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Nonkeen – The Gamble

Data di Uscita: 05/02/2016

Nonkeen - The Gamble

I sussulti della carrozza sui binari mi strattonano di tanto in tanto, quando le direttrici piegano inaspettatamente lungo la traiettoria spezzata di quella rete sotto terra, o quando il treno inchioda nelle stazioni. Lì per lì maledico i modi indelicati ma è ciò che serve per liberarmi dalla trappola del deja-vu, sempre acquattato dietro l’angolo per scombinarmi i ricordi sporcati dal tempo.
Sono passati vent’anni all’incirca dall’ultima volta insieme, noi tre, nel medesimo vagone, diretti da Ovest verso Plänterwald, partiti da un capolinea fatto di curiosità ed esperienze condivise, verso il futuro. Poi una brusca fermata, quindi una ripartenza. Eravamo giovanissimi allora ma sapevamo già rispettare i reciproci spazi lungo il tragitto, il desiderio di un’intimità personale in mezzo alla folla, per osservare il mondo con l’illusione di essere, però, inosservati.
I tratti che preferisco sono quelli in superficie. In questo salto temporale sono cambiate le insegne affisse sopra le saracinesche dei negozi, i colori sono più sgargianti ché sembrano gareggiare in una corsa alla presa facile, sono mutati i fonts e con essi gli slogan dei manifesti incollati negli appositi cartelloni dai bordi arrugginiti. Ma nel prendersi gioco delle mie percezioni il tempo conserva immobili i caseggiati, nonostante le ripetute tinteggiature delle facciate e gli infissi a volte sostituiti; quando i palazzi sfilano adiacenti ai binari me li sento addosso, in una rigida morsa di cemento armato, e le luci dalle finestre sono occhi che guardano e attraverso cui guardare. Le cuffie mi proteggono dalle eccessive distrazioni sonore, dalle chiacchiere altrui e dallo sferragliare rumoroso, ed è divertente notare come via via i gesti e movimenti labiali delle persone sembrano accordarsi all’unisono, e seguire inconsapevolmente il flusso delle melodie che mi galoppano nelle orecchie. Sono certo che non appena saremo scesi dal treno e avremo valicato i tornelli dell’uscita, nell’Est della città, potremo dirci la stessa cosa: gli altri passeggeri sono attori casuali di un’opera fatta di percorsi e movimento incessante.
Una volta giunti nelle profondità sotterranee, depurato l’ambiente dalle evasioni inanimate delle architetture urbane a favore di uno sfondo pressoché uniforme e scuro, quello che balza all’occhio è il perfetto coro orchestrale costituito dalla gente. Nient’altro che i passeggeri. I riverberi appannano di un poco il nitore delle movenze. La delicatezza con cui la ragazza che mi siede di fronte sfoglia le pagine del libro sulle sue ginocchia rappresenta senza dubbio le carezze della chitarra, o del pianoforte, lievi come soffi, marcate come pennellate. Un mendicante turco si sostiene sbilenco sul palo accanto all’uscita, ha appoggiato il borsello per non mettere a repentaglio l’equilibrio e combatte con un tic al ginocchio che gli fa compiere maldestre rotazioni aritmiche, fruscianti come percussioni simili a improvvisazioni. Negli intervalli di maggior distanza tra una stazione e l’altra, l’alternarsi dei neon all’oscurità ad alta velocità innesca un loop fumoso nel quale uomini e donne intervengono a inserire le minime variazioni inclinando il capo, mettendo le mani in tasca, estraendo qualcosa dagli zaini. Sto silenziando il mondo per farlo parlare con altra voce. Una voce talvolta selvaggia, scandita da furibonde percussioni che possono rimandare al jazz come a qualche danza tribale, in ogni caso niente di pianificato a tavolino; in altri momenti è sgranata in un dub morbido e grigio, e serpeggia tra le gambe dei viaggiatori come lattine che rotolano a terra. Una coppia di anziani dinoccolati segue col dito la rotta del vagone attraverso lo schema grafico sopra l’uscita, gli sguardi e il polpastrello scivolano languidi mentre altrui movimenti repentini alimentano di nuovo il fuoco della batteria, crepitante e vivo. La cassa cupa e tonante, il gong dorato e le fruste che tremolano sui tamburi. I giovani presenti, solitari o raggruppati in sparute comitive, sono alle prese con conversazioni mute dal sapore digitale dei telefonini; la musica racconta anche di loro e dei loro tocchi nervosi negli schermi simili a beat incalzanti, contamina le trame con ronzii e sussurri che tramutano il tutto in analogico.
La risalita in superficie, dopo essere scesi sulla banchina d’approdo e aver guadagnato ognuno il proprio gradino della scala mobile, somiglia a una stasi apparente dei singoli su un nastro trasportatore in funzione. Anch’esso un loop, quindi. Le ritmiche rallentano, le percussioni fanno sporadiche e delicate comparse su un tappeto sostanzialmente ambient e rarefatto, come per tirare le somme.
Sono rimasto indietro e sarete senz’altro sul marciapiede ad aspettarmi con una sigaretta tra le labbra e la fronte corrugata dai pensieri; ognuno di noi avrà avuto il suo mendicante, la sua lettrice, i suoi adolescenti e la sua coppia di attempati curiosi, come sappiamo accadde già nel 1997 quando il percorso era il medesimo e i sogni e i progetti si affastellavano nei cuori e nei ragionamenti giovani, puntando ad Est, verso il domani.

Federica Giaccani

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