublimava. Come iodio si disperdeva nel vento senza prima sciogliersi. Senza bollire. Per cristallizzare poi su una superficie fredda. Il primo appiglio che avesse trovato. Per quanto così distante dal calore dei loro corpi. Era un appiglio. Un approdo. Questo era ciò di cui aveva bisogno ora. Rimanere saldo. Aggrappato con tutte le sue forze alla propria fisicità. Perché si sentiva svanire. Non voleva ritrovarsi perso. Non voleva trovarsi ovunque e da nessuna parte al tempo stesso. Necessitava di confini. Di contorni. Disegnami ancora così come mi vedi. Io colorerò di bianco dentro e fuori dai bordi che tu mi darai. Si voltarono ad osservarlo. Risposero. Come vuoi che ti veda? Non abbiamo mai stipulato quali fossero i nostri limiti. Con un filo di voce cercò di urlare. Non è troppo tardi per questo. Non è troppo tardi. Sentiva freddo ma non era mai stato così lucido. Lo avrebbero aspettato. Doveva farsi bastare questo. Nel mentre avrebbe contato le proprie cicatrici. Avrebbe scritto la storia di ogni piastrina andata perduta. Avrebbe fatto scorrere le notti riempiendo di parole pagine e pagine che non avrebbero mai letto. Avrebbe passato i giorni cercando di darsi una definizione. Cosicché sarebbe bastato aprire il vocabolario per ritrovarsi ogni volta che si sarebbe sentito perso. Solo allora li avrebbe cercati di nuovo. Per sublimare assieme in un momento cristallizzato. Saremo una nota a bordo pagina. Necessaria per comprenderci. Superflua ai fini del racconto.

Pietro Liuzzo Scorpo

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