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Mark Pritchard – Under The Sun (Top Ten 2016)

Data di Uscita: 13/05/2016

mau

Quando ero una bambina mia madre organizzava spesso delle cene molto eleganti, nel nostro salotto al primo piano, di un vecchio palazzo che apparteneva alla mia famiglia da sempre. Mia madre era una signora imponente e molto stimata dalle altre donne, che vedevano in lei un esempio di grande tempra morale ed energia instancabile. Indossava vestiti pieni di fiori e profumava di acqua al giglio, una specie di profumo biologico che tutti gli anni le veniva regalato dalla proprietaria della salumeria, che nutriva per lei una sorta di ammirazione che rasentava la mania. Durante le cene dovevo rimanere in camera mia, al piano di sopra, mi era permesso di assistere solo ai preparativi, seduta zitta nella cucina esposta ad ovest, col sole in faccia appena filtrato dalla pineta che declinava a poca distanza dal vialetto di casa. Mia madre disossava anatre e sfilettava i pesci, io guardavo sempre la superficie dell’acqua al cetriolo, immobile e riflettente, e pensavo a quando avrei sentito salire tutti i suoni dei commensali fino alla mia stanza e al modo in cui avrei potuto farli diventare una musica, solo scegliendo dove poggiare l’orecchio. Potevo immaginare come atteggiassero le mani ogni volta che le stendevano per prendere i panini al latte, che forma avrebbe avuto l’ombra delle loro labbra sui bicchieri di cristallo dello zio di mia madre, come avrebbero frusciato i loro vestiti a contatto col velluto delle sedie che il tappezziere all’angolo aveva regalato a mia madre perché, a detta sua, aveva gli occhi così luminosi che si meritava un intero salotto arredato. Vedevo mia madre bellissima, nei suoi capelli neri lucidi di piega accogliere tutti con sorrisi fatti di denti perlati e piccole rughe agli angoli della bocca e naso leggermente arricciato, la vedevo mettere su un disco luminoso come la sua pelle, chiedere i soprabiti, posarli su un divano in cucina, tappezzato di girasoli enormi. A quel punto, potevo chiudere gli occhi e calcolare il momento esatto in cui almeno dalla metà delle tasche dei cappotti che mia madre aveva ripiegato e adagiato sul divano, cominciavano a rotolare monete, bottoni, mozziconi di sigaretta e accendini, lettere e liste della spesa, a volte biglie, a volte cocaina, a volte matite, altre rossetti, tutto quello che gli ospiti di casa nostra decidevano, consciamente o meno, di portarsi dietro. Tutto quello che rimaneva poi intrappolato tra le pieghe del mio divano fatto di grandi girasoli e che la sera stessa, poco prima che mia madre servisse il dolce, potevo raccattare, portando silenziosamente il bottino nella mia stanza, per esaminarlo.

Qualcuno sarebbe stato in grado di fermare su tela tutto questo. La mia figura immobile che suggerisce in continuazione ciò che è già accaduto, in continuazione ciò che accadrà.

Maurizio Narciso e Giorgia Melillo

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