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The Caretaker – Everywhere at the End of Time

Data di Uscita: 22/09/2016

The Caretaker - Everywhere at the End of Time

My heart will stop in joy

Era il diciotto novembre di un numero incalcolabile di giorni fa, per chi, come me, pensa che un anno sia composto da una successione di ricordi e non di ore. Andavamo alla deriva in un tiepido pomeriggio senza nome, con i nostri pensieri mossi dal vento come dei fiori cardinali senza la protezione di una siepe.
Facciamo un gioco, hai voglia? Pensiamo a delle cose belle e transitorie. Ne diciamo una a testa, l’altra persona può decidere se approvare o meno, motivando il suo giudizio, e alla fine chi ne ha dette di più vince. Cosa vince? Vediamo. Vince una delle cose che ha detto. Sei pronto? Inizio io. Un sorriso. Tocca a te. Una foglia che cade. L’ultimo cucchiaino di un vasetto di cioccolato. Ma questa non è una cosa bella in sé. Non deve essere qualcosa che solo gli occhi possono percepire, tutti i sensi reali o immateriali sono validi. Ed immagino che, finché vivremo insieme, nessuno dei miei sensi “reali o immateriali” riuscirà mai a provare questa gioia mistica. Esatto. Allora dico… la mia canzone preferita che passa alla radio? Di nuovo esatto! Tocca a me. Una madre che allaccia la scarpa a suo figlio. Ti amo. Obiezione vostro onore, queste parole possono avere un significato che permane anche dopo che sono state pronunciate. Dipende dal tipo di persona che le dice. Ma io lo so che tipo di persona sei, quindi ti dico che non vale. Allora… un primo appuntamento in una stanza senza orologi.
Mi guardasti, ma i tuoi occhi non vedevano un uomo di quarant’anni con una camicia di jeans ed un sorriso provocante. La cornice dei giardini delle Tuileries si spense portandosi dietro l’odore di erba calpestata ed il rumore di guinzagli che scappano di mano, trasformandosi in solidi mattoni rossi che si nascondono timidi dietro i muri, per lasciare la giusta intimità a due ragazzini davanti ad un’enorme coppa di latte e gelato. Quel giovane uomo davanti a te, con quattro brufoli sul mento e un’odore di dopobarba rubato, ti stava dicendo che la signorina Rosetta aveva paura di invecchiare, e per questo nel suo caffè aveva nascosto tutti gli orologi. Nessuno, nemmeno quella voce monotona e sincopata che scandisce il tempo, potrà dirci che è venuto il momento di lasciarci.

Quel locale poi è diventato nostro, dopo il numero di anni che i nostri figli hanno speso per nascere e per andarsene. Non abbiamo sostituito le maniglie, e alle crepe sui muri si sono aggiunti i piatti rotti. Abbiamo appeso dei vecchi rulli di pellicola alle tubature a vista, srotolando quei lunghi metri di storie e immagini che, con voce invisibile, raccontavano di un passato remoto alle persone sedute ai tavoli in ferro battuto. Chiedevamo a chi scriveva, su un foglio, un taccuino, o anche solo un tovagliolino di carta, di leggere quelle parole. Alla fine il conto lo pagava la casa, anche se lo scrittore si era rifiutato descrivendo quell’attività come privata. Le nostre giornate scivolavano via in questo modo, tra musica di cento anni fa, parole appena nate e chiavi perse senza essere mai state trovate.

Buonasera Daniela, si accomodi. Si sente bene? Mia madre ha più o meno la sua età, magari avesse la sua energia! È sempre in casa da sola, da quando è rimasta vedova. Volentieri, le dirò di passare dal suo bar allora. Caffè, pardon.
Allora… come si sente, sul serio. Dorme bene la notte? Si, alla sua età è normale. Le capita mai di non riconoscere il luogo dove si trova, o di avere come dei…buchi, delle assenze momentanee, in cui non ricorda con esattezza cosa sia successo?
Ha difficoltà a ricordare il nome dei suoi figli? No ha ragione, capita a tutti. Si è offesa per la domanda? Siamo qui perché suo marito è preoccupato, Daniela. La vedo spesso aprire i cassetti del locale, rovistando con la mano, senza guardare dentro. Quando le chiedo cosa stia cercando mi risponde sempre allo stesso modo. La chiave, quella piccola, d’ottone sbiadito. Se le domando a cosa serva lei mi risponde “non essere sciocco, apre una serratura, come tutte le chiavi”. Sono parole di suo marito. Dice che negli ultimi mesi questi eventi sono aumentati di frequenza.
Per favore, non pianga. Suo marito la ama e no, non pensa che lei sia pazza.
Si sente meglio? Perfetto.
Facciamo un gioco, ha voglia? Lei ora andrà nella stanza qui di fianco, dove il mio assistente le farà vedere delle immagini, e lei dovrà solo dire cosa le ricordano. Semplicissimo no?
Allora ci rivediamo tra poco.
Arrivederci Daniela.

Filippo Righetto

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