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Top Ten 2015 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Data di Uscita: 31/03/2015

La informai delle mie intenzioni per il pomeriggio ed ottenni la reazione che mi aspettavo. Mantenne lo sguardo basso quando si offrì di accompagnarmi al cimitero. Per me era poco più di un rituale dovuto, dettato dalla necessità di non apparire agli altri, ma soprattutto a me stesso, un ingrato. In realtà non mi piaceva camminare per i sentieri in ghiaia, tra cipressi e volti in bianco e nero, date e fiori secchi. E poi la fede l’avevo persa parecchio tempo fa, non avevo niente da dire e nessuno da pregare di fronte a quel pezzo di marmo freddo e liscio. Avevo imparato però a prendermi quei brevi minuti in piedi di fronte al suo volto ovale, che mi osservava con un sorriso appena accennato e sicuramente forzato, per ripensare ai momenti passati assieme che vale ancora la pena ricordare. Nonostante tutto. Per lei invece era diverso. Sapevo bene l’affetto sincero e incondizionato che aveva provato nei confronti di mia madre, e sapevo bene che quando mi trovavo al paese si vergognava ad andare al camposanto da sola. Si sentiva in dovere di chiedermi il permesso. Non me l’aveva mai detto, né aveva cercato di farmelo capire in alcun modo, ma sapevo che non voleva rivestire un ruolo che pensava non le appartenesse e che invece sarebbe stato naturalmente, per genetica e convenzioni sociali, il mio. A me non importava. Ma nemmeno io le dissi mai nulla, né cercai di farglielo capire in alcun modo. Mi prestavo a quel teatrino, convinto che sarebbe stato meglio per entrambi. Così le dissi che quel pomeriggio sarei andato a far visita alla tomba di mia madre, e lei, sollevata di non dovermi chiedere nulla, si propose di accompagnarmi. La aspettai davanti casa sua e non si fece attendere. Tenevo in mano un mazzo di fiori e la guardai con curiosità e affetto mentre percorreva il vialetto che dalla porta di casa conduceva fino al piccolo cancello in ferro battuto. Indossava un vestito leggero dalle fantasie floreali, decisamente fuori moda, che le stava magnificamente. Appena mi arrivò di fronte soppesò i fiori con lo sguardo e sorrise appena, senza mai incrociare i miei occhi. A chi ci avesse visto in quel momento, saremmo potuti sembrare una coppia di liceali al primo appuntamento, torturati dalla timidezza e dal desiderio, guidati in ogni movimento dall’imbarazzo e da un’idea ingenua di amore romantico. Ma chiunque ci avesse visto in quel momento, sarebbe stato in errore. Quei fiori non erano per lei. Lo sapevamo entrambi. E quel leggero imbarazzo tra noi c’era sempre stato, forse per una mancanza di definizione del nostro rapporto. Un rapporto dai contorni sfocati, dal tratto sfumato tra l’amicizia, l’amore fraterno e qualcos’altro e un desiderio sommesso per il quale nessuno dei due provava un vero interesse. Come fosse un dato di fatto da sempre saputo, per sempre taciuto, al quale non aveva senso dare alcuna importanza. Mentre camminavamo rimanemmo in silenzio. Con la coda dell’occhio seguii le pieghe del vestito che cascava gentile lungo i suoi fianchi e poi giù per la gonna, che finiva giusto sopra il ginocchio. Le gambe sottili erano belle nonostante qualche livido e qualche vecchia cicatrice. Quando il mio sguardo arrivò ai piedi, per un istante rimasi spiazzato nel vedere che indossava delle scarpe di tela bianche e non delle pantofole. Si muoveva con sicurezza, con agio e la confidenza di chi sentiva il paese un’estensione della propria casa, come se quelle strade altro non fossero che corridoi scoperti sui quali avrebbe potuto camminare in accappatoio, e nessuno se ne sarebbe sorpreso. Incrociammo lungo il cammino la signora che abitava dall’altra parte della nostra strada. Una donna insipida mai stata giovane, neppure nei miei ricordi più remoti. Nonostante le sue parole non aggiungessero niente di nuovo a quel piccolo mondo racchiuso tra poche case, una piazza e la chiesa, ne dispensava sempre in abbondanza e mi ritrovavo a sorriderle e ad annuire per pura cortesia. Guardò alla mia compagna di camminata con una certa pietà e mi riferì della sua bontà d’animo e di come fosse cara a recarsi tutte le settimane a prendersi cura del roccioso ricordo di mia madre. Sentii il suo bisogno di scappare ma prima che potesse muovere un solo passo la afferrai con dolcezza e decisione per il braccio. A quel mio tocco lei si rilassò e non si mosse, decise di rimanere al mio fianco. Ora era il mio turno. La donna riprese guardandomi piena di compassione, riportando a galla per l’ennesima volta lo stesso ricordo. Di come io arrivai appena seppi la notizia che non sarebbe mancato poi molto ad un ultimo saluto, mentre mio fratello non fece in tempo. E via con la citazione del vangelo che faceva delle capacità atletiche di due apostoli una questione d’amore. Poco importava che io mi trovassi a poche ore di macchina da lì mentre mio fratello, via per lavoro, dovette prendere un volo intercontinentale. Nulla poteva rovinarle il piacere di citare la parola di Dio e fare la ruffiana. Quando ebbe finito con quelle chiacchiere la salutammo in maniera garbata e continuammo a camminare nel sole primaverile, respirando i pollini che galleggiavano in aria. Il cimitero era ai confini del paese, ma lo raggiungemmo in fretta e mi sentii confortato dalle dimensioni ridotte di quella realtà che mi era un tempo appartenuta. Giunti di fronte alla lapide mi fermai e mi sentii tremendamente impacciato. Lei invece si muoveva come fosse nel proprio soggiorno. Quello sulla sinistra prima che il corridoio, che cominciava in qualche punto imprecisato tra il suo cortile e la piazza, diventasse la strada che conduce fuori, lontano, via per sempre da lì. Quella strada che io avevo imboccato parecchi anni addietro. Raccolse i fiori secchi all’interno del vaso e li gettò a terra, con l’annafiatoio cosparse d’acqua la tomba per pulirla dalla polvere e dal terriccio. Risultò subito nuovamente lucida e liscia. Quindi prese i fiori freschi che tenevo in mano e li pose nel vaso premurandosi di versare loro l’acqua necessaria. Fu allora che si mise in silenzio al mio fianco, si fece il segno della croce e chiuse gli occhi raccogliendosi in preghiera. Io rimasi a scrutare il suo viso prendendo coscienza dell’evoluzione di quei lineamenti che avevo imparato a conoscere fin dall’infanzia. Me la ricordavo correre nel nostro giardino, scappando dalle urla ubriache di suo padre e dal pianto disperato di sua madre. Correva tra le braccia di mia madre la quale, senza dire una parola, la portava in casa per asciugarle le lacrime e abbracciarla come non aveva mai fatto con me e mio fratello che, non abituati a tali dimostrazioni d’affetto, continuavamo a vivere le nostre facili esistenze ignari di qualsiasi emozione, estranei a qualsiasi mancanza, disinteressati a ciò che alcuni dicevano ci sarebbe stato dovuto. Poi, col tempo, imparai a conoscerla e crescemmo assieme, sopravvivendo alla scuola, ai lavori estivi, alla morte di suo padre, a tutto il bourbon che si beveva mia madre. Sopravvivemmo a tutto. Io e lei. E ciononostante continuava a percorrere il nostro giardino e a rifugiarsi in quella figura materna che a me rimaneva estranea. Ma non c’era nessuna colpa da dare e nessuna colpa da addossarsi. Eravamo fatti così. Bastava esserne conscienti. A questo pensai in quei brevi minuti in cui lei concluse la sua preghiera. Il volto ovale di mia madre ci guardava sospeso tra severità, un velo di malinconia e l’incapacità di comunicarci adeguatamente i propri sentimenti. Accettando una sfida con me stesso ricambiai il suo sguardo, affrancandomi così dai sensi di colpa, perdonandoci tutto quello che non ci eravamo mai recriminati.

Pietro Liuzzo Scorpo

2. Algiers – Algiers

Data di Uscita: 02/06/2015

Algiers - Algiers

Apostasia

E nella mano destra di Colui che sedeva sul trono vidi un rotolo scritto dentro e fuori, chiuso da sette sigilli
Apocalisse , Giovanni 5.1

Qualche tempo fa, ho fatto un sogno strano.
Ero solo e camminavo in un campo. No, non parlo di un prato, non c’erano fiori dalle sfumature incoraggianti, l’ambiente era tutt’altro che familiare. Credo fosse una piantagione di mais, difficile a dirsi. I fusti erano completamente secchi e le efflorescenze, accartocciate su loro stesse, erano del tutto imbrunite. Anche il terreno era disidratato: ad ogni passo si sollevava una gran polvere che inibiva respiri profondi. Provavo a ricordare l’ultima pioggia ma, che bizzarria, non ne avevo affatto memoria.
Qualche metro oltre la direzione che avevo percorso, vidi gli ultimi arbusti e, superati questi, il panorama si fece tetro e desolante. Il cielo si andava scurendo all’orizzonte e, dopo aver messo a fuoco il punto più lontano che il mio occhio riusciva a raggiungere, vidi chiaramente l’arrivo di una tempesta. Non ebbi sufficiente tempo per immaginare con lucidità gli scenari che avrei potuto affontare a quel punto, chè la tempesta era a pochi metri di distanza. La visione era resa effervescente da luci improvvise e il suono, in un primo momento lontano come una cosa dimenticata, prese a crescere in intensità. Quel suono predicava fallimenti e la sua eco raccontava di mondi in rovina.

Il primo cavaliere s’introdusse. Il suo cavallo era bianco, vigoroso, e il soldato senza volto sulla sua schiena, tra le mani reggeva un arco. Scese e mi venne incontro. M’invitò a prendere l’arco e la corona che aveva in testa, poi disse: “Questo è l’arco del vincitore pronto a sostenere la battaglia e la corona che sancisce l’accordo, è quanto necessitano gli uomini per la loro guerra spirituale”.
A seguirlo un secondo cavallo nervoso e dal manto cremisi come l’indecenza. Anche in questo caso, chi lo guidava, scese e mi diede una spada: “Colui che impugnerà questa lama ha il compito di togliere la pace dalla terra. Egli ha il potere di duplicare l’opera affinché ogni uomo possa uccidere suo fratello”.
Un altro fante reggeva con una mano le redini dello stallone nero tormento. Dall’altra mano pendeva una bilancia e dopo essersi fatto largo tra le polveri sussurrò la sua profezia. “Ci sarà una carestia. Questa non sarà certo ragione di perdita ma naturalmente darà motivo di angoscia e decadenza”.
L’ultimo che si fece avanti cavalcava un animale pallido come il grano appassito che avevo lasciato alle mie spalle. “Da oggi il tuo nome sarà Morte. Hai lo scopo di portare l’umanità al patibolo con la spada, con la fame e con tutte le fiere dalla terra” e soffiò un vapore caldo che respirai con intensa bramosia.

E’ stata l’ultima volta che ho sognato, non riesco più a dormire. Da quel momento sono tormentato dalle voci degli assassinati per aver operato nel nome di Dio e queste si fanno sempre più forti. No, non chiedevano triviale vendetta, ma pietà per i loro carnefici. E invocavano giustizia, secondo l’esempio del buon pastore.
Il sesto sigillo è stato schiuso e da allora mi aggiro per le terre desolate del sogno e da allora continuo a cacciare le mie vittime. E quando si avverte il forte tremore provenire dal basso e il sole comincia a scurirsi e il pallore della Luna assume i connotati del sangue, io posso vedervi. Visiterò ogni montagna, ogni isola e farò cadere tutte le vite al suolo come un albero scosso che cede i suoi frutti immaturi, così da poter adempiere al mio incarico e tornare libero. Le vostre lacrime non saranno sufficienti a placare l’ira dell’agnello.
La storia umana non proseguirà all’infinito.
Prima o poi troverò ognuno di voi.

Giulia Delli Santi

3. Robin Bacior – Water Dreams

Data di Uscita: 13/01/2015

Robin Bacior – Water Dreams

Quando la nave attraccò sentì il vuoto esplodergli nel petto. Con tutta probabilità nessuno attorno a lui se ne accorse in quel momento. Né alcuno sentì nulla. Però se uno guardasse con attenzione le fotografie apparse sui giornali il giorno seguente al suo arrivo nel nuovo mondo potrebbe intuirlo. Ai margini di quel bianco e nero se ne può scorgere il volto sbiadito e disorientato. I sensi ancora in alto mare. La giacca logorata dalla salsedine. Nella cui tasca era conservata una lettera con poche righe d’augurio per una buona traversata ed un disegno approssimativo delle strade che avrebbe calpestato di lì a poco. Una mappa incerta che lo avrebbe condotto ad un’economica sistemazione provvisoria nell’attesa di trovare lavoro ed un alloggio che in futuro avrebbe chiamato casa. Quella sensazione di vuoto non se ne andò nemmeno quando si incamminò lungo la scaletta. E restò lì. Deflagrata nell’indifferente caciara di un’esaltazione collettiva costellata di sogni e ambizioni. Restò lì pure quando prese ad incamminarsi per il pontile. In mezzo alla ressa che si sarebbe poi diluita tra le strade sconosciute della grande città di cui poteva scorgeva i palazzi oltre berretti e i canti festanti. E’ difficile descrivere la sensazione che si prova in quei momenti se non la si è vissuta. Da fuori pare di osservare un fiume a testa in giù. Che dal mare risale verso terra per poi tuffarsi in un oceano di ben altra natura. Ecco. Lui si trovava in quel fiume riflesso in uno specchio. Ve lo state figurando? E’ un salmone nuovo al mondo che sale per le rapide e i meandri e seguendo la corrente si tufferà nell’oceano. E poi da lì. Buona fortuna. Ché l’oceano da qualunque prospettiva lo si guardi rimane sterminato. Allo specchio o a testa in giù. Sterminato. Ed accoglie corsi d’acqua di qualsiasi provenienza. E parla tutte le lingue. Ed è di ogni colore. E’ bianco come la spuma delle onde che si infrangono sulle alte scogliere irlandesi. E’ nero come le profondità abissali solcate dalle navi provenienti dall’Africa in tempi non troppo remoti. E’ grigio come quando la mattina presto le imbarcazioni dei pescatori siciliani scivolano verso la terraferma. Se ne accorse subito mentre cercava di seguire quello scarabocchio che aveva conservato nella tasca della giacca per tutto il viaggio. Era una mappa che però lo disorientava. Tracciata da un cartografo con la labirintite. Disegnata da un pirata annoiato dalla bonaccia che non ha mai sepolto un tesoro. Si ritrovò ben presto perso a vagare alla ricerca di un approdo di fortuna. Lo trovò dopo qualche ora. Era una locanda abbastanza economica con un letto disponibile in una grande camerata condivisa. Si distese subito sul letto e chiuse gli occhi. Non riusciva però ad addormentarsi. Quel vuoto che sentiva tra lo stomaco ed il petto era un peso opprimente. Cercò di non pensarci. Aguzzò tutti i suoi sensi per prendere coscienza di ciò che lo circondava. Come se volesse a provare a sé stesso di essere reale. L’odore di polvere. Le lenzuola rigide. Il vociare proveniente dalla strada. I fischi delle navi in partenza in lontananza. Poi notò delle note di pianoforte nascoste tra le pieghe dei rumori della notte. Sembravano entrare in punta dei piedi nella stanza. Ovattati. E piano piano tutto il resto passò in secondo piano. Poi si affacciarono le note di un violoncello. I fischi delle navi. Il vociare indistinto. Le lenzuola. La polvere. Vennero presto relegati in un angolo della veglia. Quelle note sembravano provenire da un mondo sommerso. Cominciarono a scorrere sulla sua pelle. Sciolsero i muscoli. Scivolarono sulle palpebre pesanti. E poi scesero come acqua di sorgente tra lo stomaco ed il petto. C’era solo la musica e nient’altro. Il respiro si fece regolare. Come la risacca su ciottoli lucidi. Tutto diventò così cristallino da poter ammirare la propria ombra sul fondale. E sorvolò rovine di città sommerse. Navi scomparse con la stiva ricolma di tesori. Faglie oceaniche che allontanano i continenti sì che l’acqua che ne bagna le sponde sia la loro unica congiunzione. Quindi la corrente lo riportò al suo letto. L’odore di salsedine entrava dalla finestra. La luce dell’alba guidava il ritorno dei pescatori verso casa.

4. Anna Von Hausswolff – The Miraculous

Data di Uscita: 13/11/2015

Anna Von Hausswolff – The Miraculous

La voce della scomparsa della piccola Anne si diffuse in poche ore. Tutti in paese si mobilitarono alla sua ricerca. Dieci anni. Lunghi capelli biondi che le coprivano la schiena. Occhi azzurri come un ghiacciaio in primavera. Presenza sfuggevole. Ermetica. Era uscita per giocare in giardino. Ai bordi della foresta. Come faceva sempre. Ma quando i genitori la chiamarono a gran voce perché la cena era in tavola non rispose. Fu allora che si accorsero che Anne era sparita. Qualche giro di telefonate. Risposta negativa dopo risposta negativa la paura crebbe. Un presentimento nefasto calò su tutti. Velocemente. Come una notte invernale in queste terre che al sorgere del sole immediatamente si volgono dall’altra parte. Ricordo che risposi io al telefono. Riconobbi subito la voce della madre di Anne. Ma non feci caso all’ansia che grondava al bordo delle frasi. Pure io avevo dieci anni. Risposi che no. Anne non l’avevo vista quel pomeriggio. Quindi passai il telefono a mia madre e tornai ai miei giochi. Se ci ripenso ora quelle poche parole che mi disse me le ricordo disperate. In lacrime. Ma sono convinta che fu invece un dialogo composto. Dignitoso. Il ricordo di quella scena però è per me indissolubilmente legato all’epilogo di quella vicenda. Anne infatti non venne mai ritrovata. Né lei né il suo corpo. Quella sera io assieme ad altri bambini fummo portati a casa del nonno di Anne che non potendo più camminare bene si era offerto di ospitarci per la notte permettendo così ai nostri genitori di partecipare alla ricerche. Il nonno di Anne era un vecchio nodoso. Radi capelli bianchi e labbra sottili. Gli occhi del colore dello stesso ghiacciaio riflesso negli occhi della nipote. Uno sguardo assente e lontano. Come estraniato da quel mondo. Come se venisse da un passato remoto in cui la Storia e le storie sono mescolate e indistingubili. Quella notte non riuscii a dormire. Ero la più grande tra quei bambini ed ero probabilmente l’unica che riusciva a cogliere l’allarme che c’era nell’aria. Avevo intuito che Anne era in pericolo. Che le era successo qualcosa. Che si era persa. Che la foresta era un luogo spaventoso la notte. Non so che ora fosse quando mi alzai per bere un bicchiere di latte caldo e miele. Era la pozione di mio padre per curare i sonni inquieti. Trovai il nonno di Anne davanti ai tizzoni ormai esausti nel caminetto. Sembrava stessero agonizzando proprio per il gelo dello suardo che si posava su di loro. La mia presenza pochi passi dietro di lui fu avvertita dopo qualche secondo. Mi chiese se ci fosse qualcosa che non andava con una voce greve ma terribilmente calda. Gli chiesi se potessi avere del latte caldo col miele. Mi sorrise e andammo in cucina. Mentre il latte si scaldava nel pentolino sul fuoco mi chiese come mai non riuscissi a dormire. Probabilmente era il suo modo di indagare quanto ci stessi capendo di quello che stava accadendo. Gli dissi che ero preoccupata per Anne. Che la foresta è spaventosa col buio. Non so quanto quelle preoccupazioni fossero davvero mie o se fosse solo un riflesso delle emozioni che avevo intuito si fossero insidiate nella testa degli adulti. Gli dissi anche che io non credevo agli spiriti. Ma che comunque ne avevo paura. Il suo silenzio mi sorprese. Annuì. E non capii se era un modo per dirmi che la mia era una reazione normale o se stesse in realtà annuendo a sé stesso per confermare le sue supposizioni sul mio stato d’animo. O forse per dirmi che facevo bene a non credere agli spiriti ma ad averne comunque timore. Quando il latte fu pronto lo versò in una tazza nella quale aveva messo un abbondante cucchiaio di miele. Quindi me la porse e ci andammo a sedere di fronte al caminetto. Fui sorpresa del calore che gli sparuti tizzoni emettevano. Mentre bevevo gli chiesi se lui ci fosse mai stato nella foresta di notte. Non rispose subito. Come se pensasse a cosa fosse lecito raccontare ad una bambina di dieci anni. Poi cominciò a parlare. Mi disse come spesso la foresta diventi una stanza chiusa per chi si inerpica lungo pendii scoscesi. Come gli alberi alti a coprire il cielo formino a volte pareti insormontabili per i pensieri. E come questi rimangano raccolti attorno alla testa che li ha partoriti. E’ a quel punto che si infiltrano nei sogni. Tra memorie di storie appartenute ad altri tempi. Tra fotografie dai colori sgranati scattate all’alba della propria ragione. Era ancora un ragazzo quando durante una camminata si perse. Vagando senza meta alla ricerca della strada di casa si ritrovò là dove la foresta incontra il mare. Una piccolissima radura affacciata sull’acqua immobile. Nonostante il vento soffiasse senza sosta e sembrava portare con sé canti lontani. Passò la notte lì. Sospeso tra la paura e la quiete che quel posto emanava. Mentre il pensiero di casa sembrava sempre più lontano e inutile. La totale assenza di altri esseri umani era una musica dolce. Rasserenante e spaventosa al tempo stesso. E l’acqua scura lo attraeva a sé. Profonda. Magnetica. No. Disse. Le sirene e gli spiriti non esistono. Ma a volte pare di sentirli raccontare storie di lontananza e ritorni inaspettati. Di morti violente e amori logoranti. Di sangue e vischio. Di magia e cruda realtà. Di vagabondaggi senza fine e contemplazione. Non dormì. Eppure il giorno dopo quando il sole era già alto sopra l’orizzonte si svegliò. E come se avesse ripreso coscienza trovò la lucidità di incamminarsi nel bosco fitto e di ritrovare il sentiero che lo condusse a casa. Il latte l’avevo solo assaggiato. Come rapita dalle parole dell’uomo mi dimenticai di avere la tazza tra le mani. Quando concluse la storia il latte era ormai tiepido. E i tizzoni nel caminetto ormai spenti. Nessuno dei due disse più una parola. L’idea che Anne avesse potuto trovarsi in quella radura al confine tra la foresta ed il mare suscitava in me emozioni contrapposte che però coesistevano e non si contraddicevano. Forse venne attratta dai canti delle sirene. Forse volle diventare protagonista di una delle storie portate dal vento. O forse trovò che la pace terribile di quei posti si confaceva al ghiaccio dei suoi occhi. O ancora. Forse diventò una di quelle sirene che cantano nelle notti illuminate dalle luci del nord.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. Chelsea Wolfe – Abyss

Data di Uscita: 07/08/2015

Chelsea Wolfe – Abyss

Il cielo è piatto e grigio. Si allunga tra i palazzi, dall’orizzonte mai così vicino, a questa finestra dalla quale è possibile ammirare il nulla che si replica all’infinito. Ancora e ancora. E quando cala la sera, allora si tinge di nero come volesse nascondersi alla vista. Come se il buio potesse mascherare tale pochezza. La notte inghiotte le nostre vite. Tutte. Le impasta a quel vuoto ed al dipanarsi delle tenebre le rende alla catena di montaggio. Sì che un altro giorno possa cominciare. Copia carbone del precedente. Matrice consumata del successivo. Che cosa ci resta dei giorni passati a coltivare la terra? Il fumo scuro che si alza dalle ciminiere non è che la manifestazione dei tempi che sono cambiati. Si leva al cielo come le nostre anime. Di noi che per rimanere al passo della storia abbandonammo la zappa in favore del silicio. Dei cristalli liquidi e dell’automazione. Abbandonammo i nostri istinti e le nostre conoscenze stagionali e meteoropatiche ai piedi di una natura cadaverica. Ci vestimmo di dieci ore lavorative poco pagate. E non possiamo più tornare indietro perché ci infarciscono di ambizioni non nostre e desideri e illusioni di una vita sempre in divenire ma che non può cambiare. Che cosa ci resta del sogno del mondo nuovo che ci era stato promesso? La frustrazione ed il senso di colpa per aver vanificato il sacrificio dei nostri genitori. O forse nulla si è ancora compiuto, e siamo noi a doverci sacrificare per chi verrà dopo. Ma noi? A noi chi ci pensa? Rinchiusi in cubicoli di cemento claustrofobici, sui quali non batte mai il sole. Divisi da pochi centimetri di cartongesso. Separati dal silenzio alienante di un lavoro che non concede nulla a fine giornata. Il vuoto dentro colmato dal piscio che abbiamo dovuto trattenere per ore nell’attesa di un cane da guardia che ci accompagni al cesso. A noi chi ci pensa? Voi che ci elemosinate una pisciata? Voi che avete il controllo del nostro tempo e ci lasciate le briciole del vostro spazio? Vorremmo scappare. Ma ci avete legato per sempre alla mancanza di alternative. Possedete i nostri corpi. Abusate delle nostre menti. Raccogliamo quelle poche parole che ci rimangono su pezzi di carta che speriamo possano uscire da qui. A differenza di noi. Ma ci manca l’odore del fango, ora una vaga immagine in lontananza. Ci manca pregare per la pioggia. Ci manca il sogno della città. Il sogno di avere le stesse prospettive di tutti. A volte, quando ritorniamo mesti, trascinando esausti i piedi, alle nostre stanze, il desiderio di morire è il nostro unico compagno. Ci sediamo con lui ad osservare l’insensato scorrere delle ore. Discorriamo dei nostri propositi. Del futuro. Lui ascolta paziente e, quando comprende che ancora serbiamo speranza, saluta garbatamente e se ne va. E’ solo un arrivederci. Sa che ci rivedremo presto. A noi chi ci pensa? Noi che siamo ingranaggi e niente più. Noi che siamo la forza che muove la produzione infinita per i consumi che ci illudono di vivere in una libertà che non abbiamo mai davvero chiesto. Ridateci i tramonti che ci avete sottratto. Ne conserveremo l’odore per tutte le sere in cui non potremo fare a meno di vivere. Ridateci un orizzonte che valga la pena ammirare. I brividi si imprimeranno sulla nostra pelle e ci ricorderemo, nelle poche notti in cui condivideremo il letto con il silenzio di qualcun altro, che c’è altro al di là dei confini che ci avete costruito intorno. Ridateci le parole che non riusciamo più a trovare. Ne serberemo il gusto per quei giorni di cui non sappiamo che farci. A noi chi ci pensa? Chi ci consola in questa notte in cui fuori dalla finestra piovono poeti?

Pietro Liuzzo Scorpo

6. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

7. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

8. Viet Cong – Viet Cong

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

9. Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

10. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

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