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Archive for aprile, 2016

Beyoncé – Lemonade (Top Ten 2016)

Data di Uscita: 23/04/2016

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Ho scelto di parlare di me poiché è l’argomento sul quale sono sempre più preparata.
Come quando nei lavori di gruppo mi forzavo a limitare il mio contributo per evitare che uscisse troppo dal risultato comune, e se vi ricordate bene com’è andata a finire non ero proprio tagliata per la dimensione corale.
D’altra parte perché ingabbiare un uccello libero e leggiadro in una rete di costrizioni, corde e pesi?
Non mi va nemmeno di attendere decenni per un triste e nostalgico memoriale dei tempi che furono, la malinconia non mi si addice e voglio celebrare in prima persona con tinte sgargianti, squilli di tromba e cazzotti di chiaroscuri ben assestati.
La festa è ora e adesso, è una mostra antologica, è un disco, è un film in cui le sequenze sfumano l’una nella successiva, nonostante i contesti mutino netti e farebbero pensare a una gran confusione piuttosto che a una personalità sfaccettata e ciononostante coerente.
Ho invitato voi tutti, dagli amici della prima ora, agli ultimi incontrati e aggregatisi durante il cammino: è molto bello quando ti accorgi che aver seminato con costanza ti regala fiducia anche da parte di chi meno, apparentemente, te lo potresti aspettare. Sfogliando le pagine di questo capitolo di vita così pieno ed entusiasmante, le istantanee sulle quali soffermarsi sono così tante che quasi ho perso il conto: mi sono smarrita tra le pieghe di tradimenti subiti, chiedendomi se fosse preferibile essere gelosa, pazza, o entrambe; ho cercato la vendetta vestendomi col giusto colore, il giallo, e distruggendo automobili con una mazza da baseball; ho nuotato nell’apatia e ho faticato per una riappacificazione interiore ma alla fine l’ho ottenuta, come una epifania. La mia storia profuma di America, da boschi incontaminati a scenari urbani di New Orleans, una strada di città brulicante di persone e un enorme stadio vuoto; le bandiere degli States sventolano di proverbiale fierezza, sono nata in Texas ma dalla Lousiana tutto ebbe inizio. Ci sono le nonne, bagaglio di amore e di infiniti insegnamenti tramandati con il cuore e con gli aneddoti, c’è mio marito, c’è la storia del mio popolo che ha subito discriminazioni non ancora sopite, c’è la storia di ogni donna, alla fine. Proprio per questo i toni non potevano essere monocordi, c’è spazio per l’r’n’b, per il rock, per l’hip-hop, il pop e anche – addirittura – per poesie altrui recitate; sono accorsi a prestarmi voci e mani artisti verso i quali è difficile decidere se provare più affetto o stima.
Vi aspetto all’ingresso, a scostare il sipario di velluto per farvi accomodare e a dispensare grossi sorrisi – giovialità e autocompiacimento ben fusi assieme, a mitigarsi tra loro – siedo al vostro fianco e sussurro frasi giuste accostate a gesti altrettanto adeguati, svelo segreti a ciascuno e strizzo l’occhio con fare complice ma poi salgo in cattedra a impartire la lezione più importante di tutte, che è quella della vita in salsa musicale. Vi frusto e vi abbraccio, vi ammonisco e vi consolo, e vi accompagno anche a casa rimboccandovi le coperte quando la burrasca dei tormenti si è finalmente acquetata. È la mia storia, sì, ma il linguaggio è universale e sfido io a non riconoscervi in nemmeno un frammento, a non provare un brivido di imbarazzo accorgendovi che siete anche voi sotto i riflettori.
Ho scelto di parlare di me, ma è stato come parlare di ognuno di noi.

Federica Giaccani

Dälek – Asphalt for Eden (Top Ten 2016)

Data di uscita: 22/04/2016

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L’asfalto si è mangiato tutto. Non più il parco con i suoi, radi, alberi e l’area attrezzata con quell’altalena da sempre arrugginita. E’ piuttosto il trasformarsi post-fordista dei luoghi, ora totalmente spersonalizzati, a contenere i pomeriggi stanchi del nulla. Il quartiere è circondato da barriere architettoniche che per quanto in teoria non siano una gabbia, nella pratica rendono impossibile la fuga. Si ciondola da una periferia all’altra senza la possibilità di muoversi in una direzione che non sia quella tangente. I palazzoni alti a sfiorare il cielo hanno le finestre rettangolari indistinguibili l’una dall’altra. Alcune sono illuminate la sera. Da altre si può solo intuire la presenza di un televisore acceso. A perdita d’occhio soluzioni abitative per una speculazione che spinge tutto verso fuori, ai margini. E’ così che hanno costruito il purgatorio.

Pietro Liuzzo Scorpo

Explosions in the Sky – The Wilderness

Data di Uscita: 01/04/2016

Explosions in the Sky - The Wilderness

Ci ero arrivato quasi per caso, o piuttosto guidato da quell’istinto selvatico che avevo senza dubbio ereditato dal nonno, pastore di altri tempi vissuto fino alla morte tra pecore, rupi e frugale essenzialità. Mi sarei potuto giustificare dicendo di aver assecondato la macchina nei suoi errori di traiettoria, lungo salite sterrate che sembravano disegnate alla cieca. Quelle simpatiche situazioni in cui ho sempre preferito ridere da solo che tornare in carreggiata. E avevo già chiaro in mente il momento in cui ve lo avrei raccontato, volete sapere come andò quando vostro padre trovò la casa dei suoi sogni?, in una primavera qualsiasi, del futuro, con le gambe ciondoloni dal dondolo in giardino, il cane addormentato sotto in nostri piedi, e la spiccata curiosità bambina. Sì sì sì, raccontaci la storia!
Ai tempi possedevo un’auto da battaglia, era la compagna ideale per le scorribande in solitaria tra le colline. Quel giorno arrivammo assieme sul crinale, sembrava uno scherzo mentre ci stavamo inerpicando, ma giunti in cima – quando c’eravamo lasciati alle spalle anche l’ultimo arbusto e all’orizzonte vi era rimasto solo il cielo – la vertigine, con l’altitudine, mi colse di sorpresa. Ho avuto per un attimo l’elettrizzante sensazione di essere il re del mondo, lassù. Il lago somigliava a un fagiolo azzurro incastonato nei campi coltivati a grano, intorno ad esso i terreni componevano un tessuto patchwork dalle pezze di verdi differenti, una coperta che si modellava morbida lungo le schiene dei rilievi, le cui trame di tanto in tanto si allargavano per fare posto a qualche paesino di pietra e mattoni.
C’è chi riconosce a prima vista la donna della sua vita, senza tentennamenti; in quel giorno io distinsi la mia casa, il mio posto nel mondo. Anch’esso è un colpo di fulmine, o un’epifania, dopotutto.
Poco più a valle un minuscolo borgo in rovina era stato quasi inghiottito dagli alberi, alcuni tetti erano sfondati, altri malmessi, solo uno tra essi appariva solido; le tende alle finestre, i rossi gerani rigogliosi sui davanzali e il fumo dal camino erano palesi messaggi di presenza umana, un invito ad avvicinarmi.
Vostra madre ancora non era un personaggio della storia, al tempo i miei racconti erano scarni di presenze significative. Arrivò un paio d’anni dopo, quando avevo già ristrutturato la casetta più a valle nel complesso edilizio. Stavo piantando i pomodori, in una domenica di maggio, e conobbi la sua voce prima di vedere il suo volto: ero di spalle, intento a vangare la terra, incurante del sole pieno che stava tracciando una strana abbronzatura a forma di canottiera sulla mia schiena. Attento che se continui così ti scotti. Non hai una crema protettiva? Si era fermata a mezzo metro di distanza e indossava un abito bianco che le cadeva lieve sui fianchi stretti, l’enorme casco di capelli neri e ricci era tenuto a bada da un cappello di paglia. Era assieme ad altre persone, ospiti della coppia olandese (sì, un cliché) che aveva aperto le danze nel processo di recupero del patrimonio esistente tra quelle pietre dismesse. Dopo pranzo cercò una scusa per allontanarsi dalla comitiva e stuzzicarmi di nuovo, le mostrai casa e le feci da cicerone proprio da qui, illustrandole ogni aneddoto legato a questi luoghi semplici e puri, con la vallata davanti e il lago, che quel giorno era particolarmente luccicante. Il giradischi spargeva musica strumentale sulla nostra prima vera conversazione, non disturbava affatto e si intrecciava con naturalezza tra le nostre parole; le chitarre, la batteria, le atmosfere epiche ma rassicuranti. “La terra non è un freddo posto morto”, questa frase a posteriori è stata propiziatoria per un amore che stava soltanto schiudendosi timido.
L’album che stiamo ascoltando adesso è della stessa band, immancabilmente collego le loro melodie alla mamma, a questa casa, alla mia e alla nostra vita. Un disco nuovo che parla una lingua già familiare e masticata con sentimento, che narra di spazi sconfinati e meraviglie da esplorare ancora. Le melodie dilatano i polmoni e li riempiono di ossigeno, ci si abbandona alla vastità dell’istantanea che l’occhio riesce a catturare da quassù, senza perdere di vista i dettagli che compongono l’opera corale della natura: le corde delle chitarre accarezzano delicatamente le fronde degli alberi e sollevano una brezza leggera sulla superficie dell’acqua, riverberi come voci simulano richiami tra le rocce, una batteria incalzante riproduce avventurose scalate tra zone d’ombra e altre di luce accecante, corse forsennate e caldi tramonti sfocati da tremolii. Sembra quasi di sfogliare un album di fotografie scattate qui negli anni, riconoscere la totalità del contesto e insieme ogni singolo episodio, nella sua propria intima carica emotiva. Personale e universale.
Non so cosa rimarrà di questo privato racconto nella vostra memoria, negli anni. Ne sorriderete, ne dimenticherete passaggi, più in là ne coglierete il senso. E in fondo vi vedo già ora nelle vostre scoperte e nelle ostinate ricerche di una propria appartenenza; vi auguro di trovare, qualunque esso sia, un posto da chiamare casa, magari in compagnia della colonna sonora giusta che vi spalanchi le braccia sul mondo.

Federica Giaccani

Western Skies Motel – Settlers

Data di Uscita: 22/04/2016

Western Skies Motel - Settlers

Da ovest arriva il rumore delle nere e rumorose nubi a scandalizzare il silenzio azzurro del nostro cielo, avanzando con colpi di cannone verso questa pacifica vallata priva di ogni arma. Il vento annuncia il temporale, sussurrando alle migliori orecchie ed entrando nei migliori olfatti.
Metto le mani sotto all’acqua, trasformandola lentamente in un limpido fango dove riesco a vaticinare il mio futuro. La decisione è presa, si è mista a quello che i più deboli chiamano destino, e tra un po’ si realizzerà.
Faccio alzare mio nonno dal letto e lo vesto lentamente, mentre la furia dell’uragano si preannuncia nelle ultime raffiche di quello che si può chiamare ancora vento. Vestito con eleganza rustica, sobrio e potente come la montagna che è sempre stato, mio nonno mi guarda non riconoscendomi e mi chiede dove siamo, ma io, esitando un po’, gli rispondo alla domanda che mi avrebbe fatto se fosse stato ancora in possesso della sua intelligenza e gli dico che stiamo andando verso la nostra più grande nemica, quella che abbiamo fatto entrare sempre a casa, trattandola da pari, senza troppo timore.
Prendo anche la civetta che vive ormai da settimane in una gabbia aperta e non può uscirne per via della sua ala rotta – e che per colpa di questa piange cantando tutte le notti. A lei dico che stiamo migrando verso il luogo in cui non c’è più né memoria né coscienza né corpo – e forse mi sbaglio nella mia definizione. La faccio appollaiare sul dito di mio nonno che sorride con demente bellezza. Quanto l’ho amato, sentendolo sempre delicato come un bambino, non fingendo mai, nell’ultimo periodo, che fosse ancora vivo. La vita dell’uomo è la sua memoria e se quest’ultima va via porta con sé anche la vita.
Porto me stesso insieme al vecchio e alla civetta e mi dico che stiamo andando tutti nel posto migliore, che alla fine non è nemmeno un posto reale.
Un grosso ramo lanciato da una frusta di vento viene a schiantarsi sulle nostre teste graziandoci dal dolore. La civetta pianta gli artigli sul ramo e muore con noi, perché è anche la sua ora.
L’uragano ci prende che già non siamo più e ci porta in alto, nella sua mistica circolarità, nella sua santa genesi di pressioni opposte.
Forse ci ha depositato sul letto di un fiume, per dare cibo ai pesci, o forse sul fondo del mare; forse non ci troverà mai nessuno; e nel forse definitivo potremmo essere in ogni cosa.

Essere una roccia è una grande fregatura, perché tutti credono di poterti colpire, ma l’uragano non fa troppa differenza tra una roccia e un cuscino, tra un’auto e una bicicletta, ingoiando tutto alla stessa maniera, sbattendo tutto e masticando la paura nel terrore della sua sostanza di vento.

Ora di certo non c’è più l’orrore, non c’è più niente, e rimpiango le piogge della domenica, nel silenzio di un corpo che ti ha appena dato tutto il suo calore e che ha preso il tuo. Rimpiango la cura, la precisione, il tentativo di capire la sostanza, la forma, la direzione. Anzi non posso nemmeno più rimpiangere. Di me rimane solo l’ombra in una casa dove si veniva ad omaggiare qualche mia frase sagace, o la mia stanca presenza che per educazione accennava a un sorriso.
Ho coltivato così tanto la parola da farne fiorire il silenzio, e il mio ultimo gesto d’amore è donarlo a te.

Marco Di Memmo

Tim Hecker – Love Streams

Data di Uscita: 08/04/2016

Tim Hecker - Love Streams

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

E, se ve lo state chiedendo, no, non sono un fumatore… ok, ci siamo capiti.

E’ notte, ma sono uscito di giorno, mi pare. Inseguo questo suono da ore ed ore, mentre digrigno i denti in modo compulsivo.

Da un po’ sento odore di ferro in bocca, ma voglio rimanere concentrato su questo battito. Non so se è corretto chiamarlo così, è un suono ripetitivo, vagamente elettronico, ma è coperto da voci, brusii, cori addirittura, manco si trattasse di una messa.

No, cazzo! Ora l’ho perso. L’odore di sangue è sempre più forte allora sputo per terra una volta, due. Tre. Mi inginocchio, orecchio sull’asfalto. Devo ritrovare quel sibilo, quel sacro richiamo.

Eccolo, mi sembra di percepirlo nuovamente.

Mi alzo di scatto e inizio a correre, non voglio perderlo. Ma mi fa male tutto il corpo, ogni singolo osso e sono costretto a rifermarmi. Sento solo il battere del mio cuore ora, e le tempie che mi esplodono.

Rimango qualche minuto immobile, sdraiato su di un marciapiedi. La città è deserta, solo i lampioni gialli mi tengono compagnia.

Faccio un respiro profondo e ritrovo la concentrazione. Riecco quel suono, ora più forte che mai. I denti scricchiolano ancora ma non mi importa. Lo seguo.

Sembra provenire da un vicolo, mi ci infilo. Più vado avanti e più si stringe attorno a me. Sento di essere sempre più vicino alla fonte sonora e, seppur a fatica, proseguo. Sono costretto ad infilarmi di lato per uscire dall’imbuto in cui mi trovo.

Davanti a me c’è una piazza.

Da un lato vedo un capannone abbandonato, un tempo ci facevano dei rave ma non ricordo altro di quel periodo se non un gran mal di testa e gengive sanguinanti. Accanto c’è una chiesa, non l’avevo mai notata prima di oggi.

Da questo punto esatto sento tutto, come se fosse in stereofonia. Il suono sembra provenire da entrambe le strutture, dal capannone blu e dalla chiesa magenta. Abbasso la testa e proprio sotto i miei piedi c’è una scritta fatta con una bomboletta spray: Love Streams!

Ho il viso teso e le mascelle serrate. No, non è bruxismo.

Maurizio Narciso

Giulia’s Mother – Truth

Data di Uscita: 16/04/2016

Giulia's Mother - Truth

Me: Perchè hai chiuso il libro? Non sei curioso di sapere come andrà a finire? Non vuoi scoprire se le tue paure erano fondate, se i tuoi sogni erano reali? Non hai voglia di rilasciare le tue ansie in un sospiro di sollievo? Non hai voglia di farmi vedere uno dei tuoi furbi sorrisi, uno dei tuoi tanti modi di sorridere, quando pieghi solo uno degli angoli della tua bocca?
Io: La ricerca della felicità si interrompe prima dell’ultima pagina del libro nella quale è scritta. Prima che il mondo esterno abbia finito di influenzare il tuo pensiero, come l’aria che scappa da una porta lasciata socchiusa, portandosi dietro l’odore di casa tua.

Nel mondo ci sono due tipi di persone: chi dice che la verità possa essere svelata solo dalle parole innocenti di un bambino, e chi pensa che sia sinonimo di conoscenza. Nel mezzo ci sei tu, un ignorante con la consapevolezza di esserlo. La tua curiosità ti ha portato a studiare molto, ma ti sei sempre fermato prima di capire un concetto fino in fondo. Potevi passare settimane intere su un libro di fisica o di poesie, ma quanto ti rendevi conto che, nel giro di poche ore, saresti riuscito a risolvere il teorema o a ricostruire il volto descritto dal poeta, tu, ti fermavi, e mentre una mano accarezzava per l’ultima volta quelle lettere, l’altra stava già cercando la prossima storia.

Nessuna opinione personale si può definire in questo modo, se si è formata mentre ascoltavamo le parole di un estraneo, se il foglio sulla quale l’abbiamo scritta è stato bagnato dall’acqua fuoriuscita da un bicchiere rovesciato da una mano sconosciuta, mi hai detto una volta guardandomi allo specchio.

Ricordi quando mi hai chiesto che cos’è la felicità? Eravamo distesi su un prato verde che ospitava fiori gialli ed un sole profumato. Per te la risposta era davanti a noi, semplice, e ti sei stupito quando ci siamo alzati per dirigerci verso il bosco. Lì, nell’ombra, sentivamo le risate dei nostri amici. La felicità era quello. La felicità erano gli sguardi che Elisa lanciava intorno a sè nel tentativo di trovarci. L’avevamo appena conosciuta ed il suo nome era già scritto nel nostro cuore. Spesso, quando chiudeva gli occhi, le ciglia sbattevano contro i suoi capelli, spostandoli solo per un attimo. Quel movimento ci aveva ipnotizzato, tant’è che le prime lettere che abbiamo pronunciato in sua presenza non andavano a formare il nostro nome, ma la domanda vuoi avere un figlio con me?
Quel figlio che poi è arrivato, due anni dopo. È una bambina dagli occhi sinceri che si chiama Siù. Il suo nome se l’è scelta da sola. Era in braccio ad Elisa, sua madre, nata solo da pochi istanti, mentre noi le tenevamo una mano sul pancino. Che cos’era Siù? Uno sbadiglio? Un saluto? Un sorriso? Non lo sappiamo, ma quella fu la prima parola con cui salutasti questo mondo, quella che diventò il tuo nome.
E con poche parole io ora ti saluto, tu che hai il mio stesso nome, senza che tu debba premere il grilletto, con le dita della tua mano sagomata a forma di pistola appoggiate sulle tue tempie.
Perchè io ti ho tenuto compagnia mentre cercavamo noi stessi in terra straniera. Maybe with a girl that loves me, and if she doesn’t never mind this kind of things, I’m trying to love myself, and someone like me I know I’ll find out there.
Perchè ora le domande saranno fatte a te.
Perchè io sono formato da tutti quei pensieri che, come goccioline su una finestra, sono nati dai tuoi dubbi, e che, quando spariscono, cantano tutti la stessa canzone.

I have only one day.

Filippo Righetto

Prurient – Unknown Rains (Top Ten 2016)

Data di Uscita: 29/04/2016

Prurient - Unknown Rains

Eravamo rimasti in quattro, l’onda d’urto dello scontro avrebbe dovuto spazzarci via tutti.
L’impatto sulla montagna indistinto, nessun eco ed il rumore dello schianto impercettibile, così come l’esplosione, racchiusa in una potente fiammata di pochissimi secondi. Il fuoco successivo, altissimo quasi a raggiungere il cielo e secco portatore di fuliggine, si arrestò istantaneamente. Questo dissero i telegiornali dell’epoca, richiudendo in un nulla di fatto la scatola del mistero, rimasto per sempre profondo.
Sul Monte Izvestkovaya siamo saliti in quindici, per ritemprare la mente, spiegavamo a chi preferiva rimanere a bere nelle bettole Vladivostok, dopo il lavoro nei cantieri, bestemmiando agli armeni. Undici non sono sopravvissuti, colpiti dalla ferraglia assassina rigettata dal suolo, caldissimo dopo l’impatto del velivolo alieno caduto dal cielo. Una voce metallica come ultimo nostro appiglio all’evento, in una mezz’ora almeno di inferno inframezzato da schizzi acidi e grida di chi non c’è più. Una settimana dopo, noi sopravvissuti, al risveglio in una stanza buia dell’aeroporto Vladivostok-Kneviči un militare ci disse di rimuovere l’accaduto dalla mente, tutto si sarebbe sistemato nel migliore dei modi. Nel giro di qualche mese, schiacciati dal ricordo, i miei compagni d’avventura si suicidarono; ora tocca a me, frustate i nostri cadaveri. In un sottofondo harsh di droni e rumori ferrosi.

Alessandro Ferri

Babyfather – BBF Hosted by DJ Escrow (Top Ten 2016)

Data di Uscita: 01/04/2016

Babyfather - BBF Hosted by DJ Escrow

Una presa per il culo totale, un pesce d’aprile per ogni giorno dell’anno e l’identità ripresentata in troppe forme per raccontarla. Distruzione totale delle macchiette da università, quelle in cui tolgono ogni riferimento al passato evitando di offendere un presente mai come ora chiuso su se stesso. Guardare prima di tutto dentro se stessi, quando si parla della discriminazione violenta; i contenitori per la raccolta differenziata e le analisi sociologiche con lo stesso peso specifico. Riflettere sui numeri e le statistiche dell’NBA sarà la nostra salvezza, accompagnati da un televisore sempre acceso. Trasformarsi per la maggior parte delle persone in un bluff vivente, la nostra unica redenzione e fuga dalla schiavitù rimane un atto di pura presa per il culo. Trip hop, basi acide, rumori fuori campo, loop, declamazione in stile militare, sirene e nubi di fumo sopra le nostre teste.

Alessandro Ferri

Shinoby – Do You Know We Exist?

D.d.U. 13/03/2016

Shinoby - Do You Know We Exist?

“Do You Know We Exist?” chiedevi dopo il ritorno in città, dove non si riusciva più ad avere un attimo di intimità. I controlli ai bordi di ogni strada, per paura di eventuali attentati, scoperchiavano ogni marginalità per riversarla nello spazio pubblico. Rivoltare il cestino dei panni sporchi in strada per ripulirci insieme, stando attenti a non trovare qualcosa di compromettente.
I fuochi d’artificio per rigettarsi nel caldo assurdo, tra piante carnivore e barbone disidratati, non servono e la voglia singolare di esistere va ricollocata in un luogo chiuso, lontano da occhi indiscreti. Ritrovarsi nudi ed avvinghiati nel più naturale degli atti in mezzo alla piazza con gli sguardi schifati addosso, sperando in una nebbia improvvisa. Così dicevi di sentirti in strada, dentro la città che nulla offriva.
Decidiamo di iniziare il nostro solito gioco nello scantinato di Jamal, lì dove non arrivavano quei suoni ruffiani e costruiti per adattarsi al clima esterno.
Il riscaldamento al massimo, la muffa e l’umidità creavano un microclima tossico, i synth e i beat inizialmente venivano percepiti come attutiti. Dicevi che era come quella volta, con la pallina di oppio e quella di fumo indiano; le risate disperse in un ballo poco allineato. L’ascesa del ritmo ricreò quel rivolo di sudore sul tuo petto, era un sudare acido e la scommessa fu quella di superare di nuovo ogni limite tra basi, laser ed esplosioni. Ci siamo ritrovati in strada senza vestiti, con lo sperma tristemente sparso ovunque, il ricordo a synth curatissimi, stordenti e sottoposti a modificazione genetica. “Do You Know We Exist?” fu la domanda ripetuta in loop nella memoria difensiva.

Jamal Moss porta il flip per il suo ultimo tratto con un adeguato rinnovamento extraterrestre del taglio titolo, aggiungendo un po ‘più vibrante e la profondità spaziale ai modelli Bashing schierati in pompa magna dal produttore Verona.
Lavorare la sua solita magia stravagante in un caos sottosopra di racket synth mutilati e armoniche ben curate, il produttore americano sicuramente non ha bisogno della forza di artificio, estendendo i tratti caratteristici del suono di Shinoby con un atteggiamento sempre più impegnativo

Alessandro Ferri