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Owen – The King of Whys

Data di Uscita: 29/07/2016

OwenTheKingofWhys

Illinois, estate.

Ho detto a mia moglie che forse ho scritto il mio disco più romantico e lei si è messa a ridere coprendosi i denti bianchi con la mano, come mi aspettavo. “Proprio tu!” ha continuato, stropicciandomi i capelli, probabilmente divertita dall’espressione del mio volto. Di colpo cessò tutto il corredo della risata e il suo sguardo si fece più assorto, meditabondo e concentrato. “Lucy dorme ancora?” le chiesi per interrompere il silenzio. Sarah fece di sì con la testa, indicò la porta socchiusa di casa fino al punto in cui si riusciva a scorgere la bambina. Man mano che i pensieri iniziavano a rincorrersi nella sua testa si torturava il mento con le dita di una mano e, nel mentre, si mordeva anche la lingua. I capelli neri le cadevano oltre le spalle, sempre più lunghi, come sempre mi stupivo ad innamorarmi di colpo di questa visione con una diversa e maggiore intensità di continuo, giorno dopo giorno. Le accarezzai la fronte per andare a sedermi accanto a nostra figlia e per non disturbare il suo momento riflessivo, uno di quelli che avevo imparato a riconoscere all’istante. Annuì, mi aprì la porta di scatto con un piede nudo per poi riadagiarlo sul legno del piccolo portico. Una volta entrato in soggiorno la sentii chiedere da lontano: “Mi farai ascoltare qualcosa vero? Ad esempio tra cinque minuti?”. Sorrisi io questa volta, già seduto sul divano. Risposi affermativamente senza celare l’entusiasmo e quel pizzico d’ironia che potevano rendere i nostri dialoghi una boccata d’ossigeno. Avevo registrato il disco in poco più di una settimana in Wisconsin con amici musicisti. Pizzicavo già le corde di una chitarra immaginaria decidendo con quali pezzi incominciare l’ascolto personalizzato per Sarah. Sorridevo ancora, con le braccia distese sulla parte superiore dei cuscini. Non aspettavo altro.

Qualche sera prima, lui è affacciato dalla staccionata del portico. La chitarra appoggiata contro il muro bianco della facciata della casa. Da queste parti dicono che se chiudi gli occhi in una notte di stelle puoi sentire il respiro del lago Michigan. Quando era più giovane detestava sentire quella storia. Il solo pensiero di fermarsi a lasciar entrare pensieri nella testa lo agitava. Sono passati degli anni, ora guarda tra gli alberi cercando d’intravedere le luci della città che s’accendono in vista della notte. Sarah è già a letto, è stanchissima. Le ha sistemato il lenzuolo sulla schiena ed è uscito a prendere un po’ d’aria fresca. Il disco è finito, lui è vuoto dentro, vorrebbe rimettersi subito in movimento. Fottute paure. Resiste alla tentazione di fare bilanci, tutto quello che doveva dire l’ha intrecciato tra le corde pizzicate della sua chitarra acustica, le melodie dei violini e i macigni delle parole che ha rubato al silenzio. Ha ritrovato i temi della sua giovinezza e li ha fatti incontrare con la sua vita da adulto. Un disco emo alla chitarra acustica per quarantenni, praticamente. Quasi ci sorride su, i suoi amici erano entusiasti del risultato finale. Ha deciso di uscire giusto per il tempo che anni prima avrebbe dedicato a una sigaretta. L’origine di alcune visioni distruttive è sempre la stessa, l’età adulta ha imparato a gestirle e addomesticarle. Anche con una canzone e un dolce melodia, così come in gioventù lo liberava cantarci sopra fino a perdere la voce. Rimangono i tatuaggi, la stessa indole e le chitarre anni ’90. Pensa al disco, prova a gestire i pensieri, storie già tenute a bada con la musica. Ci sono le bottiglie vuote dei palchi dei bar in cui ha suonato mesi prima, i tentativi di stare bene anche in motel a basso costo con la donna che stava per sposare, il sogno di saltare su una bicicletta e scappare da quei posti, la gestione della paternità, gli incubi che ti svegliano nella notte così simili alle immagini della tv, quella colpa che ogni tanto ritorna di dover gestire questo casino nella testa, le parole di Sarah che addolciscono quei momenti perché sanno come farlo e perché lei sa che lui non ha problemi a farli passare. Ha scritto di cattivo sonno e dei soldi che vanno e vengono, don’t worry we’ll get by or we won’t, è più facile gestire rompicapi concreti o pensarci dopo: Now give me everything and then some / Bring out what’s dead and dying in your troubled head / Your lifeless body will awaken. Versi meravigliosi di panico e corpi che si amano. Spera che non se la prenda per quel You look better hungry / You wear your weary eyes well. Fa parte dei jokes a cui sono abituati. Ha scritto una canzone su suo padre, un uomo comune con qualche tormento, un brav’uomo, cresciuto a lip-sync nel coro della chiesa, per questo suo figlio scrive di non essere un santo e nemmeno un cantante. Tra poche ore farà ascoltare qualche brano a Sarah, alcuni saranno una sorpresa: in parte li conosce già, li ha visti nascere. Il suo sorriso e quella di sua figlia, insieme alla musica, sono la sua isola.

La chitarra è appoggiata alla facciata bianca della casa, lui ritorna cercando di non far troppo rumore in camera da letto. Magari la troverà come in un sogno in cui è lei il suo letto e “Isn’t Anything” dei My Bloody Valentine non smette mai di girare. Fischietta: You’ve got a lot of nerves. Will you please touch mine with yours?. Il sole quasi inizia a far capolino. È l’alba. The sun shines on you love / You’re well lit like a work of art. And I’ve been exiled like the enemy forever in the dark. “I’ve been”, al passato. Ora è lì al suo fianco. La sua musica è pronta a riaccordare i suoi ingranaggi. Sarah gli accarezza il petto. È un sollievo. È la sua isola. Chi se ne frega del respiro del lago.

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