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Fantastic Negrito – The last days of Oakland

Data di Uscita: 03/06/2016

Fantastic Negrito – The last days of Oakland

Quella fu un’estate come un’altra. Come dire che se chiedi ad una persona qualunque per la strada che cosa successe quell’estate, gli angoli della bocca si contraggono un poco, mentre gli occhi si trovano a percorrere il cordolo del marciapiede fino all’angolo più periferico della visuale, alla ricerca di una risposta che fatica a formarsi. Se lo chiedete a Phil invece, la bocca gli si scioglie in un ampio sorriso mettendo in mostra dei bianchi denti. La barba canuta si stiracchia fino alle guance formando pieghe cordiali nella pelle scura. Gli occhi si spalancano per un attimo e poi scompaiano dietro le palpebre mentre sopraggiunge una risata sincera, profonda, un po’ roca. Ah. Quella fu l’estate. Le parole vengono scandite come sorsi ad un buon bourbon. Il caldo era sfacciato. Ti diceva le cose come stanno. E tu muto. A sudare. I vestiti si appiccicavano alla pelle sudata. Mentre si alzavano canti di preghiera nella speranza che la sera giungesse prima. Pareva l’inferno in terra. Solo quando il sole calava dietro il profilo della skyline di Oakland ci si rendeva conto di essere ancora vivi. Ecco. Fu in una notte d’euforia per la vita come solo quell’estate ne ha regalate che Phil la vide sorseggiare un tè ghiacciato. In realtà lei lo aveva notato già da qualche minuto. Ma questo Phil non lo sapeva. Lo avrebbe scoperto solo qualche ora più tardi, dopo averlo fatto in piedi, appoggiati al tronco di un albero, senza nemmeno aver avuto il tempo di sfilarsi i vestiti, mordendosi la mano per contenere i gemiti. Anche se in quei momenti avrebbero davvero voluto urlarlo al Signore che cazzo sì, se ne poteva andare a farsi maledire per aver mandato quel caldo!, ma niente li avrebbe fermati dal fare l’amore. Ma Dio non se ne volle, e anzi, probabilmente sorrideva pure quando li vedeva danzare.
Quella non fu un’estate come le altre. Se lo dovessi chiedere per la strada troveresti chi ti dice che quell’estate marciò assieme a milioni di altre persone per chiedere pace, troveresti chi, non senza riluttanza, ti racconterebbe dello sguardo di un vietnamita spaventato quanto sé prima di ricevere una pallottola uscita dal proprio fucile. E poi lo chiedi a Phil. Il suo sguardo s’incupisce. Prende un respiro profondo e alza gli occhi, velati di lacrime, al cielo. Ah. Quell’estate. Quella. La voce, raccolta in un sussurro, si fa amara. Phil si ricorda il caldo umido del Vietnam. L’odore della carne bruciata. Lo schifoso rancio in lattina. La jungla dei Viet Cong. Un figlio in arrivo. La speranza di una paga facile, sicura, necessaria. E mannaggia alla guerra. I generali da un lato del mondo bussavano alle porte delle case delle periferie per dirsi amareggiati e porgere condoglianze. Dall’altro lato del globo Phil riceveva dal capitano del suo plotone una lettera in cui c’era scritto che non avrebbe più potuto danzare con sua moglie, che non le avrebbe più potuto parlare, che non l’avrebbe più potuta abbracciare. Se ne era andata dando alla luce il suo bambino. Maledisse Dio. Ma pure Dio, se avesse dovuto scommettere, avrebbe puntato sull’opzione che fosse lei a ricevere la lettera. Ne furono entrambi molto amareggiati.
Quell’estate ci fu un minuto di 61 secondi. Il 30 di giugno per la precisione. Non che lo sapessero in molti. Nemmeno Phil lo sapeva. Però se glielo dicessi i suoi occhi si socchiuderebbero un poco e la testa comincerebbe ad oscillare annuendo. C’era qualcosa che non gli tornava. Come un secondo di troppo a rendere un saluto più lungo di quanto sarebbe dovuto durare per essere sopportabile. Phil ti racconterebbe di quel momento in cui suo figlio si trasferiva per fare qualcosa della propria vita. Lontano da lui che non riusciva a coniugare un risentimento inconsapevole legato alla dipartita di lei, e un affetto profondo per quello che era l’espressione più alta che il suo amore avesse mai raggiunto. Non l’aveva mai trovato quell’equilibrio. Frustrato di essere mancato nel momento più importante per combattere una guerra che non avrebbe mai voluto lo riguardasse, incapace di elaborare il lutto vissuto in quell’orrore distante da casa, spaventato dal doversi sobbarcare una responsabilità tale da solo, ecco, in mezzo a tutto questo, aveva imparato ad amare mantenendo un freddo distacco, senza abbandonarsi mai ad un momento di affetto sincero, diventando a volte violento, e piangendo poi la notte per invocare perdono. Quell’estate suo figlio se ne andò. Senza rancore. Ma senza pentirsene poi, né sentendosi in colpa per tutte quelle telefonate che non avrebbe mai fatto. Non si abbracciarono. Ma così erano abituati. Il fatto era che al figlio di Phil, di Phil non gliene fregava niente. Questo Phil lo sapeva. Lo sapeva perché lo aveva cresciuto lui così. E come tutte le altre volte, quella notte d’estate, si ritrovò a piangere con le coperte attorcigliate attorno al corpo appiccicoso per il sudore, fino a quando non consumò tutte le lacrime che aveva. Un’altra volta ancora rivolgendosi a Dio per chiedere spiegazioni. E un’altra volta ancora, sinceramente dispiaciuto, scrollò le spalle senza darne alcuna.
Quell’estate fu l’ultima estate della vita di Phil. Era la prima estate sopportabile che riuscisse a ricordare. Se chiedete a chi tiene memoria per queste cose, vi dirà che quella fu un’estate introversa. Il caldo c’era, ma si teneva sul vago. Quel che vi direbbe Phil è che fu indolore, e che finì così come era cominciata, discreta. Soffiava addirittura una piacevole brezza quella sera in cui Phil morì. Se ne stava seduto in veranda a suonare la chitarra su una vecchia sedia di vimini. Era da anni che non lo trovavi così, sulla via che ti conduce a casa, poco prima del sopraggiungere del tramonto, a pizzicare le corde improvvisando un logoro blues. Quella chitarra non la sfiorava più da un bel po’, ma è bello pensare che lo sapesse cosa stava per succedere, e volesse dirle addio. Almeno a lei. E quindi un ultimo blues. Se chiedete a chi l’ha visto morire, vi direbbe che Phil era sereno, suonò fino all’ultima nota con trasporto, come se la sua anima stesse danzando. Dio, se mai lo incontrerete, vi direbbe che Phil era un buon diavolo. Come ce ne sono tanti al mondo. E come tutti, buoni diavoli o poveri cristi che siano, ad una certa, ha tirato le cuoia.

Pietro Liuzzo Scorpo

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