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Liima – ii

Data di Uscita: 11/03/2016

Liima - ii

Era una tappa obbligata. L’indicatore del livello della benzina si stava ormai accasciando sul fianco sinistro. Sfinito dopo una lunga giornata sull’asfalto rovente da lasciarsi alle spalle. Mancava ancora qualche ora al calare del sole, ma in quel ritaglio di nulla dove la noia si intreccia alla quotidianità senza soluzione di continuità, i ritmi della vita si discostano dal loro naturale corso e l’alternarsi della luce e del buio sono solo lo sfondo per il procedere delle giornate cadenzato con astratta regolarità dalla giravolta del cartello ora aperto ora chiuso. Al momento chiuso. Il distributore avrebbe riaperto solo l’indomani mattina presto e tu saresti stato lì. Pronto a fare rifornimento e a ripartire. E poi sapevi che avevi bisogno di riposare pure tu. Scendendo dalla macchina lasciasti lo sguardo adagiarsi sull’orizzonte e scorrerlo da meridione a settentrione, mentre nella mente ricalcavi il profilo della sua schiena nuda. Era il tuo modo per conservarne l’odore. Nel frattempo il vento ti scompigliava i capelli sulla nuca e sembrava spingerti a proseguire lontano da quelle nuvole cariche di pioggia dalle sfumature blu piombo schiacciate sull’ocra del deserto illuminato dal sole calante di fronte a te. L’insegna del motel era già illuminata ed il ronzio dei neon si diluiva nell’aria già elettrica di suo. Raccogliesti dal sedile posteriore la borsa coi pochi vestiti già esausti da quella rincorsa e ti avviasti verso l’edificio che avrebbe racchiuso il tuo sonno per quella notte. Con un automatismo del quale ti sorprendesti la mano si infilò nella tasca per controllare di avere degli spiccioli nel caso in cui, una volta ripresa la strada, una lavanderia avesse fatto la sua apparizione nello scorrere del paesaggio oltre il finestrino. Non ne avevi. Alla reception un uomo guardava una partita di baseball su un piccole televisore a tubo catodico. I capelli sbiaditi dal tempo ben si sposavano con la logora camicia a quadri che indossava. Alzò lo sguardo su di te e ti diede un distratto benvenuto. Chiedesti una stanza singola per una notte e lui annuì. Si muoveva senza pensare troppo a ciò che faceva, guidato da un’esperienza che, pensasti, doveva essere estenuante. Ti diede tutte le informazioni di cui avevi bisogno recitandole senza entusiasmo, con la stessa passione con cui si legge un elenco telefonico, o si declama una poesia di fronte a genitori che cercano di nascondere la noia dietro a sorrisi di circostanza ad uno spettacolo di fine anno. I suoi occhi erano attratti dalla televisione ma dovette distrarsi per controllare che i dati che avevi scritto sul registro corrispondessero a quelli sui documenti. Quando lesse il tuo nome scrutò il tuo volto senza alzare la testa. Quindi si voltò per prendere le chiavi, indugiò un attimo come per ricordarsi qualcosa, da uno scaffale pieno di vecchi almanacchi di statistiche sportive prese una busta chiusa. Controllò nuovamente il tuo nome sul registro, ti rese i documenti e ti porse le chiavi e la busta. Ti spiegò dove fosse la tua camera e che la busta gli era stata affidata il giorno prima perché fosse consegnata ad un uomo col tuo nome. Nonostante la cosa non ti sorprese, il cuore saltò un battito. Ringraziasti, raccogliesti la borsa e ti avviasti a passo svelto verso la camera che ti era stata data.

Il vento soffiava con insistenza nella notte senza riuscire però a smuovere il buio, né a spingere quelle terre un po’ più velocemente verso il sole. Eri impaziente di riprendere la strada per ricominciare la tua rincorsa cominciata qualche giorno prima. Un gioco innocente il cui principio era stato sancito dalla porta che si chiudeva mentre ancora eri a letto. Al tuo risveglio avresti trovato il primo indizio che ti avrebbe fatto scattare fuori di casa, con una borsa riempita a casaccio, e l’urgenza di non rimanere troppo indietro. Avevi espresso il desiderio di conoscere meglio la storia di quel corpo nudo accanto al quale avevi cominciato ad assopirti esplorandolo piano con le dita e con la lingua. Non era un desiderio morboso di controllo ma una curiosità genuina, e non avresti chiesto nulla di più di ciò che ti sarebbe stato concesso. Mentre il sonno prendeva il sopravvento ti disse che c’erano delle cicatrici difficili da decifrare senza intraprendere a ritroso il viaggio che aveva condotto a quel momento, a quel letto, a quelle parole. Ti disse che avresti dovuto seguire le tracce perché un racconto non sarebbe bastato ad esaurire la storia in ogni dettaglio. Forse stavi già sognando in quel momento, di questo non sei mai stato davvero sicuro, ma a te bastava. Ed ora ti eri ritrovato in quella stanza di motel con una lettera scritta in una calligrafia che ormai conoscevi perfettamente. Eri sulla strada giusta. Cominciavi a capire.

L’aria era ferma quella mattina e sembrava tutto così diverso in quella immobilità. Lasciasti la stanza come l’avevi trovata. Eppure qualcosa si era trasformato nell’inedia di quell’angolo di mondo dove tutto sembra accadere all’orizzonte, in un tempo che non è mai presente, dove il transitare di silenziosi e riservati forestieri non è in grado di scavare alcun solco nella quotidianità dettata dall’inerzia del ribaltarsi del cartello ora chiuso ora aperto. Al momento aperto. L’indicatore sul cruscotto, dissetato e ingagliardito si tese verso destra in una posa dinamica. Riprendesti la tua rincorsa, ma ecco, dopo pochi chilometri, apparire una lavanderia oltre il finestrino. Accostasti sul lato opposto della strada. Scendesti di fretta prendendo la borsa che questa volta avevi appoggiato sul sedile del passeggero, al tuo fianco, per perdere meno tempo possibile. Attraversasti senza guardare perché non c’era un secondo da sprecare ancora in quell’angolo di mondo dove il passaggio delle macchine è raro quanto quello delle navi al largo delle isole deserte che ospitano naufraghi. Capita però che un naufrago venga tratto in salvo. Lo schianto fu tremendo e venisti trascinato sull’asfalto per diversi metri. Fu il buio. Ed eccoti ora qui, in questo letto di ospedale, e sono passati alcuni giorni. Hai perso molto terreno ma la rincorsa non è ancora finita. Ti chiedo scusa se ti ho annoiato, ma ho pensato dovessi sapere dove stavi andando. Ora devo scappare, di nuovo, ma non andrò troppo lontano, e comunque, ti lascio un indizio sopra la borsa e alcuni spiccioli per la lavanderia.

Pietro Liuzzo Scorpo

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