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Leonard Cohen – You Want It Darker

Data di Uscita: 21/10/2016

Leonard Cohen - You Want It Darker

Il vecchio ponte ribaltava la sua immagine deformata sulle acque del fiume, lo aveva sempre fatto, anche nelle stagioni più aride. La traiettoria del sole modificava il riflesso, che a mezzogiorno era quasi inesistente. Da ragazzini io e Doug ci nascondevamo tra le putrelle della reticolare a rollare sigarette, scimmiottando i movimenti sicuri delle mani degli adulti che sfornavano cilindretti perfetti, al contrario dei nostri ricurvi, col tabacco che spesso si disperdeva dai punti in cui la saliva non aveva ben attecchito. Le barche scivolavano lente sotto i nostri piedi ciondolanti nel vuoto mentre qualche camion trasportava bestiame alle nostre spalle facendo vibrare l’asfalto.
Il vecchio ponte non poteva parlare, ma se avesse potuto avrebbe raccontato una ad una le storie che ha visto passare negli anni lì intorno. Come quando mio padre finì nei torbidi gorghi al di sotto dopo una rovinosa caduta: aveva alzato il gomito al bar durante un’interminabile partita a carte e il whisky gli aveva presentato un conto salato, fatto di fango e acqua putrida. Come quando qualcuno, tra quella manciata di case, vinse alla lotteria nazionale e vennero truppe di giornalisti d’assalto alla caccia del fortunato, che ovviamente si era già dileguato chissà dove. Come quando la gente moriva, e i cortei funebri procedevano con lentezza da una riva all’altra, in processione verso il cimitero, e i parenti confusi dal pianto erano indecisi se continuare a pregare o porre fine ai supplizi interiori gettandosi a loro volta dal parapetto.
L. non aveva mai cambiato posizione, il tempo spazzava via vite e abitudini ma il suo culo lo avresti sempre trovato accomodato all’angolo della sala piccola del bar, nella penombra, con i pizzi delle tendine alle finestre che tracciavano sagome improbabili sul suo volto e si sovrapponevano ai lineamenti, alle rughe. Scriveva libri e canzoni, le righe dei quaderni si mischiavano con quelle del pentagramma e ne uscivano fuori delle storie che parlavano al cuore. Non c’era persona che non lo rispettasse e lo stimasse in paese, perfino il burbero chiacchierone Sam aveva imparato a tacere i mugugni dinnanzi a lui per lasciare posto al silenzio e a un cortese inchino del capo. L. appuntava cose sparse nei suoi taccuini per poi riordinarle in quelle righe magiche, ogni tanto interrompeva il lavoro per intavolare delle piacevoli conversazioni con Megan al bancone, o con qualche avventore; sapeva di fascino ma anche di genuina umiltà. Questo lo ha da sempre contraddistinto in questo dipinto in chiaroscuro, nessuna ombra caricata di artificiosa inquietudine, nessuno sfoggio, nemmeno quando il suo nome iniziò a comparire nelle radio e nei giornali e a diffondersi a macchia d’olio, per guadagnarsi il suo meritatissimo spazio nel mondo.
Il vecchio ponte era stato rinforzato durante l’estate, un paio di enormi profili metallici agganciati all’intradosso per tutta l’estensione, da sponda a sponda; quell’acciaio luccicante accanto alla ruggine dei vecchi bulloni e all’ossidazione di correnti e diagonali pesava come gli anni che ci portavamo sulle spalle. L. lo sapeva, lo aveva chiaro in testa più di tutti noi gente comune di braccia e mani ruvide dal lavoro, ce lo andava semplificando tra parole e note, e la sua voce calda e roca addolciva l’amaro in bocca di questa ovvia fragilità e caducità dell’esistenza. Un monito gentile che andava porgendoci dal primo giorno in cui lo avevamo sorpreso a comporre, ancora giovane come lo eravamo noi, tra un caffè e un giornale ripiegato accanto al cappello di ordinanza. Lui lo sapeva.
Il vecchio ponte era stato addobbato a festa, con nastri bianchi annodati attorno al ferro, ché il paese intero si stava preparando per celebrare i suoi nuovi racconti sonori; c’erano fiori sparsi, c’erano persone accorse da lontano per una sana curiosità e c’erano strumenti apparecchiati sul selciato del municipio. Questa coralità della vita nella comune provincia era la sola cosa che rimpiangevo da quando mi ero spostato in città, e ogni volta che il mio treno tornava sui suoi passi tra quelle vie disordinate e quella sincera umanità mi sembrava quasi di compiere un balzo all’indietro nel tempo. L., nei suoi modi discreti e quasi schivi nel prendersi meriti, si era scansato dai riflettori naturali del sole di ottobre addossandosi al muro intonacato di un pallido verde; coriste e musicisti, al contrario, si erano ben amalgamati agli abitanti locali e l’ilare chiacchiericcio riempiva l’aria, come un preludio al pomeriggio che di lì a poco sarebbe proseguito in musica. Le storie recenti coprivano lo spazio di una mezz’ora abbondante, e apparivano come una narrazione ibrida tra parlato e cantato; nessuna costruzione complicata e ostentativa, dolci ballate dove chiarori e oscurità si spartivano la scena senza sovrastarsi tra loro, in un delicatissimo equilibrio sul filo parimenti alla vita e alla morte. Panorami sconfinati e tangibili, terreni e spirituali, interrogativi esistenziali, la fede, l’amore; i cori femminili gettavano un simbolico conforto, nonostante i suoni limpidi delle chitarre e degli archi fossero attraversati da un incedere cadenzato al pari di un accompagnamento per un commiato finale, allegoria di cattivi presagi musicati da confessioni e preghiere redentrici. Difatti, quello che nessuno sapeva, e – ironia della sorte nemmeno L. – è che quegli addobbi, come erano stati affissi per una festa avrebbero suggellato di lì a poco una tristissima, improvvisa, dipartita.
Il vecchio ponte luccicava sotto il ticchettio persistente della pioggia, e il feretro procedeva portato a spalle dai musicanti del paese per essere deposto sotto una candida croce marmorea, accanto ad altre simili, nell’angolo nord-orientale del cimitero; la sinagoga era troppo piccola per ospitare la funzione religiosa, considerata la straordinaria partecipazione collettiva. Tuttavia la veglia della notte precedente gli aveva assicurato la luce e il calore dei ceri accesi, e l’ombra per un intimo abbraccio privato. Nessun canto sacro in senso stretto, le note di L. erano la giusta compagnia, anche nel dolore, anche per se stesso. E in fondo avremmo continuato a pensare che un po’ se lo sentiva, “I’m ready, my Lord”.

Federica Giaccani

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