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Lust for Youth – Compassion

Data di Uscita: 18/03/2016

Lust for Youth - Compassion

Abbiamo finito la benzina come tre poveri cristi, la macchina dalla carrozzeria qua e là ammaccata ha smesso di andare a due passi dal molo. Il vento gelido tira indietro i capelli e schiaffeggia le facce, con la stessa mano pesante dei tanti ceffoni che ci siamo rimediati negli anni, tra risse e storie d’amore finite male. Ma il ghiaccio che copre la superficie dell’acqua sembra immobile. Le sciarpe lunghissime attorno al collo, sui bomber oversize, ondeggiano come le bandiere in cima alle vele delle barche ormeggiate; l’aria sa di mare, di inverno, di inquietudine. È giorno da poco, abbiamo incrociato la processione degli incravattati con passo rapido e sguardo a terra, diretti ciascuno nella propria cella in uno degli alveari di vetro del distretto del terziario; sembra che abbiano già chiaro il da farsi, di qui alle prossime otto/nove ore perlomeno, e quella sicurezza di routine impedisce loro di inciampare nelle domande scomode, nelle deviazioni, nell’acquavite. Noi le nostre bottiglie non ce le siamo mai fatti mancare invece, e nemmeno le giornate trascinate senza combinare nulla. Sempre meglio di trasformarci in frustrati qualsiasi dietro qualche scrivania, o di lasciar marcire gli ennesimi, inutili, diplomi di laurea tra il puzzo di fritto di un fast food. Anni fa sentirci paragonare a Ian Curtis e soci poteva lusingarci, d’altra parte abbiamo cominciato piuttosto presto a scrivere poesie crepuscolari sull’ondata di un puerile nichilismo; i nostri suoni ostinatamente cupi richiamavano gli spazi umidi e angusti delle cantine di città, tuttavia i chiari rimandi al synth-pop anni ’80 ci hanno avvicinato di più ai New Order e alle piste da ballo, rigorosamente fuori dai circuiti commerciali. Col tempo il marchio di dannati è divenuto una tuta troppo stretta da indossare, e la libertà – espressiva e non – è sempre stata prerogativa. Affinare i suoni, ripulirli dalla patina color petrolio di ordinanza, è accaduto in modo naturale. Siamo ora spolpati da una folle notte a zonzo dopo l’ultimo concerto della stagione, ci serviva una boccata d’aria per riprendere il contatto con la realtà ma non avevamo previsto che l’aria è diventata nel frattempo vento sferzante. Troppe poche energie residue per contrastarne la potenza, tanto vale mescolare le lacrime di felicità a quelle salite agli occhi per il freddo, e sprofondare di nuovo nei sedili con delle sigarette storte tra le labbra e un sorriso estatico. I commenti positivi della critica, le ragazze accorse a frotte durante le varie date, a fare a gara tra loro per mettersi in bella mostra in prima fila e per lanciarci occhiate di malizia, i pezzi pompano e la gente balla. È stato tutto molto semplice senza essere mai scesi a compromessi. Questo giorno di ghiaccio è accecante e getta una fredda luce sulle nostre occhiaie scavate dopo la lunga notte di bagordi. Di andare a dormire non se ne parla, c’è troppa adrenalina, e troppe sono le impressioni ancora da scambiarci a fine tour mentre l’acquavite finisce sul serio, con la bottiglia che passa di mano in mano come il testimone di una staffetta alcolica. Pacati e introspettivi, nel tempo abbiamo imparato come accantonare le paranoie e scegliere la leggerezza, senza sacrificare le emozioni. Così giovani e così consapevoli, dietro alti baveri di eleganti cappotti; James Dean nordeuropei, longilinei e pallidi, stretti in dolcevita e pullover, ché abbiamo sempre apprezzato il buon gusto. L’inchiostro dei tatuaggi parla delle nostre storie, simboli e parole che sbucano dalle maniche delle candide camicie come irriverenze, come marachelle. Ma a ben vedere tutto ha concorso a costruire uno stile inconfondibile, dall’indubbio fascino; non è presunzione, semmai è evidenza. Spiriti inquieti non potranno, né vorranno, mai approdare in porti sicuri; proprio per questo continueremo ad annaspare in acque turbolente ma la pellicola di gelo che le nasconderà dalla vista di tutti, fingendo una serena stasi, come accade adesso accanto al molo, sarà immancabilmente impressione. I suoni si sono fatti luminosi e nitidi, le parole scandite ché non abbiamo paura di mostrarci per quel che siamo – angosciati e divertiti. L’epica introduzione di Stardom può ben musicare il nostro arrivo scomposto tra le barche del porto. Il bianco, il grigio chiarissimo e il blu degli abissi. E gli anni ottanta cuciti addosso, nei battiti, nell’incedere, nel cantato netto e privo di fraintendimenti. Tutto il disco, e l’esibizione di ieri notte lo conferma, è un continuo palleggio tra canzoni da ballo e altre da ascolto puro, un giano bifronte metafora dei nostri spiriti. Un manifesto. I synth non si riposano mai, e nemmeno i nostri pensieri. Magari le gambe sì, ma quello è un altro discorso; al limite danzeremo sul posto come quei vecchi compagni di scuola che non hanno mai saputo lasciarsi andare. Ma le ragazze arriveranno comunque, e i successi anche, ché la via intrapresa è quella giusta; sprezzanti delle tendenze di massa, forti delle nostre personalità, coraggiosi e fieri. La berlina ci ha lasciati a piedi e le bottiglie sono vuote, le sigarette stanno finendo. Abbassiamo i finestrini per far entrare il vento e le grida dei gabbiani che si rincorrono in cielo, instancabili. È una vittoria anche questa e non un giorno perso, ce lo siamo meritato.

Federica Giaccani

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