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Archive for febbraio, 2016

Rosie Lowe – Control

Data di Uscita: 19/02/2016

Rosie Lowe - Control

Who’s that girl, I don’t know you

Il pensiero mi è venuto spontaneamente appena entrata nel bagno, e ha mosso le mie labbra come se fossero state le corde sottili di un’arpa. Potevo vedere il trucco della sera precedente sulle palpebre. Mi dimentico sempre di toglierlo, inconsapevolmente. Il fatto è che i minuti che precedono le mie notti nude, accompagnate da dubbi e rimpianti, sono quelli in cui sono più sveglia, e questa mattina nello specchio non vedevo il colore leggero che rendeva ancora più magnetici i miei occhi color nocciola chiaro. Vedevo solo quegli occhi, ed il controllo che esercitano.

Cause we need control
Before we lose it all

Abbiamo bisogno del controllo, del dominio.
Ho sempre pensato che se non avessi mai lasciato spazi tra le parole che ci dicevamo, nessun’altra si sarebbe potuto inserire tra di esse per portarti via. La gelosia era una qualità positiva, mi dicevo. Se la vita è una caccia continua, chi è quel pazzo che non si ammanetta alla sua preda una volta catturata? Non mi convincesti del contrario nemmeno quando ti presentasti a casa mia il mattino dopo, vestito di un sorriso innamorato, con in mano il fazzoletto che avevo usato la sera prima ed una scatola di fiammiferi per bruciarlo. Se avessi imparato a lasciarti andare, ad allentare la presa, e poi ti avessi perso, questa cosa mi avrebbe ucciso.
Non ho mai pensato che il mio cuore avesse qualcosa di sbagliato. Non l’ho mai accettato. Solo perché non ero pronta a condividere la mia vita, a scendere a compromessi, non voleva dire che quell’organo che scatena vibrazioni e musica fosse fatto di pietra.

Ti amavo, anche se non te l’ho mai detto. Qualcosa dentro di te forse lo avrà sussurrato alle tue orecchie, perché i miei sorrisi nascosti di certo non te l’hanno mai fatto capire.
Eri tutto l’opposto di me. Eri genuino e aperto, ed io adoravo sentirti parlare, e vederti così umano. La prima volta che siamo usciti insieme hai rovesciato un bicchiere di vino mentre cercavi di prendermi la mano. Hai subito salvato il mio fazzoletto per impedire che quel lago alcolico lo rovinasse, mentre quelle acque rosse ti macchiavano i pantaloni. Non mi sono mai piaciuti, hai mormorato, sorridendo imbarazzato.
Dopo qualche mese ti lasciai in maniera molto fredda. Avevo smesso di andare con altri uomini e, cosa ancora più grave, non provavo più nemmeno il desiderio di farlo. Non potevo accettare che qualcosa avesse preso il controllo sopra la mia mente, e che la causa fosse parole e gesti che io non avevo scelto.
Una settimana dopo mi arrivò una tua lettera, così piena di vita e di speranza che io la vedevo brillare più di qualsiasi anello mi abbiano mai regalato. Partivi, mi dicevi, e lo spazio bianco su quel foglio non era sintomo di parole esaurite, ma dello spazio che volevi lasciarmi per scrivere insieme la nostra storia.
La felicità che mi invase, insperata e mai provata, mi terrorizzò. Non ti risposi. Ti lasciai partire. Passai la notte seduta sul pavimento a guardare tutte le foto, le lettere, i biglietti, quei gesti che erano stati scritti nella mia memoria senza che io me ne accorgessi.
Quando la mattina mi guardai allo specchio tu eri partito, ed io non avevo nemmeno più una traccia di trucco intorno agli occhi.

Promised I would never be
The one who get down on my knees for love

Filippo Righetto

Ulrika Spacek – Album Paranoia

Data di Uscita: 05/02/2016

Ulrika Spacek – Album Paranoia

Si aprì una voragine sotto di lui e la gravità fece il resto. Lo stomaco ebbe un sobbalzo. Le gambe si tesero come se cercassero la terra ferma che era venuta a mancare all’improvviso. La testa fino a quel momento china scattò e gli occhi si spalancarono. Come una gazzella nella savana che fiuta il leone al cambiare del vento. Di soprassalto. Si era svegliato. Imprecò. Si guardò attorno controllando che nessuno lo avesse notato. O che non ci fossero leoni in agguato. Due persone di una certa età sedute di fronte a lui sorrisero apertamente appena i loro sguardi incrociarono il suo. Sentì le guance avvampare e biascicò delle scuse. Istintivamente controllò che la valigia fosse al suo posto. La trovò subito. Affianco ad essa un’altra valigia ed una borsa verde militare. Dovevano essere della coppia di anziani che ancora lo guardavano con un misto di curiosità e divertimento. Si sussurrarono qualcosa e sogghignarono. Non gli piaceva dormire in treno. Aveva sempre il timore che qualcuno potesse approfittarsene per rovistare tra le sue cose. O che potessero portarsi via il suo bagaglio. Ma finché non avesse sconfitto la sua paura di volare avrebbe dovuto adeguarsi a quei lunghi viaggi su strade ferrate. Era partito da Berlino. Quindi aveva cambiato a Colonia. E di nuovo a Bruxelles. Direzione Londra. Dopo aver ripercorso su una mappa mentale il proprio tragitto notò che si erano fermati. Gocce di pioggia bagnavano il finestrino mentre sullo sfondo il mare si agitava come un cavallo ad un rodeo. Provò un formicolio di agitazione nelle palle. Non si preoccupi. Siamo già in Inghilterra. Ha dormito per tutto il tempo in cui eravamo sotto. Sotto. Si riferiva al tunnel. Il signore di una certa età sembrava aver letto i suoi timori e si era adoperato per fugarli. Come mai siamo fermi? Chiese. Pensava che il treno non avrebbe fatto soste. Questa volta fu la donna a rispondere. Pare che la polizia debba fare dei controlli. La sua voce aveva una nota rincuorante ed un’indecifrabile tonalità canzonatoria. Si mosse cercando una posizione più confortevole sul sedile salvo poi rendersi conto che non stava scomodo. Erano quei due a metterlo a disagio. E non riusciva a capire perché. Sta andando a Londra in vacanza? Sempre lei. Conversazione. Sì. La conversazione lo avrebbe fatto sentire meglio. No. Per lavoro. Lui lo interruppe subito. Ma spero si sia preso qualche giorno per vedere un po’ la città. E’ molto bella sa? Piena di cose per giovani. Locali. Discoteche. Conversazione spicciola. Purtroppo non posso. Ma così almeno ho una scusa per tornarci e visitarla con calma. Frasi fatte. Risero di gusto. La sensazione di disagio rimaneva lì. Si convinse che fosse nella sua testa e si sforzò di continuare la conversazione. Voi invece? Ci andate per i locali e le discoteche? Scoppiarono nuovamente in una risata. C’era qualcosa che non andava. Sapeva di non essere una persona divertente. No. No. Scosse la testa lui. Ci furono dei brevi istanti di silenzio. Fu lei a parlare. Trasportiamo sostanze stupefacenti. Lo disse con molta tranquillità. Sembrava la battuta di un copione. Recitata con estrema attenzione ai tempi giusti. Effetto assicurato. Droga. La donna specificò in risposta alla sua espressione basita. Abbozzò una risata che uscì isterica. I due si scambiarono uno sguardo. Mantenga la calma e rimanga seduto. Vedrà che andrà tutto bene. La vede quella borsa verde accanto alla sua valigia? Alzò lo sguardo senza pensarci. Vide la borsa esattamente nello stesso punto dove l’aveva vista poco prima. L’uomo continuò. Lo vede che c’è una targhetta bianca? Ecco. Sul retro di quella targhetta. Prima che fossero cancellati c’erano scritti il suo nome ed il suo indirizzo. Non era più una conversazione spicciola. Sentì l’istinto di alzarsi a controllare. Rimanga seduto. Cosa succederebbe se proprio mentre lei si alza entrasse la polizia e la vedesse armeggiare? La donna gli sfiorò la mano che era poggiata sul tavolino a dividerli come per rassicurarlo. Mentre dormiva abbiamo copiato il suo nome ed il suo indirizzo dalla targhetta sulla sua valigia a quella e poi l’abbiamo cancellato. Sa? La prudenza non è mai troppa. Ma non si preoccupi. Si legge ancora. Stavano scherzando? Sicuramente sì. Ma sembravano seri. Quindi la donna gli mostrò una terza targhetta che aveva tirato fuori dalla tasca della giacca con il suo nome ed il suo indirizzo. Facevano sul serio? Il cuore accelerò e l’aria mancò. Cercò di dissimulare. Quella borsa non è mia. Non è mia. Anche se c’è una targhetta con il mio nome non vuol dire nulla. Ma la bocca era impastata. Sembrava credere di più alle parole di quei due sconosciuti che alle proprie. E di nuovo l’uomo sembrò leggergli nel pensiero. E a chi vuole che credano? A lei o a due poveri vecchietti in viaggio per festeggiare il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Gli sorrise amabilmente. In quel momento due poliziotti entrarono nella carrozza. Camminarono lungo il corridoio scrutando a destra ed a sinistra mentre avanzavano. Stia calmo. Vedrà che andrà tutto bene. Tra tutte le borse mica controlleranno proprio la sua? Razionalmente sapeva che non aveva nulla da temere. Era tutto così assurdo. Assurdo. Pardon. La nostra. Volevo dire la nostra. Cercò un’altra posizione ancora. E ancora giunse alla conclusione che stava già comodo. Il disagio era altrove. Razionalmente sapeva. Ma non riusciva ad esercitare quel controllo sulla sua mente. I poliziotti si fermarono poco prima di raggiungerli. Si sedettero in due posti che avevano trovato liberi. Il treno ripartì. Espirò mentre si rese conto di non aver controllo nemmeno sulla mascella la quale tremava come fosse una gazzella in antartide. I due si misero a ridere di gusto. Quindi la donna si alzò. Si allungò verso la borsa verde militare. La aprì. Lui cercò di scorgerne il contenuto ma non ci riuscì. Lei tirò fuori un pacco di biscotti aperto e glielo porse. Lei è proprio un credulone. Sentì i muscoli sciogliersi. La testa vorticò per un istante. Delle lucciole comparvero nella sua visuale periferica. Prese un biscotto. E finalmente riuscì a sentirsi divertito per davvero. Voleva mandarli affanculo. Ma era lui il fesso. Scosse la testa. Me l’avete fatta. Il treno corse veloce e raggiunse la stazione di St. Pancreas che nemmeno se ne accorse. Quando arrestò la corsa si alzò a prendere la sua valigia. Quindi prese la borsa verde e la porse alla donna. Lei è molto gentile. Chiocciò. Salutò e si avviò verso l’uscita. Fu abbastanza svelto da evitare la lunga fila alla dogana. Al di là di questa vide degli agenti dell’unità cinofila. Ripensò alla coppia sul treno e si sentì uno scemo. Sorrise tra sé e sé. Appena gli venne reso il passaporto si diresse in direzione dei cani. A quel punto sentì in lontananza una voce. Signore. Signore. Si è dimenticato la valigia. Fu questione di pochi attimi nei quali non ebbe il tempo di reagire. Si ritrovò tra le mani una borsa verde militare. I cani fiutavano l’aria. Come una gazzella che si accorge di essere braccata tese i muscoli e si preparò alla fuga.

Pietro Liuzzo Scorpo

Mind Enterprises – Idealist

Data di Uscita: 5/02/2016

Mind Enterprises - Idealist

Non mi devi guardare!

Non mi devi toccare!

Il 3 % del’ iPhone l’aveva reso più irascibile del solito.

Arnolfo Nolfi, professione commesso di un brand di lusso, sedeva in una panchina su Rue de Caronne, zona Marais Parigi, moda chic, fighe in minigonna e collant 7000 denari e una cartomante che pretendeva di indovinare il suo futuro.

Non mi devi toccare!

Non mi devi parlare!

La cartomante farfugliò qualcosa che sapeva di pietà “cuore italiano cuore ferito”.

Ad Arnolfo si gonfiò la giugulare:

Non mi devi parlare!

Non ti voglio ascoltare!

La cartomante se ne andò alternando baci a sussurrati vaffanculo, mimando con la testa il segno di chi non aveva capito un cazzo.

Arnolfo si limitò a cancellarla dalla mente, poi riguardó un foglio, più fogli ormai bisunti ormai stropicciati.

CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

ASSISTENTE ALLA DIREZIONE ARTISTICO MUSICALE DI STO CAZZO, PER IL BRAND PIÙ STILOSO DI UN GRAN FOTTUTO CAZZO!

CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO!

Intonso! Il contratto era intonso non firmato.

Era partito per Parigi con due sogni: firmare quel contratto e tornare con lei.

Lei era Melissa Guarnieri professione: un cazzo, 6 esami e l’indecisione come coperta di Linus.

Arnolfo amava Melissa. Melissa amava Arnolfo ma non lo avrebbe mai ammesso, non prima di Parigi non prima di quell’ sms.

DUE ORE PRIMA dalle parti di PIGALLE

L’hotel Josephine era fighissimo: un pó Wes Anderson, un pó Pigalle appunto.

Vivienne, referente per il miglior brand di sto cazzo, tacco alto e bipolarismo conclamato.

Un italiano francesizzato che starnazzava da una bocca che aveva visto tanti cazzi quanti gli Oui che nella vita aveva pronunciato.

Sicurezza d’oltralpe ma stavolta non avrebbe vinto lei.

Seduti nella Hall dell’hotel,Arnolfo non la guardava lei parlò comunque.

Oui, questo è il contratto e questo è il tuo valore e poi altre parole che suonarono come questa è la mia figa fa parte del pacchetto.

Arnolfo continuò a non guardarla fisso con gli occhi sull’IPhone

Melissa Guarnieri ATTIVA ORA.

MELISSA GUARNIERI attiva ora.

Tre puntini, Melissa sta scrivendo;

“Sai io sono contenta se firmi quel contratto lo dico per te Arnolfo vai.”

Arnolfo non scrisse

Melissa sta scrivendo ;

“Sei cambiato hai trovato la tua strada firma ti prego.”

Arnolfo rispose : Melissa io ti amo.

Non centrava nulla.

Non era nemmeno il momento di dirlo ,

E lei soprattutto non avrebbe risposto anche io .

Melissa sta scrivendo;

“Cosa c’entra cosa c’entra”

“Che cosa c’entra non devi dirmelo

Avevamo detto che non l’avresti detto più “

“C’entra Melissa c’entra perché …”

Melissa attiva un minuto fa

Melissa attiva tre minuti fa

Arnolfo si limitò ad alzare lo sguardo, Vivienne se lo sarebbe scopato lì nella hall.

Arnolfo la guardo, si alzò e se ne andò.

“A parte che della Francia io salvo solo i Daft punk, per me puoi incidere il mio nome su un vibratore tesoro, siamo a Pigalle uno stronzo di francese che te ne incide uno lo trovi.

Se questo sublime concetto si limitò a pensarlo o lo urlò a voce alta non è dato saperlo quel che conta se ne andò per sempre dal brand del cazzo da una storia del cazzo da qualcosa che poco aveva a che vedere con lui.

Rue de caronne ORA :

45 euro in tasca, la collanina di Delphine ne costava 41, la compró pensando a Melissa ,rimanevano 4 euro per un kebab e qualche autobus fino all’ aeroporto da prendere senza biglietto.

Aveva capito tutto, aveva davvero capito tutto.

Un’ idea un pensiero una ragazza. Aveva davvero capito tutto.

Mancava solo l’ sms:

Melissa Guarnieri : scusa cellulare scarico, ti amo, ti amo anche io, torna qui adesso pensa solo a tornare qui.

Mirko Perozzi

Not Waving – Animals

Data di Uscita: 04/02/2016

Not Waving - Animals

SB: Pronto?

MDU: Pronto.

SB: Marcello!

MDU: Eccomi!

SB: Allora, è Vittorio Mangano.

MDU: Eh!

SB: …che succede se ha messo la bomba.

MDU: Non mi dire!

SB: Sì.

MDU: E come si sa?

SB: E… da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza.

MDU: Ah, è fuori?

SB: Sì, è fuori.

MDU: Ah, non lo sapevo neanche.

SB: Sì; questa cosa qui, da come l’ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto… è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba.

MDU: Alla Mangano, sì sì.

SB: Un chilo di polvere nera, cioè proprio il minimo…

MDU: Sì, sì, cioè proprio come dire mi faccio sentire, sono qui presente.

SB: Sì. Uno: “ma è arrivata una raccomandata, caro dottore?” Lui ha messo una bomba.

(Risate)

MDU: Lui non sa scrivere!

(Risate)

SB: Su con la vita!
(…) la verità ai carabinieri gli ho detto, (…) telefonata, io trenta milioni glieli davo. Scandalizzatissimi. “Come trenta milioni?! Come?! Lei non glieli deve dare, noi l’arrestiamo!” Gli dico: “Ma nooo, su’, per trenta milioni!” Poi mi hanno circondato la villa, no? (…) sera siamo usciti, io e fedele dalla macchina, paurosissimi (…)

MDU: Ormai non sei uscito più.

SB: Poi casomai vediamo.

MDU: Va be’, sentiremo…

Un urlo interrompe il filo dei pensieri, poi un battito nero, più scuro di quel chilo di polvere lì. 5 minuti e 27 secondi dove non si pensa più a niente, nemmeno al marcio più denso, a quello che, se ci rifletti, non ti fa più respirare. L’urlo prosegue a cadenza fissa e anche il martello ora batte ora no, ora batte ora no. Inizia a muoversi tutto il corpo, è una danza oppure uno spasmo muscolare? Non importa, sei nel ritmo e si continua, si continua, si continua, si continua. Alla fine sorridi, ma non è stata una farsa, hai solo svuotato la mente.

PC: Don Raffaè voi politicamente, io ve lo giuro sarebbe ‘no santo, ma ‘ca dinto voi state a pagà e fora chiss’atre se stanno a spassà. A proposito tengo ‘no frate, che da quindici anni sta disoccupato, chill’ha fatto quaranta concorsi, novanta domande e duecento ricorsi, voi che date conforto e lavoro, eminenza vi bacio v’imploro, chillo duorme co’ mamma e co’ me, che crema d’Arabia ch’è chisto cafè!

Maurizio Narciso

Nonkeen – The Gamble

Data di Uscita: 05/02/2016

Nonkeen - The Gamble

I sussulti della carrozza sui binari mi strattonano di tanto in tanto, quando le direttrici piegano inaspettatamente lungo la traiettoria spezzata di quella rete sotto terra, o quando il treno inchioda nelle stazioni. Lì per lì maledico i modi indelicati ma è ciò che serve per liberarmi dalla trappola del deja-vu, sempre acquattato dietro l’angolo per scombinarmi i ricordi sporcati dal tempo.
Sono passati vent’anni all’incirca dall’ultima volta insieme, noi tre, nel medesimo vagone, diretti da Ovest verso Plänterwald, partiti da un capolinea fatto di curiosità ed esperienze condivise, verso il futuro. Poi una brusca fermata, quindi una ripartenza. Eravamo giovanissimi allora ma sapevamo già rispettare i reciproci spazi lungo il tragitto, il desiderio di un’intimità personale in mezzo alla folla, per osservare il mondo con l’illusione di essere, però, inosservati.
I tratti che preferisco sono quelli in superficie. In questo salto temporale sono cambiate le insegne affisse sopra le saracinesche dei negozi, i colori sono più sgargianti ché sembrano gareggiare in una corsa alla presa facile, sono mutati i fonts e con essi gli slogan dei manifesti incollati negli appositi cartelloni dai bordi arrugginiti. Ma nel prendersi gioco delle mie percezioni il tempo conserva immobili i caseggiati, nonostante le ripetute tinteggiature delle facciate e gli infissi a volte sostituiti; quando i palazzi sfilano adiacenti ai binari me li sento addosso, in una rigida morsa di cemento armato, e le luci dalle finestre sono occhi che guardano e attraverso cui guardare. Le cuffie mi proteggono dalle eccessive distrazioni sonore, dalle chiacchiere altrui e dallo sferragliare rumoroso, ed è divertente notare come via via i gesti e movimenti labiali delle persone sembrano accordarsi all’unisono, e seguire inconsapevolmente il flusso delle melodie che mi galoppano nelle orecchie. Sono certo che non appena saremo scesi dal treno e avremo valicato i tornelli dell’uscita, nell’Est della città, potremo dirci la stessa cosa: gli altri passeggeri sono attori casuali di un’opera fatta di percorsi e movimento incessante.
Una volta giunti nelle profondità sotterranee, depurato l’ambiente dalle evasioni inanimate delle architetture urbane a favore di uno sfondo pressoché uniforme e scuro, quello che balza all’occhio è il perfetto coro orchestrale costituito dalla gente. Nient’altro che i passeggeri. I riverberi appannano di un poco il nitore delle movenze. La delicatezza con cui la ragazza che mi siede di fronte sfoglia le pagine del libro sulle sue ginocchia rappresenta senza dubbio le carezze della chitarra, o del pianoforte, lievi come soffi, marcate come pennellate. Un mendicante turco si sostiene sbilenco sul palo accanto all’uscita, ha appoggiato il borsello per non mettere a repentaglio l’equilibrio e combatte con un tic al ginocchio che gli fa compiere maldestre rotazioni aritmiche, fruscianti come percussioni simili a improvvisazioni. Negli intervalli di maggior distanza tra una stazione e l’altra, l’alternarsi dei neon all’oscurità ad alta velocità innesca un loop fumoso nel quale uomini e donne intervengono a inserire le minime variazioni inclinando il capo, mettendo le mani in tasca, estraendo qualcosa dagli zaini. Sto silenziando il mondo per farlo parlare con altra voce. Una voce talvolta selvaggia, scandita da furibonde percussioni che possono rimandare al jazz come a qualche danza tribale, in ogni caso niente di pianificato a tavolino; in altri momenti è sgranata in un dub morbido e grigio, e serpeggia tra le gambe dei viaggiatori come lattine che rotolano a terra. Una coppia di anziani dinoccolati segue col dito la rotta del vagone attraverso lo schema grafico sopra l’uscita, gli sguardi e il polpastrello scivolano languidi mentre altrui movimenti repentini alimentano di nuovo il fuoco della batteria, crepitante e vivo. La cassa cupa e tonante, il gong dorato e le fruste che tremolano sui tamburi. I giovani presenti, solitari o raggruppati in sparute comitive, sono alle prese con conversazioni mute dal sapore digitale dei telefonini; la musica racconta anche di loro e dei loro tocchi nervosi negli schermi simili a beat incalzanti, contamina le trame con ronzii e sussurri che tramutano il tutto in analogico.
La risalita in superficie, dopo essere scesi sulla banchina d’approdo e aver guadagnato ognuno il proprio gradino della scala mobile, somiglia a una stasi apparente dei singoli su un nastro trasportatore in funzione. Anch’esso un loop, quindi. Le ritmiche rallentano, le percussioni fanno sporadiche e delicate comparse su un tappeto sostanzialmente ambient e rarefatto, come per tirare le somme.
Sono rimasto indietro e sarete senz’altro sul marciapiede ad aspettarmi con una sigaretta tra le labbra e la fronte corrugata dai pensieri; ognuno di noi avrà avuto il suo mendicante, la sua lettrice, i suoi adolescenti e la sua coppia di attempati curiosi, come sappiamo accadde già nel 1997 quando il percorso era il medesimo e i sogni e i progetti si affastellavano nei cuori e nei ragionamenti giovani, puntando ad Est, verso il domani.

Federica Giaccani