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Explosions in the Sky – The Wilderness

Data di Uscita: 01/04/2016

Explosions in the Sky - The Wilderness

Ci ero arrivato quasi per caso, o piuttosto guidato da quell’istinto selvatico che avevo senza dubbio ereditato dal nonno, pastore di altri tempi vissuto fino alla morte tra pecore, rupi e frugale essenzialità. Mi sarei potuto giustificare dicendo di aver assecondato la macchina nei suoi errori di traiettoria, lungo salite sterrate che sembravano disegnate alla cieca. Quelle simpatiche situazioni in cui ho sempre preferito ridere da solo che tornare in carreggiata. E avevo già chiaro in mente il momento in cui ve lo avrei raccontato, volete sapere come andò quando vostro padre trovò la casa dei suoi sogni?, in una primavera qualsiasi, del futuro, con le gambe ciondoloni dal dondolo in giardino, il cane addormentato sotto in nostri piedi, e la spiccata curiosità bambina. Sì sì sì, raccontaci la storia!
Ai tempi possedevo un’auto da battaglia, era la compagna ideale per le scorribande in solitaria tra le colline. Quel giorno arrivammo assieme sul crinale, sembrava uno scherzo mentre ci stavamo inerpicando, ma giunti in cima – quando c’eravamo lasciati alle spalle anche l’ultimo arbusto e all’orizzonte vi era rimasto solo il cielo – la vertigine, con l’altitudine, mi colse di sorpresa. Ho avuto per un attimo l’elettrizzante sensazione di essere il re del mondo, lassù. Il lago somigliava a un fagiolo azzurro incastonato nei campi coltivati a grano, intorno ad esso i terreni componevano un tessuto patchwork dalle pezze di verdi differenti, una coperta che si modellava morbida lungo le schiene dei rilievi, le cui trame di tanto in tanto si allargavano per fare posto a qualche paesino di pietra e mattoni.
C’è chi riconosce a prima vista la donna della sua vita, senza tentennamenti; in quel giorno io distinsi la mia casa, il mio posto nel mondo. Anch’esso è un colpo di fulmine, o un’epifania, dopotutto.
Poco più a valle un minuscolo borgo in rovina era stato quasi inghiottito dagli alberi, alcuni tetti erano sfondati, altri malmessi, solo uno tra essi appariva solido; le tende alle finestre, i rossi gerani rigogliosi sui davanzali e il fumo dal camino erano palesi messaggi di presenza umana, un invito ad avvicinarmi.
Vostra madre ancora non era un personaggio della storia, al tempo i miei racconti erano scarni di presenze significative. Arrivò un paio d’anni dopo, quando avevo già ristrutturato la casetta più a valle nel complesso edilizio. Stavo piantando i pomodori, in una domenica di maggio, e conobbi la sua voce prima di vedere il suo volto: ero di spalle, intento a vangare la terra, incurante del sole pieno che stava tracciando una strana abbronzatura a forma di canottiera sulla mia schiena. Attento che se continui così ti scotti. Non hai una crema protettiva? Si era fermata a mezzo metro di distanza e indossava un abito bianco che le cadeva lieve sui fianchi stretti, l’enorme casco di capelli neri e ricci era tenuto a bada da un cappello di paglia. Era assieme ad altre persone, ospiti della coppia olandese (sì, un cliché) che aveva aperto le danze nel processo di recupero del patrimonio esistente tra quelle pietre dismesse. Dopo pranzo cercò una scusa per allontanarsi dalla comitiva e stuzzicarmi di nuovo, le mostrai casa e le feci da cicerone proprio da qui, illustrandole ogni aneddoto legato a questi luoghi semplici e puri, con la vallata davanti e il lago, che quel giorno era particolarmente luccicante. Il giradischi spargeva musica strumentale sulla nostra prima vera conversazione, non disturbava affatto e si intrecciava con naturalezza tra le nostre parole; le chitarre, la batteria, le atmosfere epiche ma rassicuranti. “La terra non è un freddo posto morto”, questa frase a posteriori è stata propiziatoria per un amore che stava soltanto schiudendosi timido.
L’album che stiamo ascoltando adesso è della stessa band, immancabilmente collego le loro melodie alla mamma, a questa casa, alla mia e alla nostra vita. Un disco nuovo che parla una lingua già familiare e masticata con sentimento, che narra di spazi sconfinati e meraviglie da esplorare ancora. Le melodie dilatano i polmoni e li riempiono di ossigeno, ci si abbandona alla vastità dell’istantanea che l’occhio riesce a catturare da quassù, senza perdere di vista i dettagli che compongono l’opera corale della natura: le corde delle chitarre accarezzano delicatamente le fronde degli alberi e sollevano una brezza leggera sulla superficie dell’acqua, riverberi come voci simulano richiami tra le rocce, una batteria incalzante riproduce avventurose scalate tra zone d’ombra e altre di luce accecante, corse forsennate e caldi tramonti sfocati da tremolii. Sembra quasi di sfogliare un album di fotografie scattate qui negli anni, riconoscere la totalità del contesto e insieme ogni singolo episodio, nella sua propria intima carica emotiva. Personale e universale.
Non so cosa rimarrà di questo privato racconto nella vostra memoria, negli anni. Ne sorriderete, ne dimenticherete passaggi, più in là ne coglierete il senso. E in fondo vi vedo già ora nelle vostre scoperte e nelle ostinate ricerche di una propria appartenenza; vi auguro di trovare, qualunque esso sia, un posto da chiamare casa, magari in compagnia della colonna sonora giusta che vi spalanchi le braccia sul mondo.

Federica Giaccani

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