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Jenny Hval – Blood Bitch

Data di Uscita: 30/09/2016

Jenny Hval - Blood Bitch

Jenny non si affacciava mai dalla finestra dell’abbaino, avevo trascorso giornate intere a mettermi in mostra dalla mansarda di fronte alla sua, dieci metri nemmeno di distanza, ma continuavo ad essere invisibile. La spiavo trafficare con libri e disegni, scomparire per giorni, andare e venire con movimenti inquieti e scatti fulminei. Ne ero soggiogata. Mamma e papà mi esortavano a percorrere il marciapiede che collegava le nostre case e trovare un pretesto per suonare il campanello, “non penserai mica che possa mangiarti, è una ragazzina come te, non un vampiro”, poi quella domenica ruppe il vaso, finalmente. Le scivolò dalle mani manco fosse di burro, mentre rovesciava l’acqua sporca sopra il cespuglio di rose dall’alto del suo nascondiglio; un tonfo netto e corsi a vedere, con un maldestro urlo di stupore, e divenni da quel momento un personaggio della sua incredibile storia.
I pomeriggi condivisi tra i compiti di scuola e qualche vecchio film in videocassetta, le passeggiate tra gli abeti nel bosco del quartiere, l’isolamento naturale dal conformismo dei nostri compagni inebetiti tra mode e videogames; il legame acquisiva forza crescente, diveniva esclusivo e forse a tratti morboso. Ne andavo fiera, francamente non mi interessava di altro fuorché di lei, di noi, di quello che potevamo essere e fare assieme (o meglio Jenny, e io dietro come un’adepta fedele e innamoratissima). Aveva imparato l’arte del mostrarsi in bilico tra il prendersi troppo sul serio e il non prendersene affatto, sicché gli altri ne restavano ammaliati ma al contempo spiazzati. L’aura di mistero attorno al vampirismo, ad esempio, era a ben vedere uno specchio per le allodole; nei nostri giochi complici ne ridevamo ma le reazioni degli altri erano spesso sproporzionate, o al limite scomposte. Sicuramente non sapevano decidere se reputarmi una miracolata, eletta nelle grazie di Jenny, o piuttosto una sventurata rimasta impigliata nella sua ragnatela.
Avevamo intrapreso crociate disperate nei nostri anni più giovani, con impeto e pancia anagraficamente fisiologici, e altrettanto fisiologico bisogno di una certa ingenua cripticità nei modi, tant’è che il messaggio sovversivo arrivava attutito rispetto alla sua forza originaria. Lanciavamo il sasso e ritraevamo la mano, inconsciamente, col timore che un’interpretazione corretta avrebbe potuto sortire effetti ingestibili dalla nostra chiara inesperienza. Ascoltavamo musica dark, la mansarda era il rifugio. Poi lei partì.

Jenny era tornata ad Oslo da qualche mese, e per me che ero rimasta in questi anni non era stato semplice riempire il vuoto che la sua temporanea assenza aveva creato. Quando la rividi era appena scesa da un’auto sconosciuta, di passaggio; il suo viso era talmente scarno da risaltare coi suoi spigoli netti sotto le curve morbide di un nero pastrano maschile. Corse ad abbracciarmi, e io sprofondai nel suo odore familiare, prima di perderci in racconti infiniti sotto il crepuscolo che pian piano calava. Tuttavia qualcosa era cambiato, irrimediabilmente; nonostante cercassimo di ritrovarci, i linguaggi non collimavano come un tempo, e ogni sforzo per fingere il contrario sapeva di patetico e artificioso. Non restava che mollare la stretta, una presa di coscienza finalmente matura, ed esserci l’un l’altra a una distanza di sicurezza.

L’altra notte, con l’abat-jour accesa sui fogli sparsi nel pavimento e l’agitazione di una scolaretta al primo giorno di lezione, rileggevo le domande che avevo annotato per l’intervista; aspettavo Jenny a casa mia, il bollitore era già sul fornello per un caldo tè d’accoglienza. Un asettico incontro formale in una hall di un hotel, fotocopia di qualsiasi altro indetto per la stampa, avrebbe mortificato il nostro rapporto. Sapevo che non avrei mai usato l’elenco di interrogativi preparato apposta, l’avevo fatto più per ingannare l’attesa e crogiolarmi nei ricordi. Tra me e lei non c’era mai stata necessità di un catalizzatore fasullo, le chiacchiere sarebbero sgorgate a prescindere da carburanti esterni. Quant’ero orgogliosa di lei, era riuscita in una lettura interiore schietta e potente, costruendo un racconto dell’io crudo, mai imbellettato, di nuovo spiazzante come era sempre stata. Questo di fatto era il secondo capitolo compiuto del suo autoritratto, e stavolta aveva smussato gli spigoli della narrazione creando un flusso sonoro materico, denso o rarefatto, che sapeva di campanelli, sussurri all’orecchio, lingue appoggiate al palato o sulle labbra, di fiato tiepido, di pulsioni, di sangue. Un racconto ematico, in cui riprendere con disinvoltura tematiche femministe come la sessualità, presentata per quello che è, con le mestruazioni spogliate da imbarazzi e tabù, e ancora divertenti incursioni a sorpresa con i vampiri. La dimensione volutamente ambigua tra l’onirico e il concreto lasciava fluttuare il disco, e con esso la storia, tra il sonno e la veglia, perdendo sovente le coordinate per comprendere appieno dove poter essere; dialoghi registrati si intrecciavano a parti recitate, a cori delicatissimi, a melodie accattivanti cantate come fossero brani più tradizionali. Ecco perché in fondo l’album poteva essere considerato pop, nel suo essere stravagante ma accessibile ad ogni orecchio, disposto ad accettare amori platonici, dichiarazioni di fallimenti e insicurezze, dettagli di visite mediche tra speculum e vagine. Il sangue, di nuovo. E il consumismo, il capitalismo (menzionato con disinvoltura in un ritornello). L’incantesimo era stato pronunciato.
Jenny giunse puntuale, con indosso la stessa mantella che ho imparato ad associare al suo ritorno, e quella voglia di scoprirsi che mi ha da sempre attratta con forza. Le tazze bollenti, il divano, noi due e tanto, costantemente, da dirci.

Federica Giaccani

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