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Western Skies Motel – Settlers

Data di Uscita: 22/04/2016

Western Skies Motel - Settlers

Da ovest arriva il rumore delle nere e rumorose nubi a scandalizzare il silenzio azzurro del nostro cielo, avanzando con colpi di cannone verso questa pacifica vallata priva di ogni arma. Il vento annuncia il temporale, sussurrando alle migliori orecchie ed entrando nei migliori olfatti.
Metto le mani sotto all’acqua, trasformandola lentamente in un limpido fango dove riesco a vaticinare il mio futuro. La decisione è presa, si è mista a quello che i più deboli chiamano destino, e tra un po’ si realizzerà.
Faccio alzare mio nonno dal letto e lo vesto lentamente, mentre la furia dell’uragano si preannuncia nelle ultime raffiche di quello che si può chiamare ancora vento. Vestito con eleganza rustica, sobrio e potente come la montagna che è sempre stato, mio nonno mi guarda non riconoscendomi e mi chiede dove siamo, ma io, esitando un po’, gli rispondo alla domanda che mi avrebbe fatto se fosse stato ancora in possesso della sua intelligenza e gli dico che stiamo andando verso la nostra più grande nemica, quella che abbiamo fatto entrare sempre a casa, trattandola da pari, senza troppo timore.
Prendo anche la civetta che vive ormai da settimane in una gabbia aperta e non può uscirne per via della sua ala rotta – e che per colpa di questa piange cantando tutte le notti. A lei dico che stiamo migrando verso il luogo in cui non c’è più né memoria né coscienza né corpo – e forse mi sbaglio nella mia definizione. La faccio appollaiare sul dito di mio nonno che sorride con demente bellezza. Quanto l’ho amato, sentendolo sempre delicato come un bambino, non fingendo mai, nell’ultimo periodo, che fosse ancora vivo. La vita dell’uomo è la sua memoria e se quest’ultima va via porta con sé anche la vita.
Porto me stesso insieme al vecchio e alla civetta e mi dico che stiamo andando tutti nel posto migliore, che alla fine non è nemmeno un posto reale.
Un grosso ramo lanciato da una frusta di vento viene a schiantarsi sulle nostre teste graziandoci dal dolore. La civetta pianta gli artigli sul ramo e muore con noi, perché è anche la sua ora.
L’uragano ci prende che già non siamo più e ci porta in alto, nella sua mistica circolarità, nella sua santa genesi di pressioni opposte.
Forse ci ha depositato sul letto di un fiume, per dare cibo ai pesci, o forse sul fondo del mare; forse non ci troverà mai nessuno; e nel forse definitivo potremmo essere in ogni cosa.

Essere una roccia è una grande fregatura, perché tutti credono di poterti colpire, ma l’uragano non fa troppa differenza tra una roccia e un cuscino, tra un’auto e una bicicletta, ingoiando tutto alla stessa maniera, sbattendo tutto e masticando la paura nel terrore della sua sostanza di vento.

Ora di certo non c’è più l’orrore, non c’è più niente, e rimpiango le piogge della domenica, nel silenzio di un corpo che ti ha appena dato tutto il suo calore e che ha preso il tuo. Rimpiango la cura, la precisione, il tentativo di capire la sostanza, la forma, la direzione. Anzi non posso nemmeno più rimpiangere. Di me rimane solo l’ombra in una casa dove si veniva ad omaggiare qualche mia frase sagace, o la mia stanca presenza che per educazione accennava a un sorriso.
Ho coltivato così tanto la parola da farne fiorire il silenzio, e il mio ultimo gesto d’amore è donarlo a te.

Marco Di Memmo

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