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Whitney – Light Upon the Lake

Data di Uscita: 03/06/2016

Whitney - Light Upon the Lake

Dave’s song

I giorni precedenti al mio incontro con Whitney la mia stabilità emotiva era pari a quella di un biscotto allo zenzero sopra un laghetto artificiale di latte al cioccolato. Le coppie di fidanzati a tempo determinato che crescevano nell’umidità di Chicago con l’avvicinarsi dell’estate, fertilizzate da ormoni nebulizzati e nudità esibite, amalgamavano la mia inquietudine aggiungendo desideri di normalità e voglie di inconsapevolezza. Vedevo il loro mutuo interesse specchiato nelle vetrine delle caffetterie. Invidiavo la loro splendida intesa carnale uscire dalle gambe intrecciate sulle panchine, evidenziate da timidi shorts che mettevano in risalto le cosce rese toniche ed abbronzate da lunghe partite a tennis. Le ragazze avevano gli occhi chiusi perché non erano in grado di sognare ad occhi aperti, mentre gli uomini avevano una scatola di cartone appoggiata sulla testa, come una confezione di latte con la data di scadenza ben evidente.
È questo che succede quando ti innamori del tuo migliore amico?
Era giovedì pomeriggio, a pochi giorni dal 4 luglio, ed io ero dentro Uncle Dan’s, il più grande negozio di camping dell’Illinois, con i suoi interni di finto mattone e le marche di vestiti sportivi dai nomi aggressivi e rassicuranti allo stesso tempo. Due ore dopo ero fuori, sul marciapiede di cemento, con tutto il necessario per fare il giro del mondo a piedi, su una zattera di bambù o in aria aggrappato ad un palloncino. L’elemento più vistoso era una tenda per dieci persone, con il tetto arancione, i lati di colore grigio chiaro, ed il pavimento di un blu intenso.
Mi ritrovai lì fuori, con dei bagagli impossibili da trasportare, in compagnia solo del mio colorito roseo grazie ad una giornata passata a studiare sotto il sole e delle mie gambe gracili ed un po’ storte. Non lanciavo occhiate nervose verso l’incrocio lì vicino, né guardavo nervosamente lo scorrere del tempo sul mio orologio. L’unico appuntamento che avevo era con il bivio al quale era arrivata la mia vita, le uniche parole che aspettavo erano una risposta che non era scritta sopra nessuna etichetta.
Fu allora che arrivò Whitney, alla guida di un vecchio furgone dal quale la vernice era scappata da tempo. Sono alla ricerca di quei giorni del passato striati di giallo paglierino, di pantaloni macchiati d’erba, di luoghi comuni in cui rimanere di compagnia solo di noi stessi, mi disse senza che la sua poesia si estendesse al suo sorriso.
Ci lasciammo alle spalle la grande città, a favore di strade lunghe e dissestate dove non c’erano cartelli che suggerivano dove andare, e l’unica guida da seguire erano gli alti pali della luce che, distanziati di dieci metri l’uno dall’altro, portavano dei bocconi di tecnologia alle fattorie dell’Illinois. Tra campi di mais e coltivazioni di semi di soia ci immergemmo nella realtà di una vecchia stampa che era appesa nel salotto di mia nonna, quando la vita rurale era dipinta nei colori dell’autunno ed un temporale estivo ti faceva correre felice a ripararti nel fienile, con i piedi solleticati dalla paglia.
Quella mattina mi svegliai più tardi del solito, segno che avevo lasciato la foschia nella quale avevo camminato a migliaia di chilometri dietro di me. Il suo cappello di paglia era appoggiato sul tavolo, la giacca verde come le tende della baita in legno copriva svogliatamente lo schienale della sedia. Mi sedetti sul letto, appoggiando la schiena alle travi nude, guardando gli abeti sulla sponda del lago. Di Whitney vedevo solo la schiena robusta, la pelle nera del collo, l’immancabile sigaretta e la bottiglia di Jack Daniel’s, mentre provava qualche accordo seduto al pianoforte.
Si voltò di lato senza guardarmi direttamente, l’impressione di un sorriso sul suo mezzo volto.
Ho scritto una canzone. Si chiama come te. La vuoi sentire?

Filippo Righetto

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