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Agnes Obel – Citizen of Glass

Data di Uscita: 21/10/2016

Agnes Obel – Citizen of Glass

Le fece cenno di entrare e di accomodarsi. In un attimo le avrebbe offerto qualcosa da bere. Un’aranciata se ne ha, per favore. Ecco. Grazie. Non aspettava nessuno quel pomeriggio. La mancanza di aspettative lo lasciò libero di non sorprendersi quando, una volta aperto, trovò lei dall’altro lato della porta. Vestita di una tuta, i pantaloni infilati nei calzini, le ciabatte di un verde pistacchio ormai forse un po’ spento. I capelli lasciati liberi di sciogliersi sulle spalle. Gli spartiti che le aveva prestato tra le braccia. Dodici anni indossati su una postura composta, contenuti in atteggiamenti misurati, in un riserbo sfoggiato in punta dei piedi per non disturbare. Non sentì l’urgenza di chiederle spiegazioni circa quella visita non programmata. D’altronde era abbastanza anziano da non avere più alcuna fretta di ottenere risposte che intuiva sarebbero comunque arrivate. Mi chiedevo se potessimo anticipare ad oggi la lezione. Non sono sicura di poter venire la prossima settimana. Assentì con un morbido cenno del capo. Lei quindi scolò l’ultimo sorso di aranciata e posò il bicchiere sul tavolo. Contemporaneamente si alzarono, con l’intesa di due attori che avevano provato e riprovato una scena per renderla il più naturale possibile, e si mossero nel soggiorno per iniziare. Controllò che lo sgabello fosse regolato per l’altezza giusta pur sapendo che nessun altro aveva suonato quel pianoforte dall’ultima volta che era stata lei ad accarezzarne i tasti un paio di giorni prima. Riconosceva nel gesto della sua unica studente l’esigenza di definire il proprio spazio, di tratteggiare i propri contorni, di astrarsi per un po’ dalla quotidianità e da tutto ciò che questa comporta. Cominciò a suonare gli esercizi che avevano lasciato in sospeso, non ancora rifiniti, l’ultima volta. Quel pomeriggio però fluivano già più solidi, sicuri. L’assenza di sbavature dell’esecuzione lo compiaceva e ad ogni lezione non poteva fare a meno di stupirsi dei progressi che compiva pur non avendo a casa un pianoforte sul quale esercitarsi. Lei era la prova, che lui per una vita aveva cercato, che non è il sacrificio ma la necessità ad imprimere l’anima nelle note. Lei, mentre lui incastrava questi pensieri come pezzi di un puzzle nella sua mente, rimaneva concentrata, deliziata dall’avere finalmente dei tasti da premere, invece di proiettare bianco e nero sulle listarelle del parquet nell’intimità della propria cameretta. Prima, quando ancora non andava a lezioni di musica, quelle listarelle del parquet erano la coperta di una nave. Lei ne era il capitano che soffriva la terraferma. Il mare aperto era il suo porto sicuro quando al di là di quella porta che la separava dal resto dell’appartamento infuriava la bufera. Il soggiorno di quell’uomo che abitava dall’altra parte del pianerottolo invece, era ora la sua isola deserta. Rifugio non riportato su alcuna carta nautica. Il punto più distante da qualsiasi orizzonte. Il suo agio in quell’ambiente traspariva sincero, tanto che lui più volte, in passato, aveva avuto il timore di essere invadente. Una volta però prese le dovute misure, aggiustate le distanze, aveva trovato il suo posto. Un po’ defilato, ma comunque al suo fianco, la lasciava sbagliare e correggersi da sola, e solo a pezzo concluso si permetteva di consigliarla, di suggerirle come avrebbe potuto ancora migliorare. Con lo sguardo seguiva le dita dell’allieva e con un minimo sforzo di immaginazione ne imitava i movimenti, puliti, senza quei tremori che lo trattenevano dallo sfiorare di nuovo quella tastiera. In quei momenti, in cui lei volteggiava tra scale e arpeggi, in cui lui con un cerino le illuminava la strada, tutto rimaneva in equilibrio, come sospeso. La lezione si concluse ed entrambi, ognuno a modo suo, ognuno per le proprie ragioni, si ritrovarono ad essere riconoscenti per quell’ora appena conclusa. Prima di andarsene, lei si frugò nelle tasche e ne tirò fuori alcune banconote stropicciate che sembravano essere state estratte da un salvadanaio d’argilla. La prossima volta. Provò a rifiutare lui. Lei con un sorriso che forse non c’era scosse energicamente la testa e gli mise i soldi nella mano che non riusciva a stare ferma. Salutò e si avviò verso casa. Lui richiuse la porta nella certezza di non sapere se e quando un’altra volta ci sarebbe stata.

Pietro Liuzzo Scorpo

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