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Archive for marzo, 2016

Florist – The Birds Outside Sang

Florist - The Birds Outside Sang

D.d.U. 29/01/2016

Pollock dipinge involontariamente frattali; le stonature convergono in un trasparente strato subtonale; l’immensa malinconia che provo fin da bambino si posa su un letto a terra, sotto il livello del mare. Sale grezzo sparso sul mio volto, fleur de sal che confonde i gusti. Traslucida la tua patina da strappare, ma tu non sei come vetro, tu sei fragile roccia liscia.
Trema tra le onde
Ferita dagli scogli
E insulta il mare
E grida e piange
E ride insieme alla fraterna morte.

Marco Di Memmo

Walker Family Singers – Panola County Spirit

Data di Uscita: 04/03/2016

Walker Family Singers - Panola County Spirit

I am I’m a living testimony, I could’ve been
Dead and gone but Lord you let me live on
I am a living testimony and I thank the Lord I’m
Still alive

Forse è l’ultimo modo per tramandarsi la parola senza scriverla, una parola che è come se fosse incisa sulla pietra, cantata con l’armonia di voci basse, profonde e sofferte, mischiate con altre voci alte, in un vortice che sale alto in cielo e si estingue in una fede millenaria.
Noi abbiamo rinunciato alla nostra storia, ai nostri credi, forse facendo bene – chi può saperlo? –, ma abbiamo perso quella voce, non conosciamo più la parola.
I Walker cantano ancora come facevano i loro antenati afroamericani, e probabilmente come facevano antenati ancora più vecchi, in un’altra lingua e con credi diversi nel più antico continente di questo nostro mondo umano.
Ma le parole sono abbastanza futili per descrivere quello che è un vero senso del sacro che inaura questi canti rendendoli diversi da qualunque altro tipo di canzone. I Walker cantano a cappella parole antiche e storie millenarie, con voci che non hanno nulla a che fare con quelle affettate e vuote della musica non solo commerciale ma anche di quella che spesso vorrebbe essere colta e piena di significato. Qui significato e significante ascendono verso una dimensione sacra che ne impregna l’essenza, che nasce dalla disperazione di secoli.
Le linee armoniche si affiancano e si intrecciano, con timbri molto diversi ma simili nella loro essenza religiosa e storica, dando l’impressione di essere di fronte a qualcosa di differente, appartenente a un tempo lontano, a un corpo e un’anima altrettanto lontani.
L’anima incatenata si libera con la morte del suo Salvatore e canta e canta e canta per secoli, ogni volta che è di nuovo incatenata e tutte le volte che viene di nuovo liberata. È una preghiera continua, un ringraziamento eterno, di cui l’uomo appagato e cinico si dimentica, ma non lo fa chi ha sempre cantato e canterà ancora.

Marco Di Memmo

Motta – La fine dei vent’anni (top Ten 2016)

Data di Uscita: 18/03/2016

motta

La fine dei vent’anni

(Vista da un ragazzo che, di anni, ne ha ventinove)

Ricordi quella sera di Marzo di sei anni fa? Milano era piena di persone, di strade, perché era solo in quelle occasioni speciali, in cui bisogna fare la fila anche solo per attraversare le strisce pedonali, che ci rendevamo conto di quanto fosse densa quella città. Prima di mezzanotte avevamo incontrato l’idea di un artista che aveva attaccato una ruota e due manici ad una panchina, e tu, Arianna, Matilde e un profugo con fissa dimora appena incontrato, ci eravate saliti sopra, ed io a spingere, motivato dalle vostre urla. Dopo mezzanotte sapevo che quel mal di schiena era un’ernia lombare, e me la sarei portata dietro per il resto della mia vita.
Quel dolore si ripresenta spesso, A., basta dormire in un letto scomodo, che non mi appartiene, come ho fatto negli ultimi giorni.
Io penso che, tra un anno, avrò ancora mal di schiena, solo per un altro motivo. E guardandomi indietro, saprò se avrò scavalcato un muro, o solo un gradino.
La fine dei vent’anni deve essere un po’ come la notte appena passata, dove il vento parla e cerca di spegnere le candele attraverso finestre chiuse. Il mattino dopo ti svegli e ti rendi conto che quasi tutto è nello stesso posto del giorno prima. Qualche vaso è caduto, qualche transenna si è appoggiata al marciapiede, ma le cose importanti sono ancora tutte. Le nuvole sono sparite, ma avrai tempo di farne crescere di nuove.

C’è un sole perfetto,
ma lei vuole la luna.

(Vista da una donna che, di anni, ne ha trentacinque)

Ricordi quei mesi turbolenti in cui il tuo cielo era limpido mentre il mio pesante di pioggia in potenza? Mi hai sempre derisa per la smania di cedere a bilanci periodici ma la fine dei vent’anni mi stava alle calcagna e il panico mi riempiva di domande i sogni e di lacrime i mattini. A posteriori, non credo che sia stato quello ad allontanarci, quel periodo, ma non lo saprò mai. E in fondo cosa importa?
Milano è sempre stata brava a confezionarmi le lune quando mi stancavo dei soli, e viceversa. L’unica cosa che non mi è mai venuta a noia era ascoltarti suonare la chitarra, o quelle sere in cui mi portavi in un locale a caso a vedere qualcun altro che suonava, quello mai. Da soli o in mezzo alla gente, non faceva differenza; lo dici anche tu che questa città è talmente densa da ritrovarci le persone, comunque, addosso.
F., ci siamo persi e ci siamo anche ripresi, le cose vanno spesso così ma non era detto che sarebbe nuovamente decollata. C’era bisogno di un cambio di prospettiva dalla mia parte, di accorgermi che il punto di arrivo non fa rumore ma imprime un sorriso di consapevolezza, una volta circumnavigata la boa e intrapreso il tratto successivo del percorso.

Partiti da lontano.
E di colpo arrivare ad essere contenti.

Come quando ho sognato per mesi Berlino per poi accorgermi che il mio posto nel mondo, in quel momento, sapeva di salsedine, strade piccole e provincia. Sei arrivato subito da me col treno, la sera stessa, e ti ho mostrato come il molo annegava nel mare e ti emozionasti come un bambino. Poi ovviamente tornasti a Milano, ma ormai sapevo chi ero, cosa volevo, e tu facevi parte del quadro.

E d’improvviso ti accorgi
di tutto quello che vuoi,
metti a posto i ricordi per fare un giardino
e la tua aspettativa d’indennità.

Federica Giaccani e Filippo Righetto

The Drones – Feelin kinda free (Top Ten 2016)

Data di Uscita: 18/03/2016

the drones pietro

Gli occhi non erano del tutto chiusi. Puntavano leggermente a destra. Un po’ in basso. La fronte era alta, contornata in alto da fini capelli scuri, appena disordinati, che prima dovevano essere stati pettinati all’indietro. Sembravano un po’ umidi, probabilmente di salsedine. Le punte delle orecchie erano sporgenti ed acute. Il naso occupava un certo spazio, ma senza allontanarsi troppo dal labbro superiore. La bocca incurvata verso il basso conferiva al volto un’aria malinconica. Il collo era completamente nascosto dal colletto della camicia bianca, stretto in una cravatta a strisce diagonali chiare e scure. Era facile immaginare che si stesse chiedendo se mai avrebbe rivisto quella spiaggia, le onde del mare. Era facile immaginare che stesse sospirando, certo di ciò che eventualmente sarebbe successo. Ed era facile immaginare pure che, solo un momento prima di spirare, avesse appena confidato un segreto che gravava sul suo sonno da anni. Una cosa del tipo “Mi dispiace non esserci stato per te… figliolo.”
Mia madre è morta quando sapevo a malapena invocarne la presenza con suoni che non implicassero pianti sguaiati e facce paonazze. In quei pochi mesi, da quando io ho palesato la mia esistenza a quando lei ha chiuso gli occhi per l’ultima volta, non aveva rivelato a nessuno chi fosse mio padre. Durante l’adolescenza cercai di investigare ma non giunsi ad alcuna conclusione. Il paese era piccolo, sperduto qualche grado a nord di Adelaide. Dico piccolo per dire che è uno di quei posti dove tutti conoscono, e discutono morbosamente, i dettagli delle vite di tutti. Ma, a quanto pare, nessuno aveva la benché minima idea di chi potesse essere mio padre.
Ho poco più di trent’anni ora. Tutte le mattine rivedo nello specchio quel volto che così spesso ho visto sui giornali. Un uomo trovato morto sulla spiaggia dall’identità tutt’ora sconosciuta. Fiumi di inchiostro sprecati cercando di ricostruirne la storia, cercando di mettere insieme i pezzi di quel mistero. Sono convinto che sia solo una coincidenza, le mie orecchie a punta, il naso grosso che non si allontana troppo dal labbro superiore, i capelli fini. E’ sicuramente una coincidenza. Esistono sosia nati su continenti diversi.
Oggi sono venuto ad Adelaide, al West Terrace Cemetery. Sono in piedi di fronte alla lapide da circa un’ora. No, non credo di essere il figlio dell’uomo sepolto lì sotto. No, non lo sono. Non penso di esserlo. No. No. Non lo sono. La somiglianza è forzata, deformata, dalla mia mente che ha scelto un modo eccentrico, e pure un po’ doloroso, per farmi evadere ed immaginare di essere in qualche modo speciale. I fiori? Questi fiori li ho portati perché mi sembrava irrispettoso presentarmi a mani vuote.
Tutto qui.

Pietro Liuzzo Scorpo

Liima – ii

Data di Uscita: 11/03/2016

Liima - ii

Era una tappa obbligata. L’indicatore del livello della benzina si stava ormai accasciando sul fianco sinistro. Sfinito dopo una lunga giornata sull’asfalto rovente da lasciarsi alle spalle. Mancava ancora qualche ora al calare del sole, ma in quel ritaglio di nulla dove la noia si intreccia alla quotidianità senza soluzione di continuità, i ritmi della vita si discostano dal loro naturale corso e l’alternarsi della luce e del buio sono solo lo sfondo per il procedere delle giornate cadenzato con astratta regolarità dalla giravolta del cartello ora aperto ora chiuso. Al momento chiuso. Il distributore avrebbe riaperto solo l’indomani mattina presto e tu saresti stato lì. Pronto a fare rifornimento e a ripartire. E poi sapevi che avevi bisogno di riposare pure tu. Scendendo dalla macchina lasciasti lo sguardo adagiarsi sull’orizzonte e scorrerlo da meridione a settentrione, mentre nella mente ricalcavi il profilo della sua schiena nuda. Era il tuo modo per conservarne l’odore. Nel frattempo il vento ti scompigliava i capelli sulla nuca e sembrava spingerti a proseguire lontano da quelle nuvole cariche di pioggia dalle sfumature blu piombo schiacciate sull’ocra del deserto illuminato dal sole calante di fronte a te. L’insegna del motel era già illuminata ed il ronzio dei neon si diluiva nell’aria già elettrica di suo. Raccogliesti dal sedile posteriore la borsa coi pochi vestiti già esausti da quella rincorsa e ti avviasti verso l’edificio che avrebbe racchiuso il tuo sonno per quella notte. Con un automatismo del quale ti sorprendesti la mano si infilò nella tasca per controllare di avere degli spiccioli nel caso in cui, una volta ripresa la strada, una lavanderia avesse fatto la sua apparizione nello scorrere del paesaggio oltre il finestrino. Non ne avevi. Alla reception un uomo guardava una partita di baseball su un piccole televisore a tubo catodico. I capelli sbiaditi dal tempo ben si sposavano con la logora camicia a quadri che indossava. Alzò lo sguardo su di te e ti diede un distratto benvenuto. Chiedesti una stanza singola per una notte e lui annuì. Si muoveva senza pensare troppo a ciò che faceva, guidato da un’esperienza che, pensasti, doveva essere estenuante. Ti diede tutte le informazioni di cui avevi bisogno recitandole senza entusiasmo, con la stessa passione con cui si legge un elenco telefonico, o si declama una poesia di fronte a genitori che cercano di nascondere la noia dietro a sorrisi di circostanza ad uno spettacolo di fine anno. I suoi occhi erano attratti dalla televisione ma dovette distrarsi per controllare che i dati che avevi scritto sul registro corrispondessero a quelli sui documenti. Quando lesse il tuo nome scrutò il tuo volto senza alzare la testa. Quindi si voltò per prendere le chiavi, indugiò un attimo come per ricordarsi qualcosa, da uno scaffale pieno di vecchi almanacchi di statistiche sportive prese una busta chiusa. Controllò nuovamente il tuo nome sul registro, ti rese i documenti e ti porse le chiavi e la busta. Ti spiegò dove fosse la tua camera e che la busta gli era stata affidata il giorno prima perché fosse consegnata ad un uomo col tuo nome. Nonostante la cosa non ti sorprese, il cuore saltò un battito. Ringraziasti, raccogliesti la borsa e ti avviasti a passo svelto verso la camera che ti era stata data.

Il vento soffiava con insistenza nella notte senza riuscire però a smuovere il buio, né a spingere quelle terre un po’ più velocemente verso il sole. Eri impaziente di riprendere la strada per ricominciare la tua rincorsa cominciata qualche giorno prima. Un gioco innocente il cui principio era stato sancito dalla porta che si chiudeva mentre ancora eri a letto. Al tuo risveglio avresti trovato il primo indizio che ti avrebbe fatto scattare fuori di casa, con una borsa riempita a casaccio, e l’urgenza di non rimanere troppo indietro. Avevi espresso il desiderio di conoscere meglio la storia di quel corpo nudo accanto al quale avevi cominciato ad assopirti esplorandolo piano con le dita e con la lingua. Non era un desiderio morboso di controllo ma una curiosità genuina, e non avresti chiesto nulla di più di ciò che ti sarebbe stato concesso. Mentre il sonno prendeva il sopravvento ti disse che c’erano delle cicatrici difficili da decifrare senza intraprendere a ritroso il viaggio che aveva condotto a quel momento, a quel letto, a quelle parole. Ti disse che avresti dovuto seguire le tracce perché un racconto non sarebbe bastato ad esaurire la storia in ogni dettaglio. Forse stavi già sognando in quel momento, di questo non sei mai stato davvero sicuro, ma a te bastava. Ed ora ti eri ritrovato in quella stanza di motel con una lettera scritta in una calligrafia che ormai conoscevi perfettamente. Eri sulla strada giusta. Cominciavi a capire.

L’aria era ferma quella mattina e sembrava tutto così diverso in quella immobilità. Lasciasti la stanza come l’avevi trovata. Eppure qualcosa si era trasformato nell’inedia di quell’angolo di mondo dove tutto sembra accadere all’orizzonte, in un tempo che non è mai presente, dove il transitare di silenziosi e riservati forestieri non è in grado di scavare alcun solco nella quotidianità dettata dall’inerzia del ribaltarsi del cartello ora chiuso ora aperto. Al momento aperto. L’indicatore sul cruscotto, dissetato e ingagliardito si tese verso destra in una posa dinamica. Riprendesti la tua rincorsa, ma ecco, dopo pochi chilometri, apparire una lavanderia oltre il finestrino. Accostasti sul lato opposto della strada. Scendesti di fretta prendendo la borsa che questa volta avevi appoggiato sul sedile del passeggero, al tuo fianco, per perdere meno tempo possibile. Attraversasti senza guardare perché non c’era un secondo da sprecare ancora in quell’angolo di mondo dove il passaggio delle macchine è raro quanto quello delle navi al largo delle isole deserte che ospitano naufraghi. Capita però che un naufrago venga tratto in salvo. Lo schianto fu tremendo e venisti trascinato sull’asfalto per diversi metri. Fu il buio. Ed eccoti ora qui, in questo letto di ospedale, e sono passati alcuni giorni. Hai perso molto terreno ma la rincorsa non è ancora finita. Ti chiedo scusa se ti ho annoiato, ma ho pensato dovessi sapere dove stavi andando. Ora devo scappare, di nuovo, ma non andrò troppo lontano, e comunque, ti lascio un indizio sopra la borsa e alcuni spiccioli per la lavanderia.

Pietro Liuzzo Scorpo

Flatbush ZOMBiES – 3001: A Laced Odyssey

Data di Uscita: 11/03/2016

Flatbush ZOMBiES - 3001: A Laced Odyssey

Same drugs, same names, different places.

Non abbiamo mai fatto troppe discussioni filosofiche o religiose, cercando di capire che forse tutta questa sofferenza porta alla scoperta di un mondo altro. Cercare una profondità fatta di pace ai bordi della santa trinità, tutto è sempre stato appiattito sulla ricerca dell’app migliore in grado di cancellare i messaggi degli spacciatori una volta ricevuti. Le risate per l’assurdo ed immaturo modo di guardare al ghetto, mentre le sinfonie si allontanavano dalla spiritualità per virare verso l’immagine della vetrina, colma di lucenti dentiere dorate.
Tracciavamo esclusivamente linee legando i soliti punti, dal cloud rap alla marijuana, dall’LSD alle produzioni capaci di ipnotizzare anche il più freddo degli ascoltatori. Tutto sommato la crescita personale è un percorso eccessivamente soggettivo per starsi a guardare allo specchio; come per certe droghe il prodotto va solamente raffinato con la speranza di ritrovarsi tra le mani il giusto effetto. E se va male ci sarà sempre un tempo per recuperare la parziale comprensione degli eventi, in attesa dell’architetto con il suo panetto di fumo afghano.
Ai bordi di certe strade si vuole impegno sociale, indistinguibile dal mainstream e anzi legato ad esso come ingrediente principale per fare strada e guadagnare fingendo appartenenza ad una causa qualsiasi.
No, non abbiamo mai fatto troppe discussioni in generale. La parabola del talento che da solo non basta è parallela al “è bravo, ma non si applica”; una misura metrica impossibile da giustificare quando ci si trova a citare come guru personaggi che confondono livelli liquidi e divinità.
La parodia di una fottuta Odissea, quella che sembriamo non calcolare nascosti dal fumo mentre in pieno giorno attraversiamo la città con gli occhi strabuzzati. L’ansia di essere élite sminuzzata, la paranoia di una certa Flatbush divelta dalla weirdness incanalata in uno smorfioso sorriso. Tutto questo indagare nel nostro calderone ci faceva ridere, dimostrando che si può essere coerenti anche ripetendo un semplice motto: same drugs, same names, different places.

Alessandro Ferri

The Range – Potential

Data di Uscita: 25/03/2016

TheRange-Potential

Mi chiamo James Hinton, e di tutte le storie senza fine che iniziano con un nome importante, io vi devo dire che il mio nome, di valore, ha poco o nulla, mentre la storia, quella si, è importante, perché cambia e cresce ad ogni respiro che viene prima catturato, poi abbandonato, ed infine trasmesso.
Sono un cacciatore di taglie che nessuno vuole collezionare, di quei miliardi di volti stilizzati che si perdono nella massa e che nessuno cerca.
Sono un cercatore di tesori che non luccicano, all’interno di forzieri fatti di cartone che nessuno si prende la pena di nascondere.
Sono un avventore nelle stanze dove il talento lascia spazio ad uno scarno buffet, sul quale tutti si avventano una volta finita l’esibizione, lasciando il palco vuoto.
Vuoto, ed occupato allo stesso tempo. Da chi ci era salito conscio dei propri limiti, per tentare un gioco di magia che avrebbe spezzato i pensieri di quella ragazza dalle trecce bionde. Da chi ci era salito con un microfono, arrogante ed illuso, per un desiderio di rivalsa verso povertà ed ingiustizie, senza avere un piano di riserva se non ce l’avesse fatta.
Quel palcoscenico che ha infinite forme ed odori.
Può essere una stanza che ti ha ospitato per quattordici anni, ed usando una webcam come specchio potrai dire al mondo il titolo del tuo spettacolo. In questo modo scoprii Erik Takè, un ragazzino nero che pochi giorni dopo la morte della madre si era seduto su quella sedia dall’imbottitura consumata, davanti ad una videocamera prestata da un amico. I suoi versi rap lo trasportavano in avanti, al discorso che avrebbe voluto fare il giorno del suo matrimonio, quando si sarebbe alzato e, davanti a tutti, avrebbe ringraziato solo lei. Era l’11 maggio quando arrivai a quel video con una singola, per molti patetica, visualizzazione. Mia madre era morta da meno di un mese, ed io vedevo i miei pensieri concretizzarsi dentro le parole di un ragazzino la cui storia era iniziata a migliaia di chilometri di distanza dalla mia. Avevo mascherato la mia visita sotto un servizio di rete e quel contatore, che segnala il numero di persone che avevano ascoltato quelle parole, non si aggiornò mai, ma grazie a lui io incominciai a cercarvi e, giorno dopo giorno, vi trovai.
Trovai Jerome, cantastorie jamaicano che sosteneva di aver scritto almeno 1804 canzoni, riunite in quaderni vissuti, in fogli piegati per entrare più facilmente nei cuori della gente. Il suo video l’aveva girato nella veranda di casa sua, dove una tenda bianca con tre enormi rose rosse veniva gonfiata dal vento e continuava ad intromettersi nell’inquadratura come un bambino dispettoso,
Dopo di lui fu la volta di Jaqueline, ragazza che fantasticava di poter volare fino a Parigi non solo nei suoi sogni, e che quando caricò quel video sulla rete mentre cantava una canzone della sua artista preferita sperava che, proprio grazie a quel gesto, sarebbe riuscita nel suo intento. Dalle sue corde vocali non uscì un talento degno di un conservatorio, né da quei testi emerse la figura di un fine verseggiatore, ma nei suoi occhi c’era il fuoco della vita e nel suo sorriso era scritta la parole lieto fine.
Vi trovai, e uno dopo l’altro entraste nella mia musica.
Campionai le vostre voci.
Le lacrime che avete versato.
L’attesa che un giorno da dimenticare giunga al termine.
La corsa iniziata per raggiungere un dolce ricordo.
Ed io, che non posso promettervi né il successo nè la gloria. Che non rimetterò in piedi una vita traballante e che sento lo stesso vento gelido che vi fa rabbrividire quando vi trovate allo scoperto.
Io sono la prima persona che avete raggiunto.
E che vi ha visto per la prima volta.

Filippo Righetto

Underworld – Barbara Barbara, We Face a Shining Future

Data di Uscita: 18/03/2016

Underworld - Barbara Barbara, We Face a Shining Future

Non parlava più.

O meglio, lo faceva con gli occhi, dopo una vita spesa insieme la voce non serve mica.

Bastava uno sguardo per comprendere ogni necessità che aveva il mio uomo, ma non è questo il punto, l’incredibile era quanto riuscisse a starmi vicino senza muovere un solo muscolo. Sapeva incoraggiarmi, sempre, con incredibile decisione, solo con la sua iride color del mare.

Sentivo che quel blu era ovunque, mi inondava se necessario, oppure, semplicemente, mi ninnava. Come quando si sta a galla sul filo dell’acqua appena increspata, con il viso che scotta al sole e il cuore colmo di una tranquillità indefinibile, irragionevole.

La mattina iniziava presto, quello era il momento più difficile perché i risvegli sono sempre dolorosi. Poi, con il passare delle ore tutto tornava al posto giusto, la vita di due pensionati dalla vita singolare ma ancora colorata, tenuta viva dalla testardaggine di una persona forte come le onde dell’oceano.

Il suo modo di affrontare il tempo aveva un non so cosa di musicale. Come se l’impeto e l’incoscienza che lo caratterizzavano quando lo conobbi in gioventù fossero ancora udibili. Il ritmo chiaramente si era stemperato ma la nuova melodia, vagamente malinconica, ne rifletteva ad intermittenza la storia, quel suo glorioso passato indimenticabile.

Il pomeriggio leggevo ad alta voce i libri che solo uno di noi due aveva letto, oppure quelli che erano ignoti ad entrambi, era il momento più bello della giornata, quello della scoperta condivisa.

All’inizio non fu facile, la mia voce mi distraeva, ero concentrata sulle mie parole anziché sulla narrazione. Mi sentivo una balia e di questo provo ancora vergogna. Fu nuovamente il suo sguardo a darmi tranquillità, a riportare quel momento alla sua essenza, a farmi vedere le cose con la giusta prospettiva.

Presto giungeva la sera, che era dedicata alla visione dei classici del cinema, unica cosa che ci tenesse perlopiù svegli quando fuori c’era la luna alta nel cielo. Troppo vecchi per le ore piccole, anche se ci pesava così tanto ammetterlo. C’era un’ostinazione giovanile in noi, un carattere orgoglioso, quello sì, mai scalfito dal tempo.

Le giornate passavano così, sempre uguali, sempre diverse.

Ci fu un’ultima sorpresa, talmente grande da far volatilizzare ogni tristezza, ogni angoscia. Poco prima di morire riuscì a pronunciare una frase. Una soltanto: “Barbara, Barbara, We Face A Shining Future”.

Maurizio Narciso

Lust for Youth – Compassion

Data di Uscita: 18/03/2016

Lust for Youth - Compassion

Abbiamo finito la benzina come tre poveri cristi, la macchina dalla carrozzeria qua e là ammaccata ha smesso di andare a due passi dal molo. Il vento gelido tira indietro i capelli e schiaffeggia le facce, con la stessa mano pesante dei tanti ceffoni che ci siamo rimediati negli anni, tra risse e storie d’amore finite male. Ma il ghiaccio che copre la superficie dell’acqua sembra immobile. Le sciarpe lunghissime attorno al collo, sui bomber oversize, ondeggiano come le bandiere in cima alle vele delle barche ormeggiate; l’aria sa di mare, di inverno, di inquietudine. È giorno da poco, abbiamo incrociato la processione degli incravattati con passo rapido e sguardo a terra, diretti ciascuno nella propria cella in uno degli alveari di vetro del distretto del terziario; sembra che abbiano già chiaro il da farsi, di qui alle prossime otto/nove ore perlomeno, e quella sicurezza di routine impedisce loro di inciampare nelle domande scomode, nelle deviazioni, nell’acquavite. Noi le nostre bottiglie non ce le siamo mai fatti mancare invece, e nemmeno le giornate trascinate senza combinare nulla. Sempre meglio di trasformarci in frustrati qualsiasi dietro qualche scrivania, o di lasciar marcire gli ennesimi, inutili, diplomi di laurea tra il puzzo di fritto di un fast food. Anni fa sentirci paragonare a Ian Curtis e soci poteva lusingarci, d’altra parte abbiamo cominciato piuttosto presto a scrivere poesie crepuscolari sull’ondata di un puerile nichilismo; i nostri suoni ostinatamente cupi richiamavano gli spazi umidi e angusti delle cantine di città, tuttavia i chiari rimandi al synth-pop anni ’80 ci hanno avvicinato di più ai New Order e alle piste da ballo, rigorosamente fuori dai circuiti commerciali. Col tempo il marchio di dannati è divenuto una tuta troppo stretta da indossare, e la libertà – espressiva e non – è sempre stata prerogativa. Affinare i suoni, ripulirli dalla patina color petrolio di ordinanza, è accaduto in modo naturale. Siamo ora spolpati da una folle notte a zonzo dopo l’ultimo concerto della stagione, ci serviva una boccata d’aria per riprendere il contatto con la realtà ma non avevamo previsto che l’aria è diventata nel frattempo vento sferzante. Troppe poche energie residue per contrastarne la potenza, tanto vale mescolare le lacrime di felicità a quelle salite agli occhi per il freddo, e sprofondare di nuovo nei sedili con delle sigarette storte tra le labbra e un sorriso estatico. I commenti positivi della critica, le ragazze accorse a frotte durante le varie date, a fare a gara tra loro per mettersi in bella mostra in prima fila e per lanciarci occhiate di malizia, i pezzi pompano e la gente balla. È stato tutto molto semplice senza essere mai scesi a compromessi. Questo giorno di ghiaccio è accecante e getta una fredda luce sulle nostre occhiaie scavate dopo la lunga notte di bagordi. Di andare a dormire non se ne parla, c’è troppa adrenalina, e troppe sono le impressioni ancora da scambiarci a fine tour mentre l’acquavite finisce sul serio, con la bottiglia che passa di mano in mano come il testimone di una staffetta alcolica. Pacati e introspettivi, nel tempo abbiamo imparato come accantonare le paranoie e scegliere la leggerezza, senza sacrificare le emozioni. Così giovani e così consapevoli, dietro alti baveri di eleganti cappotti; James Dean nordeuropei, longilinei e pallidi, stretti in dolcevita e pullover, ché abbiamo sempre apprezzato il buon gusto. L’inchiostro dei tatuaggi parla delle nostre storie, simboli e parole che sbucano dalle maniche delle candide camicie come irriverenze, come marachelle. Ma a ben vedere tutto ha concorso a costruire uno stile inconfondibile, dall’indubbio fascino; non è presunzione, semmai è evidenza. Spiriti inquieti non potranno, né vorranno, mai approdare in porti sicuri; proprio per questo continueremo ad annaspare in acque turbolente ma la pellicola di gelo che le nasconderà dalla vista di tutti, fingendo una serena stasi, come accade adesso accanto al molo, sarà immancabilmente impressione. I suoni si sono fatti luminosi e nitidi, le parole scandite ché non abbiamo paura di mostrarci per quel che siamo – angosciati e divertiti. L’epica introduzione di Stardom può ben musicare il nostro arrivo scomposto tra le barche del porto. Il bianco, il grigio chiarissimo e il blu degli abissi. E gli anni ottanta cuciti addosso, nei battiti, nell’incedere, nel cantato netto e privo di fraintendimenti. Tutto il disco, e l’esibizione di ieri notte lo conferma, è un continuo palleggio tra canzoni da ballo e altre da ascolto puro, un giano bifronte metafora dei nostri spiriti. Un manifesto. I synth non si riposano mai, e nemmeno i nostri pensieri. Magari le gambe sì, ma quello è un altro discorso; al limite danzeremo sul posto come quei vecchi compagni di scuola che non hanno mai saputo lasciarsi andare. Ma le ragazze arriveranno comunque, e i successi anche, ché la via intrapresa è quella giusta; sprezzanti delle tendenze di massa, forti delle nostre personalità, coraggiosi e fieri. La berlina ci ha lasciati a piedi e le bottiglie sono vuote, le sigarette stanno finendo. Abbassiamo i finestrini per far entrare il vento e le grida dei gabbiani che si rincorrono in cielo, instancabili. È una vittoria anche questa e non un giorno perso, ce lo siamo meritato.

Federica Giaccani