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Top Ten 2016 – Marco Di Memmo

1. Guts Club – Shit Bug

Data di Uscita: 01/07/2016

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Non stiamo a ripetere che luglio è il più immondo dei mesi, il più sporco, il più rozzo. Ripetiamo che siamo cresciuti un po’ strani, poco comprensibili e vi chiediamo di sforzarvi un minimo per sopportarci.
Amiamo cantare, amiamo le vibrazioni degli strumenti musicali, adoriamo la sacrosanta voce, odiamo il resto. Non è vero, ovviamente.
Curiamo gli arrangiamenti con attenzione e sobrietà e se ci svegliamo la mattina presto riusciamo ad essere più svegli e gentili. Ti possiamo spiegare come uccidere una persona con dei punti di pressione sul cranio o con un secco colpo al torace, ma preferiamo insegnarti a potare un albero e a fare un innesto.
Solitamente viviamo dove non vogliamo e vogliamo ciò che non viviamo. Ci contraddiciamo spesso.
Ci piace reinventarci la lingua ma possiamo anche essere tradizionali. Lo stesso vale per la cucina e per l’amore. L’amore, meglio non usare questa parola.
Alcuni di noi sono estremamente disordinati, ma quelli della mia fazione sono, al contrario, ordinati fino all’ossessione-compulsione.
Siamo espliciti, cercando di non ferire.
Amiamo l’ipotassi, ma essendo flessibili riusciamo ad adattarci alle diverse circostanze comunicative e sappiamo avere, come in questo caso, dei momenti di autentica paratassi. In genere mal sopportiamo chi non capisce che bisogna far parlare la voce tramite lo scritto. In questo caso non lo stiamo facendo data la natura saggistica di questo delirio. Ma lei viene fuori lo stesso, è un petrolio che cerca di salire e comburere.

Rovesciato nel tuo corpo il mio corpo rovescio il mio spirito nell’incavo della tua ascella e abito l’anima transitivata e la lingua liberata nella tua sensibilità erogena. Lo faccio perché sono un santo.
Onoro il padre e la madre comprendendo ciò che con loro non condivido, condividendo ciò che con loro non comprendo; disonoro il figlio sottoponendolo a continua istruttoria.
Ho infilato il mio braccio della macchinetta della salsiccia per donarti un respiro di pietra, per farti suonare con la tromba il silenzio per la mia morte. Per farti ridere, buffo animaletto.
Ti ho vista mangiare di nascosto una parte della mia spalla (quel plesso salsicciato per primo) e me ne sono infinitamente rispecchiato dolorosamente, fondendo il titanio del nostro amor* nella gola per trucidarmi. Ma nonostante la tua pendente pena di morte eterna, che mi vuole fucilato dalla tua stupida superficialità di un’epoca vicinamente remota, continuo ad amarti con un vibratile desiderio, bramando il tuo odore, le tue morbidezze, diaframmaticamente, senza ormai nessun criterio che mi ordini.
Sali su una torre alta e se deliro scendi giù, accarezzami la trachea e l’atrio sinistro, spostami facendo vibrare i miei nervi di piacere, e riportami dunque sul solco, sulla linea giusta.
Quando mi sarò liberato ti appoggerò sul mio petto e su un cavallo nero ti porterò su una pietra dove faremo danzare le nostre voci tra la bellezza minerale, nella memoria dell’universo.

Marco Di Memmo

2. Western Skies Motel – Settlers

Data di Uscita: 22/04/2016

Western Skies Motel - Settlers

Da ovest arriva il rumore delle nere e rumorose nubi a scandalizzare il silenzio azzurro del nostro cielo, avanzando con colpi di cannone verso questa pacifica vallata priva di ogni arma. Il vento annuncia il temporale, sussurrando alle migliori orecchie ed entrando nei migliori olfatti.
Metto le mani sotto all’acqua, trasformandola lentamente in un limpido fango dove riesco a vaticinare il mio futuro. La decisione è presa, si è mista a quello che i più deboli chiamano destino, e tra un po’ si realizzerà.
Faccio alzare mio nonno dal letto e lo vesto lentamente, mentre la furia dell’uragano si preannuncia nelle ultime raffiche di quello che si può chiamare ancora vento. Vestito con eleganza rustica, sobrio e potente come la montagna che è sempre stato, mio nonno mi guarda non riconoscendomi e mi chiede dove siamo, ma io, esitando un po’, gli rispondo alla domanda che mi avrebbe fatto se fosse stato ancora in possesso della sua intelligenza e gli dico che stiamo andando verso la nostra più grande nemica, quella che abbiamo fatto entrare sempre a casa, trattandola da pari, senza troppo timore.
Prendo anche la civetta che vive ormai da settimane in una gabbia aperta e non può uscirne per via della sua ala rotta – e che per colpa di questa piange cantando tutte le notti. A lei dico che stiamo migrando verso il luogo in cui non c’è più né memoria né coscienza né corpo – e forse mi sbaglio nella mia definizione. La faccio appollaiare sul dito di mio nonno che sorride con demente bellezza. Quanto l’ho amato, sentendolo sempre delicato come un bambino, non fingendo mai, nell’ultimo periodo, che fosse ancora vivo. La vita dell’uomo è la sua memoria e se quest’ultima va via porta con sé anche la vita.
Porto me stesso insieme al vecchio e alla civetta e mi dico che stiamo andando tutti nel posto migliore, che alla fine non è nemmeno un posto reale.
Un grosso ramo lanciato da una frusta di vento viene a schiantarsi sulle nostre teste graziandoci dal dolore. La civetta pianta gli artigli sul ramo e muore con noi, perché è anche la sua ora.
L’uragano ci prende che già non siamo più e ci porta in alto, nella sua mistica circolarità, nella sua santa genesi di pressioni opposte.
Forse ci ha depositato sul letto di un fiume, per dare cibo ai pesci, o forse sul fondo del mare; forse non ci troverà mai nessuno; e nel forse definitivo potremmo essere in ogni cosa.

Essere una roccia è una grande fregatura, perché tutti credono di poterti colpire, ma l’uragano non fa troppa differenza tra una roccia e un cuscino, tra un’auto e una bicicletta, ingoiando tutto alla stessa maniera, sbattendo tutto e masticando la paura nel terrore della sua sostanza di vento.

Ora di certo non c’è più l’orrore, non c’è più niente, e rimpiango le piogge della domenica, nel silenzio di un corpo che ti ha appena dato tutto il suo calore e che ha preso il tuo. Rimpiango la cura, la precisione, il tentativo di capire la sostanza, la forma, la direzione. Anzi non posso nemmeno più rimpiangere. Di me rimane solo l’ombra in una casa dove si veniva ad omaggiare qualche mia frase sagace, o la mia stanca presenza che per educazione accennava a un sorriso.
Ho coltivato così tanto la parola da farne fiorire il silenzio, e il mio ultimo gesto d’amore è donarlo a te.

Marco Di Memmo

3. The Gutbuckets – Gasfire Rag

Data di uscita: 15/11/2016

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Sui calli di questa mano c’è tutta la mia storia, tutta la mia bellezza, tutta la mia disperazione. Le ustioni, i tagli, le escoriazioni e questi santi calli, da lavoro e da chitarra, tutti questi segni mi fanno cantare e la mia voce arriva ormai fino alla luna e oltre, laddove non c’è dolore, non c’è sradicamento, non c’è violenza.
Su queste sei corde poso le mie dure mani e sciolgo il nodo della mia voce: qui si compie il miracolo, perché dalla grezza pietra di queste dita sorge una danza di gemme e cristalli, mentre la mia voce di mastino si trasforma in vento fluviale che soffia via tutta questa pena oltre il Delta, fino a disperderlo nel potente oceano.
Su un bicchiere di whiskey poso le mie nere labbra e il pensiero si fa più leggero, fino a rendere più lieve tutta la mia vita, che vola attorno al corpo morbido e peloso della mia venere creola, della mia felice disperazione, analogica, non calcolabile, fatta di nervi che sobbalzano al ritmo dei miei baci, di sangue che si scalda di fronte alla pentatonica della mia lingua.

Non mi ha fermato la forza degli altri, tantomeno la loro arroganza, le loro leggi, le loro convenzioni; non mi hanno fermato lavori massacranti, giornate in galera per una rissa o per false accuse; non mi hanno fermato questi soldi che non ho mai, questo dollaro maiale; non mi ferma la morte, né le altre idee oscure della mia vita: la mia bocca pesante troverà sempre la forza di alzare in alto i suoi due angoli; le mie dita troveranno sempre la forza di far cantare una chitarra; la mia voce si alzerà sempre verso il cielo, per ciò che è sacro e per ciò che non lo è, per ciò che mi fa dannare e per ciò che mi fa sperare, per una tasca bucata, per una cucina vuota, per un sogno insensato, per un delirio, per un pezzo di pane, per due gambe sode, per un ballo folle, per secoli di sofferenza e canti che ne oscuravano la voce, per un goccio di moonshine gratis, per un’occhiata ambigua, per un veleno, per una coltellata da evitare, per una bellezza che non si potrà mai scordare, per me, per te.

Marco Di Memmo

4.Vanessa Anne Redd – Behind the Wall

Data di Uscita: 07/10/2016

Vanessa Anne Redd - Behind the Wall

Quest’anno pensavo di aver capito tante cose, pensavo di aver messo a posto la mia vita, perdendo quasi quindici chili, perdendo parte della mia rabbia, del mio cinismo, del mio nichilismo, ma in realtà non ho capito niente. Quando arriva la sera giunge quel sentimento in incompiutezza, di cecità, una mancanza di forza per sopportare i dardi del destino. Ma viene anche altro.
Viviamo da secoli nella credenza che la storia abbia un percorso lineare, di progresso, e così anche la storia personale, quella che chiamiamo vita anche se non è altro che il susseguirsi di vite diverse. Questa nostra storia, queste storie, tutte queste vite sono fatte a pieghe, sono macchiate, piene di salti, di pause, di sfumature che modificano completamente, con estrema lentezza, i colori.
Ho vissuto sempre esposto alla luce, agli abbagli, nonostante amassi e ami tutt’ora l’ombra, ma non l’oscurità. Vivo in una possibilità continua, in una potenzialità fondamentalmente inespressa, vivo dietro a un muro non troppo alto ma abbastanza da non essere arrampicato da un pigro. Eppure mi riassale un’energia profonda, uno scandalo di gioia tra le pieghe del dolore: sono vivo.
Ho una indolente sete di bellezza, un germe di creazione nelle patologie della mia immaginazione, ma tutto va lento, come in un cammino che porta lontano. Sono pieno di oggetti che non desidero, di un piano giocattolo regalatomi dal mio più grande carnefice, delle brutte librerie, mentre vorrei cose che non ho, materiali e immateriali. Ma questo è piuttosto banale.
L’unica fede vera che mi è rimasta è quella nella bellezza, ma non in una bellezza che insegna, che guida, che profetizza: io credo in quella bellezza che si sente, nella voluttà estetica che ci fa tracimare, facendoci uscire dal domino della “realtà” per arrivare in un universo dall’estatico piacere, a volte forte, a volte delicato, religioso o eretico, ortodosso o eterodosso.
Che sia la parola o il suono, che sia la corda vibrante di una viola o un verso folle memore di Montevideo, che sia la venatura danzante di un ulivo scavata dall’acciaio di uno scalpello, che sia una luce serale tanto orizzontale da sembrare astratta. Che sia la sola bellezza a travolgermi, a colpirmi, a dissanguarmi, a nutrirmi, a farmi desiderare ancora di essere uomo.
Che io possa vedere tanto il crepuscolo quanto ogni alba, che io possa essere fonte di una lunghissima ombra mattutina. Che a ogni fine corrisponda un inizio, che a ogni preghiera corrisponda un atto di volontà, che a ogni sofferenza segua la comprensione di qualcosa. Che a ogni addio si affacci un buongiorno inedito, che dopo ogni pioggia dalla terra esca un germoglio.

Marco Di Memmo

5. Walker Family Singers – Panola County Spirit

Data di Uscita: 04/03/2016

Walker Family Singers - Panola County Spirit

I am I’m a living testimony, I could’ve been
Dead and gone but Lord you let me live on
I am a living testimony and I thank the Lord I’m
Still alive

Forse è l’ultimo modo per tramandarsi la parola senza scriverla, una parola che è come se fosse incisa sulla pietra, cantata con l’armonia di voci basse, profonde e sofferte, mischiate con altre voci alte, in un vortice che sale alto in cielo e si estingue in una fede millenaria.
Noi abbiamo rinunciato alla nostra storia, ai nostri credi, forse facendo bene – chi può saperlo? –, ma abbiamo perso quella voce, non conosciamo più la parola.
I Walker cantano ancora come facevano i loro antenati afroamericani, e probabilmente come facevano antenati ancora più vecchi, in un’altra lingua e con credi diversi nel più antico continente di questo nostro mondo umano.
Ma le parole sono abbastanza futili per descrivere quello che è un vero senso del sacro che inaura questi canti rendendoli diversi da qualunque altro tipo di canzone. I Walker cantano a cappella parole antiche e storie millenarie, con voci che non hanno nulla a che fare con quelle affettate e vuote della musica non solo commerciale ma anche di quella che spesso vorrebbe essere colta e piena di significato. Qui significato e significante ascendono verso una dimensione sacra che ne impregna l’essenza, che nasce dalla disperazione di secoli.
Le linee armoniche si affiancano e si intrecciano, con timbri molto diversi ma simili nella loro essenza religiosa e storica, dando l’impressione di essere di fronte a qualcosa di differente, appartenente a un tempo lontano, a un corpo e un’anima altrettanto lontani.
L’anima incatenata si libera con la morte del suo Salvatore e canta e canta e canta per secoli, ogni volta che è di nuovo incatenata e tutte le volte che viene di nuovo liberata. È una preghiera continua, un ringraziamento eterno, di cui l’uomo appagato e cinico si dimentica, ma non lo fa chi ha sempre cantato e canterà ancora.

Marco Di Memmo

6. Agnes Obel – Citizen of Glass

Data di Uscita: 21/10/2016

Agnes Obel – Citizen of Glass

Le fece cenno di entrare e di accomodarsi. In un attimo le avrebbe offerto qualcosa da bere. Un’aranciata se ne ha, per favore. Ecco. Grazie. Non aspettava nessuno quel pomeriggio. La mancanza di aspettative lo lasciò libero di non sorprendersi quando, una volta aperto, trovò lei dall’altro lato della porta. Vestita di una tuta, i pantaloni infilati nei calzini, le ciabatte di un verde pistacchio ormai forse un po’ spento. I capelli lasciati liberi di sciogliersi sulle spalle. Gli spartiti che le aveva prestato tra le braccia. Dodici anni indossati su una postura composta, contenuti in atteggiamenti misurati, in un riserbo sfoggiato in punta dei piedi per non disturbare. Non sentì l’urgenza di chiederle spiegazioni circa quella visita non programmata. D’altronde era abbastanza anziano da non avere più alcuna fretta di ottenere risposte che intuiva sarebbero comunque arrivate. Mi chiedevo se potessimo anticipare ad oggi la lezione. Non sono sicura di poter venire la prossima settimana. Assentì con un morbido cenno del capo. Lei quindi scolò l’ultimo sorso di aranciata e posò il bicchiere sul tavolo. Contemporaneamente si alzarono, con l’intesa di due attori che avevano provato e riprovato una scena per renderla il più naturale possibile, e si mossero nel soggiorno per iniziare. Controllò che lo sgabello fosse regolato per l’altezza giusta pur sapendo che nessun altro aveva suonato quel pianoforte dall’ultima volta che era stata lei ad accarezzarne i tasti un paio di giorni prima. Riconosceva nel gesto della sua unica studente l’esigenza di definire il proprio spazio, di tratteggiare i propri contorni, di astrarsi per un po’ dalla quotidianità e da tutto ciò che questa comporta. Cominciò a suonare gli esercizi che avevano lasciato in sospeso, non ancora rifiniti, l’ultima volta. Quel pomeriggio però fluivano già più solidi, sicuri. L’assenza di sbavature dell’esecuzione lo compiaceva e ad ogni lezione non poteva fare a meno di stupirsi dei progressi che compiva pur non avendo a casa un pianoforte sul quale esercitarsi. Lei era la prova, che lui per una vita aveva cercato, che non è il sacrificio ma la necessità ad imprimere l’anima nelle note. Lei, mentre lui incastrava questi pensieri come pezzi di un puzzle nella sua mente, rimaneva concentrata, deliziata dall’avere finalmente dei tasti da premere, invece di proiettare bianco e nero sulle listarelle del parquet nell’intimità della propria cameretta. Prima, quando ancora non andava a lezioni di musica, quelle listarelle del parquet erano la coperta di una nave. Lei ne era il capitano che soffriva la terraferma. Il mare aperto era il suo porto sicuro quando al di là di quella porta che la separava dal resto dell’appartamento infuriava la bufera. Il soggiorno di quell’uomo che abitava dall’altra parte del pianerottolo invece, era ora la sua isola deserta. Rifugio non riportato su alcuna carta nautica. Il punto più distante da qualsiasi orizzonte. Il suo agio in quell’ambiente traspariva sincero, tanto che lui più volte, in passato, aveva avuto il timore di essere invadente. Una volta però prese le dovute misure, aggiustate le distanze, aveva trovato il suo posto. Un po’ defilato, ma comunque al suo fianco, la lasciava sbagliare e correggersi da sola, e solo a pezzo concluso si permetteva di consigliarla, di suggerirle come avrebbe potuto ancora migliorare. Con lo sguardo seguiva le dita dell’allieva e con un minimo sforzo di immaginazione ne imitava i movimenti, puliti, senza quei tremori che lo trattenevano dallo sfiorare di nuovo quella tastiera. In quei momenti, in cui lei volteggiava tra scale e arpeggi, in cui lui con un cerino le illuminava la strada, tutto rimaneva in equilibrio, come sospeso. La lezione si concluse ed entrambi, ognuno a modo suo, ognuno per le proprie ragioni, si ritrovarono ad essere riconoscenti per quell’ora appena conclusa. Prima di andarsene, lei si frugò nelle tasche e ne tirò fuori alcune banconote stropicciate che sembravano essere state estratte da un salvadanaio d’argilla. La prossima volta. Provò a rifiutare lui. Lei con un sorriso che forse non c’era scosse energicamente la testa e gli mise i soldi nella mano che non riusciva a stare ferma. Salutò e si avviò verso casa. Lui richiuse la porta nella certezza di non sapere se e quando un’altra volta ci sarebbe stata.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Frankie Cosmos – Next Thing

Frankie Cosmos - Next Thing

D.d.U. 01/04/2016

No, grazie, non fumo. Anzi, sì, dammi questa sigaretta. Faccio un paio di tiri paratattici e la butto accesa in un campo di mais secco. Il campo prende fuoco e noi scendiamo per ballarci dentro.
Incendiati e felici rinasciamo dalle nostre ceneri e torniamo in macchina. Spero riuscirai a calmare questi battiti che nemmeno il fuoco riesce a riportare alla normalità.

Marco Di Memmo

8. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Data di Uscita: 08/05/2016

Radiohead - A Moon Shaped Pool

La chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

“Ecco il suo strumento, adattato per le condizioni richieste, può portarlo tranquillamente in orbita” mi ha detto quel buffo ingegnere che mi ha consegnato il legno.

Dall’oblò si vede già la bianca meta, manca poco e sarò il primo musicista ad aver suonato sulla luna. La gente sotto di me si aspetterà un Neil Young blues col cappello di paglia e spiga di grano tra i denti, sotto il casco, invece riceverà qualcosa di diverso, di minimale ma sofisticato, di algido ma emozionante.

Faccio le prove al buio, mentre i miei compagni di viaggio sono tutti a pranzo nel modulo sopra al mio. Da qualche giorno non ho appetito, mangio giusto il necessario. Ma sto bene, mi avevano avvertito riguardo la probabile inappetenza durante il volo.

Siamo a dieci metri l’uno dagli altri, ma separati da un portellone a chiusura ermetica che gli ho pregato di non aprire quando suono. Ci si sente soli in una maniera strana, quassù, l’ho capito solo ora. Eppure è una condizione perfetta per comporre musica, al mio ritorno avrò idee per almeno 3 o 4 dischi.

Ma ora quello che importa è lo show lunare. Il primo pezzo sarà lungo 6 minuti e 26 secondi, l’ho chiamato “Daydreaming”. Spero che possa essere compreso, rappresenta quello che sono io in questo momento, c’è la malinconia che mi ha spinto in questa avventura, quella che è l’antidoto della tristezza.

Naturalmente io suonerò per davvero, anche se nessuno dei miei amici sentirà niente; gli abitanti della terra vedranno delle immagini sfocate, sulle quali saranno aggiunti i suoni che sto registrando in viaggio. Strana operazione, starete pensando, ma è l’unica possibile perché lassù nessun battito si propaga.

Quindi tengo a mente la lunghezza complessiva di tutti questi scheletri ritmici che ho composto e che eseguirò in mezzo alla polvere. Mi immagino già i miei compaesani canadesi in costume da bagno, ad ammirare il concerto davanti la tv portata in giardino, a debita distanze dalla loro piscina a forma di luna…

Eh sì, la chitarra pizzicata nel vuoto fa uno strano suono.

Maurizio Narciso

9. Federico Albanese – The Blue Hour

Data di Uscita: 15/07/2016

Federico Albanese - The Blue Hour

 

Tout enfant, j’ai senti dans mon coeur deux sentiments contradictoires:
l’horreur de la vie et l’extase de la vie.
Charles Baudelaire

Nell’ora blu, nel momento in cui il mondo mette la maschera della notte, arriva veloce il brivido del vuoto; tra cuore, stomaco e diaframma danza con passo solenne e distaccato la vertigine del nulla. Tra la folla si avverte l’onda della solitudine e di colpo la mano stringe una mano non più viva ma marmorea, dura e delicata allo stesso momento. Forse è quello l’attimo in cui si decide di partire, viaggiare, migrare in cerca degli anelli che mancano, dei due cerchi di titanio che devono legare gli organi tremanti.
Fin da bambino ho sentito nel mio cuore due sentimenti contraddittori: l’estasi della vita e l’orrore della vita. Nell’ora blu questi due sentimenti si mischiano e danno vita a un gigante malinconico che vorrebbe piangere e urlare, sparare in aria e ballare senza inibizioni come un gitano, correre verso un rovo spinoso e uscire sanguinando, gridando di gioia, ma che invece sta seduto con le braccia attorno alle gambe, abbracciandosi, aspettando la notte consolatrice.
Prima di tornare dal mio personale viaggio al termine della notte credevo in una serie di cose che nella realtà non esistono, o meglio che esistono solo in veste di schegge e istanti. Ho conosciuto delle rare e gentili bestie che mi hanno fatto trovare un luminoso giardino al di fuori delle mie cupe e legittime generalizzazioni.
Arricchirmi di esperienze inutili (con le persone ricche di esperienze inutili) mi ha reso povero, forse miserabile. Dal fondo affatto profondo di una pozzanghera mi sentivo sommerso in un oceano di fango. Poi mi sono arricchito togliendomi legioni intere di quell’invadente esercito del mio passato e nel quasi-vuoto ho trovato di nuovo la forza per riprendere la mia via, la mia ricerca forse insensata ma necessaria. Era passata l’ora blu ed era passata anche la notte. Nel primo pezzo di blu che si fa azzurro, nella porzione sempre più estesa di collina che si irrora dell’intenzione del giorno, ho fatto i miei secondi primi passi. Di quello che credevo fosse il mio indispensabile viatico ho conservato poche cose: le voci familiari e amiche, camminare, il verso cantato, il tatto, le visioni, il fabbro sull’altalena, le illuminazioni, il vecchio che fa totem di legno, il tavolo e le sedie circolari di roccia, il vento freddo sulla via per il lago, i collegamenti, il vino buono, le necessarie preoccupazioni, la cura, l’intelligenza, le mani.
Ora non temo il silenzio, non temo l’ora blu né la notte, non temo me stesso, non temo la delusione: ho abbracciato la vita autentica, nella ricerca, nella comprensione dell’Essere, cosciente dell’importanza della mia angoscia, della morte che dà senso alle scelte della nostra vita, che a prescindere dal suo valore o non-valore resta una sola e irripetibile.

Marco Di Memmo

10. Jonathan Finlayson & Sicilian Defense – Moving Still

Jonathan Finlayson & Sicilian Defense - Moving StillD.d.U. 14/10/2016

Lecca delicatamente il ritmo sincopato, dispari, dall’armonia scostante, del mio naufrago cuore. Abbi il coraggio di essere profondo, profonda, e sprofonda e trova la forza di risalire. Entra nel meccanismo della sintassi e cambia gli ingranaggi, sovverti le regole di questo gioco divino. Dissipati nella bellezza e ricomponiti nel silenzio. Questa è la mia strada verso la musica, questa la mia via per la bellezza.

Marco Di Memmo

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