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Top Ten 2015 – Giulia Delli Santi

1. Algiers – Algiers

Data di Uscita: 02/06/2015

Apostasia

E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli
Apocalisse , Giovanni 5.1

Qualche tempo fa, ho fatto un sogno strano.
Ero solo e camminavo in un campo. No, non parlo di un prato, non c’erano fiori dalle sfumature incoraggianti, l’ambiente era tutt’altro che familiare. Credo fosse una piantagione di mais, difficile a dirsi. I fusti erano completamente secchi e le efflorescenze, accartocciate su loro stesse, erano del tutto imbrunite. Anche il terreno era disidratato: ad ogni passo si sollevava una gran polvere che inibiva respiri profondi. Provavo a ricordare l’ultima pioggia ma, che bizzarria, non ne avevo affatto memoria.
Qualche metro oltre la direzione che avevo percorso, vidi gli ultimi arbusti e, superati questi, il panorama si fece tetro e desolante. Il cielo si andava scurendo all’orizzonte e, dopo aver messo a fuoco il punto più lontano che il mio occhio riusciva a raggiungere, vidi chiaramente l’arrivo di una tempesta. Non ebbi sufficiente tempo per immaginare con lucidità gli scenari che avrei potuto affontare a quel punto, chè la tempesta era a pochi metri di distanza. La visione era resa effervescente da luci improvvise e il suono, in un primo momento lontano come una cosa dimenticata, prese a crescere in intensità. Quel suono predicava fallimenti e la sua eco raccontava di mondi in rovina.

Il primo cavaliere s’introdusse. Il suo cavallo era bianco, vigoroso, e il soldato senza volto sulla sua schiena, tra le mani reggeva un arco. Scese e mi venne incontro. M’invitò a prendere l’arco e la corona che aveva in testa, poi disse: “Questo è l’arco del vincitore pronto a sostenere la battaglia e la corona che sancisce l’accordo, è quanto necessitano gli uomini per la loro guerra spirituale”.
A seguirlo un secondo cavallo nervoso e dal manto cremisi come l’indecenza. Anche in questo caso, chi lo guidava, scese e mi diede una spada: “Colui che impugnerà questa lama ha il compito di togliere la pace dalla terra. Egli ha il potere di duplicare l’opera affinché ogni uomo possa uccidere suo fratello”.
Un altro fante reggeva con una mano le redini dello stallone nero tormento. Dall’altra mano pendeva una bilancia e dopo essersi fatto largo tra le polveri sussurrò la sua profezia. “Ci sarà una carestia. Questa non sarà certo ragione di perdita ma naturalmente darà motivo di angoscia e decadenza”.
L’ultimo che si fece avanti cavalcava un animale pallido come il grano appassito che avevo lasciato alle mie spalle. “Da oggi il tuo nome sarà Morte. Hai lo scopo di portare l’umanità al patibolo con la spada, con la fame e con tutte le fiere dalla terra” e soffiò un vapore caldo che respirai con intensa bramosia.

E’ stata l’ultima volta che ho sognato, non riesco più a dormire. Da quel momento sono tormentato dalle voci degli assassinati per aver operato nel nome di Dio e queste si fanno sempre più forti. No, non chiedevano triviale vendetta, ma pietà per i loro carnefici. E invocavano giustizia, secondo l’esempio del buon pastore.
Il sesto sigillo è stato schiuso e da allora mi aggiro per le terre desolate del sogno e da allora continuo a cacciare le mie vittime. E quando si avverte il forte tremore provenire dal basso e il sole comincia a scurirsi e il pallore della Luna assume i connotati del sangue, io posso vedervi. Visiterò ogni montagna, ogni isola e farò cadere tutte le vite al suolo come un albero scosso che cede i suoi frutti immaturi, così da poter adempiere al mio incarico e tornare libero. Le vostre lacrime non saranno sufficienti a placare l’ira dell’agnello.
La storia umana non proseguirà all’infinito.
Prima o poi troverò ognuno di voi.

Giulia Delli Santi

2. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

Kendrick Lamar - To Pimp a Butterfly

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

3. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

4. Viet Cong – Viet Cong

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

5. Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Oneohtrix Point Never - Garden of Delete

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

6. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

7. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

8. Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

9. Everything Everything – Get To Heaven

Data di Uscita: 22/06/2015

Everything Everything - Get To Heaven

Everything Everything era il nome di un bar molesto, dall’odore ostentato di stivali in pelle di pitone. In una posizione centrale, ma distante dai nostri modi quanto può esserlo il bordo esterno della Galassia in quei film dove la Luna è un pallone bucherellato di cartapesta. Frequentato da ladri di sobrietà, assassini della grammatica e tartarughe lobotomizzate. Non fare tanto il figo, al quarto drink sei esattamente come loro. La barista, lei si, ne valeva la pena, anche se non sapevi se era più ammaliata dal tuo fascino o dal tuo fegato. Si pagava gli studi in scienze infermieristiche, poverina, non potevi non aiutarla svuotando ripetutamente quel bicchiere. Questo è per Anatomia I. Questo per Biologia Applicata. Solitamente i brindisi, verso fine serata, si concludevano con esami dal nome improbabile come Filocologia o Darwin frocio!, quest’ultimo ripetuto a coro coinvolgendo tutti i presenti. Quella sera le “Scale per il Paradiso” erano gremite. Così venivano chiamati lì dentro quei gradini che portavano alla stanza dove un improvvisato DJ armato di penna USB e tanto cattivo gusto raschiava le orecchie dei presenti con frequenze annaspate e hit che potevi ascoltare tra le porte automatiche di un centro commerciale. Tu ballavi sulle scale, o forse eri in mezzo alla pista. Probabilmente eri in un locale distante migliaia di chilometri da lì, ed il tuo riflesso aveva viaggiato tutta la notte, specchiandosi vicolo dopo vicolo su nomi di persone, identità miste, pistole automatiche usate come vasi porta fiori. Fantasma o no, mi avvicinai a te sorridendo. Sapevo di non avere bisogno di chiedere il permesso. La mano destra nascosta nella tasca del giubbotto, nella sinistra uno dei miei drink preferiti, E tu cosa ci fai qui. Indossavi dei jeans grigio piombo, degli stivaletti che di pavimenti come quello ne avevano visti un bel po’, e una canottiera nera che metteva in risalto un corpo tonico e vivace. Tu mi prendesti la testa tra le mani e dopo un po’ la agitasti come se fosse una palla otto a cui chiedere tutte le risposte del mondo. Nel mentre parlavi: sentirti era impossibile, capirti fu immediato. Io continuavo a sorridere, Ok. Mi baciasti senza scoprire il mio nome ma conoscendomi più di chi sa anche il secondo terzo e quarto.
La mattina dopo mi risvegliai con gli stessi vestiti addosso, una ferita sulla gamba, ed un foglietto stropicciato nella mano. Piazza dell’Amor Imperfetto, 9.13. Era quattro ore fa. Feci i bagagli infilando in una sacca la prima manciata di vestiti che trovai nei cassetti della mia camera, e dopo meno di 3 minuti da quando avevo letto il messaggio che avrebbe cambiato, migliorato, la mia vita, ero per strada. Eri appena arrivata, il tuo respiro affannato lo confermava. Sulla fronte avevi scritto l’indirizzo della piazza, insieme ai segni di un morso. Una mia vecchia abitudine. Già ti vedevo alzarti dal letto vestita solamente di pochi ricordi confusi, per poi sgranare gli occhi davanti ad uno specchio alla scoperta di quella promessa scritta con inchiostro sbavato sul tuo volto. Così hai una cugina a Salonicco da presentarmi. Avevamo entrambi abbastanza soldi per partire, e poco altro. Dovrò prostituirmi. Anche io.
Partiamo.
Non facemmo nemmeno in tempo a salire sul traghetto. Avevamo in mano i biglietti per la traversata e nient’altro quando degli amici sconosciuti ci raggiunsero guidando una macchina rubata alla routine. I bagagli li avevamo volutamente dimenticati nel luogo del nostro incontro, erano una lapide illuminata da una luce al neon blu, sulla quale ballare e cantare in rima.
Siamo partiti attraversando una terra di guerre e divisioni, un gruppo sgangherato pronto a stringere tutto questo in un abbraccio, esposto quanto le vele di una barca durante un nubifragio. Per gli altri eravamo John e Jane Doe: non volevamo essere ricordati per quello che altri avevano deciso per noi, ma per quello che avevamo scoperto il giorno prima.
Il gruppo si compose e si ricompose molte volte, senza mai sfaldarsi. Sul lago di Ohrid si unì a noi una ragazza, che sarebbe diventata mia moglie solo otto mesi dopo.
Arrivammo ai bordi della Penisola Calcidica, sapendo di non aver raggiunto la destinazione, ma solo una delle tante. Bandiere bianche e nere alle finestre di case dai colori lontani da quelli nazionali, passavamo le giornate in spiaggia tra acqua limpida e archi di roccia sui quali io e gli altri superstiti ci arrampicavamo.
Quella notte salimmo da soli in cima alla città vecchia, spogliandoci di tutto tranne che dei nostri sorrisi più unici e sinceri. Ci prostituimmo l’uno con l’altro su pietre dalla storia intensa e su erba appena nata, senza aver bisogno di vendere o comprare nulla.
La mattina ti trovai già sveglia, come sempre. Eri seduta sul bordo della roccaforte in rovina, le gambe a penzoloni mostrate alla città sottostante. Guardavi il mare e le navi che partivano dal porto. Non avevo bisogno di vederti per sapere che stavi sorridendo.
Quanto è lontano il Vietnam?

Filippo Righetto

10. Godspeed You! Black Emperor – ‘Asunder, Sweet and Other Distress’

Data di Uscita: 31/03/2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Asunder, Sweet and Other Distress'

Seduto allo scrittoio accanto alla finestra, è da un numero imprecisato di ore che cerco di mettere ordine alle mie memorie confuse, che mi sfuggono di mano intrecciandosi in una sequenza tutt’altro che verosimile, giocando a nascondersi per i sentieri impervi del tempo, con la spavalderia di chi sa di poter eccedere in furbizia o anche solo in prestanza fisica, contro l’avversario. Sono in attesa, congelo istanti e immagini aspettando di sentirti spalancare la porta alle mie spalle da un momento all’altro, trascinandomi nell’ampia corte dell’ingresso per sfidarmi, come abbiamo pattuito a seguito di ricerche reciproche, per mettere finalmente a tacere ogni diverbio e contrasto che ha contraddistinto questo morboso rapporto di dipendenza e rancore, sin dall’infanzia. Mi preme soltanto lasciare per iscritti i miei pensieri, ché magari in futuro qualcuno potrebbe leggere della logica in questo gesto a prima vista folle; ma siamo cresciuti con le armi e le armi ci hanno vissuto addosso in questo affanno di vita, non siamo stati mai educati alle mezze misure per negoziare soluzioni.
Scosto la tenda e vedo la brughiera invadere la visuale e la stanza, mica come quando muovevo i primi passi in una campagna americana con le pecore a pochi metri da casa e quell’intimità tipica delle cose semplici. I nostri padri ci avevano impartito una formazione rigorosa, il gregge e la natura andavano accuditi e rispettati, le prede andavano invece cacciate per ragioni di difesa personale e approvvigionamento, secondo l’antica e ancora cara usanza dei nostri avi. Al raggiungimento della maturità ricordo ancora il grosso pacco regalo contenente il mio primo fucile, non fu una sorpresa giacché nascesti un paio di anni prima di me e la cerimonia d’iniziazione all’età adulta la avevo già vista da spettatore. Ciononostante, l’emozione mi fece tremare le mani e la voce mentre ringraziavo con lo sguardo dritto a quello di papà, severo, e il contatto con la lunga canna fredda e l’impugnatura mi fecero trasalire. Fu una giornata epica, di rincorse concitate nella radura, di sali scendi in cui il respiro ansante mi martellava le tempie e gli occhi famelici trapassavano siepi e alberi alla disperata ricerca di una grossa preda da esibire come trofeo. Era obbligo morale uscirne vincitori, mio padre doveva essere fiero di me e io meritevole di una responsabilità così importante come la maturità. Di contro, la tua smania di primeggiare ad ogni costo mi costringeva a retrocedere e a lasciarti talvolta il passo, quando ti piazzavi davanti a un appetibile bersaglio per farlo tuo o mi scansavi all’improvviso nel tentativo di dissuadermi dal premere il grilletto. Avrei dovuto già capirlo al tempo, non avremmo avuto vita semplice insieme. E ora, mentre ti aspetto, in bilico tra il timore e l’ardente desiderio di giungere finalmente a un epilogo, mi tornano a galla chiarissime quelle immagini invecchiate, ancor più nitide e precise di tante altre più recenti affastellate senza cronologia. Seduto allo scrittoio, procedo nella scrittura, mentre riempio il silenzio ingigantito dall’alto soffitto con della musica solenne come le nostre giovani cavalcate, in cui archi e batteria si dividono la gloria, in un tripudio che incede di vaga memoria psichedelica. Scorre il tempo e tu stai tardando; mi chiedo se alla fine della fiera abbia scelto la resa, pur sapendo che non è mai appartenuta alla tua natura. Riaffiorano lugubri memorie di morte, il decesso improvviso di tua moglie e la fuga altrettanto imprevista della mia; né tu né io sapemmo spendere parole di accorato cordoglio, di empatia verso l’altro. Una finta patina di circostanza avvolse queste perdite con freddo distacco, e in segreto era come se la vita ci sottoponesse una corsa ad ostacoli, una staffetta, in cui perfino la più triste e sciagurata sventura dell’uno non poteva che essere considerata una forma di vantaggio per l’altro. Provai vergogna in questa tacita ammissione; per liberarmene, in vista di un’eventuale vicina caduta definitiva, preferisco confessare tali ignobili debolezze su carta, la mano procede spedita ormai senza incespicare. Le note diventano gravi e la melodia viene meno, un drone sinistro gracchia come metafora di mancata redenzione, si innestano distorsioni via via crescenti e un climax di tensione su ideali carboni ardenti prepara il campo all’incontro finale. Disillusione, malinconica lucidità, nervi tesi e rumori scomposti.
Avverto la tua presenza al piano di sotto, le suole delle scarpe che gravemente salgono i gradoni in marmo e accarezzo la canna del fucile; il grilletto è in disuso da diversi anni, ma sento ancora l’inconfondibile odore di polvere da sparo, profumo di ordinanza nella mia famiglia come quello dei biscotti al burro della domenica. La porta si apre e la tua figura disegna una sagoma austera in controluce, una rapida intesa con gli occhi e abbandono le carte sullo scrittoio per seguirti in silenzio. Non una parola mentre prendiamo posizione uno di fronte all’altro, dalla finestra lasciata spalancata prorompe un crescendo in marcia, inquieto come i nostri animi. Appoggio il calcio sulla spalla, pronto per prendere la mira in questo duello tanto assurdo quanto fondato. I giri di chitarra, in un loop furioso, fomentano la tensione, poi arriva quell’istante che entrambi conosciamo, in cui più nulla conta e si trattiene il fiato. Gli spari e l’oblio.

Epica come una scena dipinta da Paolo Uccello, in un tripudio post-rock al galoppo verso vette assolute, lo scontro decreta inaspettatamente morte contemporanea. Due corpi giacciono scomposti, un quadro lirico e drammatico su uno sfondo in dissolvenza al sapore di cornamuse. Il sangue macchia in rivoli il selciato di bianca ghiaia e scorre veloce, si ricongiunge in un’unica pozza, a formare quell’unione fraterna che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare tale.

Federica Giaccani

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