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The Range – Potential

Data di Uscita: 25/03/2016

TheRange-Potential

Mi chiamo James Hinton, e di tutte le storie senza fine che iniziano con un nome importante, io vi devo dire che il mio nome, di valore, ha poco o nulla, mentre la storia, quella si, è importante, perché cambia e cresce ad ogni respiro che viene prima catturato, poi abbandonato, ed infine trasmesso.
Sono un cacciatore di taglie che nessuno vuole collezionare, di quei miliardi di volti stilizzati che si perdono nella massa e che nessuno cerca.
Sono un cercatore di tesori che non luccicano, all’interno di forzieri fatti di cartone che nessuno si prende la pena di nascondere.
Sono un avventore nelle stanze dove il talento lascia spazio ad uno scarno buffet, sul quale tutti si avventano una volta finita l’esibizione, lasciando il palco vuoto.
Vuoto, ed occupato allo stesso tempo. Da chi ci era salito conscio dei propri limiti, per tentare un gioco di magia che avrebbe spezzato i pensieri di quella ragazza dalle trecce bionde. Da chi ci era salito con un microfono, arrogante ed illuso, per un desiderio di rivalsa verso povertà ed ingiustizie, senza avere un piano di riserva se non ce l’avesse fatta.
Quel palcoscenico che ha infinite forme ed odori.
Può essere una stanza che ti ha ospitato per quattordici anni, ed usando una webcam come specchio potrai dire al mondo il titolo del tuo spettacolo. In questo modo scoprii Erik Takè, un ragazzino nero che pochi giorni dopo la morte della madre si era seduto su quella sedia dall’imbottitura consumata, davanti ad una videocamera prestata da un amico. I suoi versi rap lo trasportavano in avanti, al discorso che avrebbe voluto fare il giorno del suo matrimonio, quando si sarebbe alzato e, davanti a tutti, avrebbe ringraziato solo lei. Era l’11 maggio quando arrivai a quel video con una singola, per molti patetica, visualizzazione. Mia madre era morta da meno di un mese, ed io vedevo i miei pensieri concretizzarsi dentro le parole di un ragazzino la cui storia era iniziata a migliaia di chilometri di distanza dalla mia. Avevo mascherato la mia visita sotto un servizio di rete e quel contatore, che segnala il numero di persone che avevano ascoltato quelle parole, non si aggiornò mai, ma grazie a lui io incominciai a cercarvi e, giorno dopo giorno, vi trovai.
Trovai Jerome, cantastorie jamaicano che sosteneva di aver scritto almeno 1804 canzoni, riunite in quaderni vissuti, in fogli piegati per entrare più facilmente nei cuori della gente. Il suo video l’aveva girato nella veranda di casa sua, dove una tenda bianca con tre enormi rose rosse veniva gonfiata dal vento e continuava ad intromettersi nell’inquadratura come un bambino dispettoso,
Dopo di lui fu la volta di Jaqueline, ragazza che fantasticava di poter volare fino a Parigi non solo nei suoi sogni, e che quando caricò quel video sulla rete mentre cantava una canzone della sua artista preferita sperava che, proprio grazie a quel gesto, sarebbe riuscita nel suo intento. Dalle sue corde vocali non uscì un talento degno di un conservatorio, né da quei testi emerse la figura di un fine verseggiatore, ma nei suoi occhi c’era il fuoco della vita e nel suo sorriso era scritta la parole lieto fine.
Vi trovai, e uno dopo l’altro entraste nella mia musica.
Campionai le vostre voci.
Le lacrime che avete versato.
L’attesa che un giorno da dimenticare giunga al termine.
La corsa iniziata per raggiungere un dolce ricordo.
Ed io, che non posso promettervi né il successo nè la gloria. Che non rimetterò in piedi una vita traballante e che sento lo stesso vento gelido che vi fa rabbrividire quando vi trovate allo scoperto.
Io sono la prima persona che avete raggiunto.
E che vi ha visto per la prima volta.

Filippo Righetto

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