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Shinoby – Do You Know We Exist?

D.d.U. 13/03/2016

Shinoby - Do You Know We Exist?

“Do You Know We Exist?” chiedevi dopo il ritorno in città, dove non si riusciva più ad avere un attimo di intimità. I controlli ai bordi di ogni strada, per paura di eventuali attentati, scoperchiavano ogni marginalità per riversarla nello spazio pubblico. Rivoltare il cestino dei panni sporchi in strada per ripulirci insieme, stando attenti a non trovare qualcosa di compromettente.
I fuochi d’artificio per rigettarsi nel caldo assurdo, tra piante carnivore e barbone disidratati, non servono e la voglia singolare di esistere va ricollocata in un luogo chiuso, lontano da occhi indiscreti. Ritrovarsi nudi ed avvinghiati nel più naturale degli atti in mezzo alla piazza con gli sguardi schifati addosso, sperando in una nebbia improvvisa. Così dicevi di sentirti in strada, dentro la città che nulla offriva.
Decidiamo di iniziare il nostro solito gioco nello scantinato di Jamal, lì dove non arrivavano quei suoni ruffiani e costruiti per adattarsi al clima esterno.
Il riscaldamento al massimo, la muffa e l’umidità creavano un microclima tossico, i synth e i beat inizialmente venivano percepiti come attutiti. Dicevi che era come quella volta, con la pallina di oppio e quella di fumo indiano; le risate disperse in un ballo poco allineato. L’ascesa del ritmo ricreò quel rivolo di sudore sul tuo petto, era un sudare acido e la scommessa fu quella di superare di nuovo ogni limite tra basi, laser ed esplosioni. Ci siamo ritrovati in strada senza vestiti, con lo sperma tristemente sparso ovunque, il ricordo a synth curatissimi, stordenti e sottoposti a modificazione genetica. “Do You Know We Exist?” fu la domanda ripetuta in loop nella memoria difensiva.

Jamal Moss porta il flip per il suo ultimo tratto con un adeguato rinnovamento extraterrestre del taglio titolo, aggiungendo un po ‘più vibrante e la profondità spaziale ai modelli Bashing schierati in pompa magna dal produttore Verona.
Lavorare la sua solita magia stravagante in un caos sottosopra di racket synth mutilati e armoniche ben curate, il produttore americano sicuramente non ha bisogno della forza di artificio, estendendo i tratti caratteristici del suono di Shinoby con un atteggiamento sempre più impegnativo

Alessandro Ferri

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