monthlymusic.it

Top Ten 2015 – Alessandro Ferri

1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Data di Uscita: 15/03/2015

La scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley era deserta in quel pomeriggio autunnale, la pioggia cadeva imperterrita da qualche ora e si disperdeva nella Ludwig’s Fountain lì vicino. “Ti troverai bene”, furono le ultime parole degli amici prima dei saluti tipici che anticipano una sorta di addio temporaneo. Si sarebbero rivisti nell’estate successiva ed i corsi universitari lo avrebbero tenuto occupato a sufficienza, per non parlare di tutto ciò che gira attorno all’istituzione nel momento storico in cui ci ritroviamo.
La questione razziale tornata prepotentemente in primo piano dopo i fatti di Ferguson e un odio ormai palese rivolto allo stato di Israele facevano da cornice a manifestazioni, petizioni e via discorrendo.
K. aveva idea particolarmente chiare su molti fronti, ma non sempre si trovava a suo agio in discorsi con il baricentro spostato militarmente da una parte. Il colore della sua pelle, nera, non ingabbiava le sue frasi in stereotipi classici e l’orgoglio per la storia della cultura afroamericana – vissuta in tutta la sua complessità – trovava vie personali per arrivare a galla. Risaliva vitale, fioriva in un tentativo di affermare se stesso al largo da schemi prestabiliti.
La Plaza, svuotata di colori e striscioni, illustrava un sonno momentaneo visto che nelle biblioteche i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice e Walter Scott rimbombavano in ogni accesa discussione. K. si aggirava tra i capannelli di persone ricevendo volantini e stringendo mani di ragazzi americani, asiatici, africani, europei e sudamericani. “Nessuna discriminazione finalmente”, il congedo della zia materna prima di fare le valigie.
Crescere dentro a quartieri dove il discrimine per la sicurezza personale è un certo grado di successo complica i pensieri, prenderne atto è fondamentale. Da una parte chi eccelle nello sport, chi rientra in circoli intellettuali esclusivi o sfonda nello star system; dall’altra gli altri, pericolosi o quasi certamente criminali proprio perché neri. I dipartimenti di polizia con nove poliziotti su dieci bianchi e un 50% di popolazione con l’incubo di essere incastrati, vivendo una realtà che include solo rispettando certe regole astruse.
Il mondo accademico è tutt’altra cosa, pensò immediatamente K.
L’etichetta cambiava, ma pur sempre rimaneva un’ombra lunghissima emanata dai propri passi. Camminare più velocemente è inutile ed una volontà di K. rovinò definitivamente la convivenza fatta di tavole rotonde e pomeriggi ad ascoltare discorsi di congregazioni politicamente impegnate.
Il wrestling come sfogo totale, una libertà non concessa da un regolamento secondo cui la pratica toccava la sensibilità altrui mettendo in campo un corpo gonfio di anabolizzanti prodotti da case farmaceutiche israeliane, xenofobia, violenza gratuita e finzione che strizza l’occhio ad un mondo di finanziamenti poco chiari. Entertainment discriminatorio in due parole.
K. non capì le parole dei suoi compagni di corso, coalizzati per impedirgli di allenarsi e mettere in piede un team universitario. La ventata di novità tanto sponsorizzata non esisteva, l’apertura mentale e l’attenzione verso “l’altro” decantata sui muri dell’università coprivano l’ipocrisia.
K. sorrise, si mise a ridere davanti a tutti e poco importa se gli eroi neri è meglio averli tristi ed introversi, vittimizzati e innalzati su palcoscenici fittizi.
Monologhi, buoni e cattivi scelti a tavolino e dimostrazioni muscolari per costringere gli altri alla sconfitta. Che differenza di comportamento ci sono tra atteggiamenti del genere e le critiche mosse al wrestling? Questo fu la conclusione di K.

Prima di uscire definitivamente dall’ateneo – espulso dal Preside dopo una rissa nelle stanze del campus – lasciò un documento corposo sulla Sproul Hall.
Le parole furono cestinate in una nuova prova di forza per mettere a tacere l’eterodossia.

Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I’m making a killin’?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga

Mentre scriveva altre riflessioni sulla comunità, l’emancipazione più o meno reale ed il riflesso incondizionato che fa muovere il grilletto una musica invadeva la camera, frammista a silenzi interrotti dalla voce di Tupac.

How many leaders you said you needed then left them for dead?

Soul, Hip Hop, R&B, jazz e via dicendo in un suono perfettamente adiacente a sentimenti palesati con grande forza, una violenza che fortunatamente è inarrestabile e spazza via un politically correct che ficca il conflitto sotto il tappeto. Tutto fila nel discorso di K., coprire gli occhi non serve più a nulla.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

K. nel giro di pochi mesi divenne una star del wrestling, senza mai dimenticarsi dei tanti che non riescono naturalmente ad emergere e rischiano ogni giorno di venire freddati da un corpo di polizia indecente ed in preda alla paranoia.

Alessandro Ferri

2. Prurient – Frozen Niagara Falls

Data di Uscita: 12/05/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Prurient - Frozen Niagara Falls

Ahmed si era trasferito da poco a New York e nessuno sapeva della sua esistenza a parte i compagni di stanza, tutti combattenti dello stato islamico. Il suo spazio vitale era disadorno, vi era lo stretto indispensabile e ogni indicazione per pregare.
Con il termine qibla si indica la direzione a cui si deve rivolgere il proprio viso durante la Ṣalāt, cioè la preghiera. Il punto esatto sarebbe quello mediano tra l’angolo nord della Pietra Nera e la mizāb, trovarsi a così tanti chilometri dall’Arabia Saudita non era il maggiore dei problemi. Lui rimaneva per ore in posizione.
L’ideale del gruppo di cui aveva faceva parte non accettava mezze misure, come quello Junayman che in passato assediò La Mecca per cercare un ritorno alle origini dell’Islam ed al ripudio più totale dell’Occidente.
Il progettare qualcosa di grande nel suolo americano fu un’idea del Califfo presente in Iraq, l’utopia non ha limiti e alcuni esponenti di spicco riuscirono ad entrare tranquillamente in un’America dormiente.
Ahmed veniva da una famiglia yemenita ricchissima e dopo l’inquadramento nella madrasa locale New York lo scosse nel profondo, la fede ed il rigorismo entrarono in una serie di labirinti metropolitani.
In una città dove i bordi culturali si mischiano quasi spontaneamente l’empatia sembra regalata agli angoli delle strade. Quando usciva nelle vie brulicanti di persone la reazione era di repulsione totale ad un’esperienza all’apparenza piacevole, Ahmed viveva all’interno del suo diamante nero che però progressivamente veniva screziato dall’ambiente. Pulsioni sessuali, luci, alcool sibilavano promesse di estasi e la paralisi identitaria arrivò una volta accortosi che in certe serate passate in preghiera avrebbe voluto essere un’altra persona. Gli altri attorno a lui – forgiati dai combattimenti tra le vie di Raqqa – lo riportarono sulla retta via e la paura di non essere all’altezza si trasformò rapidamente in una forte convinzione ricordando le lezioni tra i banchi di scuola. Il Corano e le mille diverse inflessioni con cui veniva salmodiato dai vari cantori sono un richiamo più convincente di qualsiasi altro rumore o distrazione. Il gruppo e la capacità di ritrovare il senso reale dell’utopia, la forza di Dio che fa superare le barriere di un jihad portato avanti nella restrizione di una città tentacolare.
Il suicidio visto come ultimo passaggio, un raschiare che si fa sempre più forte fino al silenzio più totale. A deflagrazione avvenuta, la perdita di una vita umana sarà ripagata dalla sensazione di essersi avvicinati ad un modello antico e forse meno lontano dopo il sacrificio. Lo studio di qualche obiettivo sensibile proseguiva senza sosta e le ore passate nei sopralluoghi divenivano l’unico momento in cui vedere la luce del sole. La circospezione per non farsi intercettare acuiva ogni rumore di una New York piena di problemi banali, ma che aveva con l’eliminazione del Patriot Act dimenticato con gioia l’ansia del terrorismo islamico, aggettivo da utilizzare con circospezione per non incappare in qualche accusa di islamofobia.
Quando passava per una delle tante zone verdi presenti alcune ragazze intente a fare jogging gli sorridevano mentre veloci scorrevano oltre. Il suo sdegno per gli shorts troppo succinti, il trucco ecc. ecc. era velato da un sorriso beffardo che virava al malinconico per un mondo così stabile rispetto al suo Yemen. Gli insegnamenti per assorbire ogni energia nella Jihad facevano il loro effetto, ma dinnanzi a tanta rigogliosa ricchezza non riusciva ad essere totalmente indifferente. Solo nelle ore a ricevere ordini, pregare e guardare cartine della città trovava pace; il guscio jihadista reggeva e la frizione con l’ambiente crebbe diventano combustibile naturale per una rabbia. Con un’emozione tanto forte addosso, ben canalizzata dai più esperti, aveva dimenticato tutto ed era pronto. L’ultima ricognizione era basata sul pedinamento di un misero operatore che aveva il compito di aprire un museo famoso, sede dell’attentato proprio nel giorno di massima affluenza. Sarebbe stato un assedio lunghissimo, chiuso con una serie di esplosioni a catena: un piano devastante.
Novanta minuti al seguito, camminando una decina di metri dietro il guardiano, da vero controllore. Una persona che non dava nell’occhio, però proprio per questo marcare un uomo di mezza età stempiato che vaga per New York in attesa di rincasare risultava difficile.
Stempiato, con l’attaccatura dei capelli a V non curata o camuffata da nessuna piccola frangia laterale; una camicia a scacchi comprata al discount dove si vendono anche gli alimentari, scarpe nere troppo massicce per la stagione calda e pantaloni di tela lunghi a coprire quasi interamente le calzature. Il suo passo era veloce nonostante il caldo e al netto delle prime impressioni, spesso non veritiere, l’incedere era sofferto e dilaniato dall’afa. Da South Manhattan arrivarono con il battello fino a Staten Island e mentre i turisti osservavano lo stagliarsi di Manhattan all’orizzonte loro proseguirono il cammino. Qui dalla chiusura della grandissima discarica l’edilizia popolare ospitava la maggior parte – comunque in misura minore rispetto agli altri distretti – della popolazione di origine italiana, ispano-americana o di colore che sia. Gli ampi spazi verdi garantivano tuttavia un respiro maggiore, Ahmed pensò per un attimo che non sarebbe stato male vivere in quel luogo. La deviazione mentale durò qualche secondo, quando il controllato fece una tappa in un punto specifico ed inatteso: lì dove il picco massimo della montagna di rifiuti aveva superato l’altezza della Statua della Libertà. La discarica venne riaperta ad hoc per lo smaltimento delle macerie delle Torri Gemelle, Ahmed era a conoscenza di tutto ciò. Un fremito di fanatismo scuoteva il suo corpo e lo sguardo guizzava a destra e sinistra rivedendo gli aerei che si conficcavano nelle costruzioni come immense zecche nelle gambe di un gigante.
La riqualificazione a più grande zona verde di New York non era completa e in un angolo i rumori attiravano l’attenzione. L’ansia saliva visto che lì, davanti ad un ragazzo in piedi vestito di nero, le persone erano pochissime e distese. Il controllato si coricò a terra con gli altri e dagli strumenti rialzati rispetto al piano terra partirono suoni infernali. Su di un piccolo schermo scorrevano parole intermittenti che a fatica si facevano spazio tra le interferenze. “Christ Among The Broken Glass” dove una chitarra stanca si andava ad unire alla desolazione più nera, gli intervalli sintetici sporcavano ulteriormente una traiettoria grezza chiusa dai sussurri.
“Myth Of Building Bridges” con l’ingresso di un sintetizzatore montante tra vapori grigi industriali e il rumore di detriti che vengono spremuti e compattati. Il rumore di una ruspa per spaccare le rocce riproposto da questo inquietanti artista che visto dalla prospettiva del terreno pareva ancora più alto. A metà si ergeva “Greenpoint” dove la chitarra acustica virava in un mondo di mezzo abitato da spettri e aghi sporchi di sangue. Ahmed si trovava tra il disgustato e l’affascinato, nell’esperienza della discarica si amalgamava la sensazione che lo aveva pervaso dal suo arrivo. Le difese della fede si abbassarono, calarono a picco. Il resto era un susseguirsi di grida mortifere, synth ossessivi, giri di chitarra furiosi e riferimenti alla città, alla morte ed al suicidio. Tutto gli parlava in una lingua ora facile da comprendere, la fede ritornò forte come durante le letture coraniche di Khaled al-Qahtani. L’oscurità ed il califfo nero stavano per avvicinarsi, il momento della gloria configurato proprio dove l’Occidente cercava invano di annullare il ricordo dei propri infiniti rifiuti.
Si decise a credere che Dio aveva reso possibile l’esibizione, era tutto un messaggio di Allah e colmo di forza non raccontò nulla ai compagni. Il mattino dopo l’anti terrorismo americano entrò nel loro appartamento e nella colluttazione, poi virata in sparatoria, morirono tutti al grido di Allah Akbar.

Alessandro Ferri

3. Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

4. Port-Royal – Where Are You Now

Data di Uscita: 02/10/2015

Port-Royal - Where Are You Now

Cemento dissestato a terra, trivellato dal tempo e dall’incuria, e arbusti stecchiti che s’issano come antenne dalle crepe. Un luna park che senz’altro aveva visto giorni migliori, una via di mezzo sbilenca tra Pripyat e Coney Island a ben guardare più vicino alla prima che alla seconda; tuttavia è aperto e la ruota panoramica gira, gli autoscontri cozzano l’uno contro l’altro con gommosi rimbalzi, l’aria sa di caramello, di sigarette, di qualcosa di tossico. Lo spaesamento va a braccetto con la fascinazione.
In stazione mi hanno dato questo biglietto, ora che lo sgualcisco con le dita in un mio tipico fare nervoso mi accorgo che il campo nel quale avrebbero dovuto stampare il nome della destinazione è rimasto in bianco. C’era un unico binario e il treno stava sopraggiungendo in quell’istante, salire al volo è stata un’azione istintiva, mosso dal terrore di rimanere impantanato in un punto svuotato di prospettive. Il viaggio era una debole scusa per reagire all’impasse, per dimostrare di poter rompere una stasi con il minimo sforzo; la realtà dei fatti narra di foreste tutte uguali che correvano al mio fianco, fulminate dai miei occhi fissi su di loro mentre la mente vagava in avanti e indietro nel tempo. Movimenti con risultante pari a zero, tant’è che arrivare qui equivale a conservare la medesima posizione. Un vecchio un giorno mi confidò che solo ai sognatori è concesso di spostarsi senza meta definita, deduco quindi di aver seduto nella carrozza dei visionari.
Where are you now – me lo chiedi o me lo affermi?
Non lo sai tu e non lo so io, per questo adottiamo un ibrido tra asserzione e interrogativo. La consapevolezza mi ha condotto ad accettare la labilità come configurazione d’equilibrio, ché la vita insegna che le strutture isostatiche esistono sono nelle utopie. Tuttavia, non mi sono mai negato il gusto di perdermi nei miei desideri, e nel meraviglioso gioco delle infinite possibilità, soprattutto da quando ho annegato la paura di ballare nelle gelide acque del fiume Volga.
Non c’è da pagare per fare un giro ed elevarsi sopra le cime del bosco che abbraccia questa oasi di divertimento e malinconia, un giovane mingherlino mi appone un timbro sul polso come lasciapassare per issarsi e disegnare una mappa per scegliere un posto nel mondo; la geografia mi è sempre stata amica e una bussola per orientarmi è ciò che mi consola mentre gli ingranaggi cigolano e il tettino giallo limone ondeggia a un metro dalla mia testa. Vi sono altre persone e riconosco dal loro sguardo che sono state traghettate qui attorno dallo stesso scopo, la compagnia mi conforta e alleggerisce il peso. Quando mi avevi regalato la possibilità di scegliere un futuro tirando i dadi non mi aspettavo che avresti estratto dalla tasca un solido così multisfaccettato: sei facce sarebbero state insufficienti a cogliere le sfumature. E adesso che ho deciso di ubbidire alla mia natura e tracciarmi un percorso, fatto di riflessioni ma anche di leggerezza, datemi in mano una matita e fatemi apparecchiare gli strumenti per tradurre tutto in musica. Una combriccola si scatena accanto al pungiball ché l’Eurodance martella l’aria, bambinetti che si dimenano nei bomber troppo larghi per le loro spalle puerili, ma la gioia schizza dalle pupille come laser. La speranza.
Sono sempre stato in tutti i posti e da nessuna parte, anelare all’altrove più a Est che a Ovest mi ha messo in marcia da anni verso città e paesi dai nomi bizzarri, abitati da gente dall’incarnato pallido e dal cuore impavido. Sono morto al momento giusto, quando ho interrotto quell’insulsa battaglia interiore tra spettri contrastanti, alla spasmodica ricerca di un io univoco; ora, potermi riconoscere in una discoteca di periferia, madido di sudore sotto le luci stroboscopiche e la cassa che picchia a 4/4, non fa di me una persona diversa da quella che osserva dal tetto di un palazzone qualsiasi un tramonto freddo e tardivo, e si commuove. Ero a Bratislava in quel giorno lontano. Quell’altra volta ancora ascoltavo i Röyksopp provando un lieve imbarazzo per aver ceduto all’electropop, troppo commerciale per i palati dei saccenti criticoni, tanto lesti a puntare il dito quanto frigidi nel provare emozioni. Non è mai stato un mio problema, né tantomeno lo è adesso.
Il vento scuote le cime degli abeti oltre le montagne russe e le guance si arrossano per le temperature in picchiata col calare del sole e per la contentezza di spogliarmi, definitivamente, di tutte le costrizioni. Spogliarsi è abbandonarsi, e la resa è sempre in fondo una riappacificazione, anche quando comporta ammettere limiti, o sconfitte, o armistizi.
I’ve got this beautiful feeling, and it’s breaking my heart, it’s breaking my heart…
Stiamo danzando all’unisono eppure ciascuno racconta una propria storia, la mia parla d’incontri susseguitisi nel tempo e nello spazio, in cui il reale e il virtuale non collidevano ma si completavano a vicenda, in cui posso serenamente adoperare glaciali aperture ambient accanto a luccichii glitch, in cui la techno e la dance dialogano col post rock con estrema naturalezza attraverso melodie dense di vera vita.
Quando capito a Tallinn sento la cassa toracica vibrare in risonanza coi synth algidi che decollano in un climax teatrale, mi scateno in qualche club per poi destarmi al mattino a due passi da Paldiski e avvertire quella nostalgia assoluta che mi attanaglia ogni volta che piango guardando “Lilja 4-ever”.
Dopotutto, si tratta sempre di amore.
Spezzare, ricomporre, creare ancora. Il treno per tornare indietro è inspiegabilmente vuoto; una voce di donna con la delicatezza tipica di una calda carezza, tra liquidi arpeggi, rivela “we are floating like feathers in this place we made for us”. Siamo fragili, siamo ovunque e in nessun luogo. Un luna park in un apparente non-luogo, ma un occhio attento può in ogni caso riconoscercene un altro in una giornata autunnale sporcata dalla pioggia e dalla salsedine della costa, catturato in un’istantanea di alcuni anni addietro tra la scogliera e il mare inquieto come quest’animo, palazzi anni ’70 familiari e la litoranea, a poca distanza da Genova.

Federica Giaccani

5. RP Boo – Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

Data di Uscita: 29/06/2015

RP Boo - Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

“Cosa vuoi innovare in un mondo dove tutto è già stato innovato? Che speranze ha una società fondata sulla velocità, puntando sul rapido fagocitare la novità che diventa antica senza neppur aver fatto il suo corso?”

Fece una piccola pausa prima di ripartire con il suo discorso noioso. Nessuno ascoltava più, il gruppo pensava a ben altro. La direzione dei pensieri era opposta alle parole dell’oratore.

“Noi siamo neri, non c’è posto per noi ai vertici. I bianchi ci hanno reso schiavi, siamo ancora schiavi delle loro squallide tecnologie”.

Sì le tecnologie, pensavano anche a quello quindi forse un punto di contatto rimaneva. Il ritornello, la velocità, il loop e il frame del video rivisto mille volte; quel ballo frenetico richiedeva una discreta forma fisica. Avevano partecipato come spettatori alla dancebattle nel locale in fondo alla strada, l’energia ed i sorrisi occupavano la mente conquistando spazio rispetto alle fosche visioni del padre spirituale della comunità.

“Beat me” scandita tra sample femminili e drum machine: questo era il nuovo ritmo delle giornate. Imbevuto di vecchia teologia della repressione il vecchio non si accorse che le sue lezioni erano totalmente disertate, fatta eccezione per Mary, anziana vedova costantemente presente, per abitudine e non sicuramente per il messaggio.

“Rallentate il vostro ritmo giornaliero, satana vi vuole sempre più rapidi e voi dovete fare l’inverso”

Non funzionò nulla negli anni passati visti i risultati e la totale assenza di riflessione una volta scoperto questo footwork. Come mai altri neri riuscivano a trasporre la creatività e loro no? Nessuno si chiese nulla, neppure se fosse giusto gettarsi nell’accelerazione violenta.

La comunità simil religiosa del vecchio era poi carente di un altro ingrediente apprezzato: l’erba, così presente dall’altra parte. Le infinite raccomandazioni di allontanarsi dalla droga svanite in poche settimane.
La competenza nel ballo cresceva giorno dopo giorno, arrivarono a formarsi alcuni producer e tutti seguivano un altro guru.

Rp Boo garantiva tute Adidas, potenza di fuoco tra beat e parti vocale capaci di emozionare anche un ghiacciaio, ovviamente in via di scioglimento per la devastazione del mondo intero sotto l’effetto del global warming. La ghetto house rivisitata non è uno scherzo di qualche folle, stiamo parlando di evoluzione seria. La concezione del muoversi a ritmo prende le vie più disparate, tutte misurabili e debordanti nei loro effetti collaterali di gioia e sudore. Dalle parate di piazza, alle battaglie nel parco, dal fumare negli scantinati allo scopare nel vicolo cieco. La totale libertà si raggiunge esclusivamente in precisi schemi, la composizione apparentemente fastidiosa imprime un marchio inconfondibile.

Tutto ciò di cui avevamo bisogno, mentre il vecchio divenne cieco a seguito di una caduta dovuta all’animosità del suo ultimo discorso. Si era accorto che non c’era più nessuno.

Alessandro Ferri

6. William Basinski – Cascade

Data di Uscita: 28/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

William Basinski - Cascade

Some Traffic lights & Cascade Loops

Guardare le luci proiettate da tutti i tipi di fanali: di posizione a volte clamorosamente assenti per via di qualche urto, di stop per segnalare le continue frenate nel traffico sinuoso e frenetico, l’anabbagliante giallo che incita alla violenza le vetture altrui e il fendinebbia utilizzato come monito per alzare bandiera bianca. Le linee di transito totalmente intasate in un interesse utopico teso alla creazione di un qualche ordine fondato sul disordine stradale. Niente di psicologico, nessun rimando allo scompiglio personale di una vita che non prende ancora una piega decisa e risalta per mancanza di stimoli.
La volontà è slegata dal senso comune e l’osservazione di più monitor, che a loro volta riportano ingorghi da varie latitudini e longitudini, appare come un momento a sé stante dal resto. Una perversione così la iniziarono a chiamare i suoi familiari, sempre più lontani e sicuri che questo strano hobby togliesse a lui più del tempo dovuto. Avevano ragione loro, ma l’illusorietà di una società perfetta aveva preso il sopravvento. Gli studi universitari lo avevano deluso gettando nel discredito i suoi precedenti ideali, autodistrutti in un odio radicale per una classe di insegnanti che aveva totalmente smarrito ogni sorta di realismo richiudendosi in una bolla autoreferenziale destinata ad annegare il buon senso rimasto.
Demolire una certa forma mentis è tuttavia impossibile e così il materialismo storico ha cambiato pelle in un conglomerato di vie, autostrade, ponti e motel destinati a svelare chissà quale paradiso in terra. Sarebbe di certo arrivato – pensava dopo qualche mese – il momento in cui tutti sarebbero stati in grado di concepire il mondo attraverso la carica sessuale insita negli sciami di macchine. Nessun esoterismo albergava in lui e, anche se certe letture di Ballard influenzarono le tesi, la convinzione più profonda garantiva una conoscenza superiore e aperta a tutti in attesa di essere svelata. Velleità da Nostradamus erano lontane e così notte dopo notte i giorni passavano blandendo i propri occhi con periferie sovietiche senza vetture, alture del Colorado innevate e stracolme di camion e formicai sudamericani di Opel Corsa vecchio modello.
L’audio non interessava, per i suoi c’era altro ad accompagnarlo nel suo piano erano presenti loop infiniti abili a dilatarsi lungo tutta la durata degli appostamenti davanti ai numerosi schermi.
La sensazione di espansione però non rende bene l’idea, bisogna rivolgere i pensieri al fenomeno della disgregazione. Altra chimera lontana è quello che fa dei loop un corso praticamente infinito di istanti che si ripetono in una continuità nient’affatto artificiale. L’ultimo nastro capitato tra le mani si chiamava “Cascade” e la lucentezza dei fari notturni era solo lievemente attutita da un andamento stanco, l’ossessione che portava allo sfinimento per un orecchio non allenato. Serve in generale una particolare propensione all’ascolto per avvicinarsi ad evidenti forzature del sistema commerciale della musica pop in cui un refrain riconoscibile dà la forza a tutto il resto. Le variabili non sono dipendenti e una persona può trovare soddisfazione glorificando il proprio orecchio con vari generi. Comunque la fusione dei due martellanti assilli utopici si legava alla perfezione, era il traffico a parlare attuando un apparato di regole nascosto. Il rumore di fondo, ricomposto in continuazione ma all’apparenza identico, era una sorta di respiro. L’accompagnamento così diventava come l’ossigeno e le potenzialità dell’accoppiamento illuminavano la sua mente sempre più deformata dall’isolamento.
Le preoccupazioni attorno a lui svanivano durante le sedute al computer, la bellezza liberatoria in una stabilità come sempre illusoria. Gli altri erano in ansia, ma lui non si accorgeva più di nulla e cullato dall’immaginario di perfezioni assorbiva i loop in attesa della conclusione. Un finale che non arrivava mai, una disciplina rigorosa e un fremito di piacere immaginando la solitaria rincorsa attorno a rotatorie con aiuole lunari. Una fotografia di Richard Misrach a ricordare le vecchie passioni, stranamente connesse all’annullamento in corso.
C’è davvero un senso in tutto questo? È tempo di agire o è necessario aspettare tempi migliori consci che l’autostrada diventerà dorata?
Una strada bloccata con annessa coda infinita sulla SR 143 a Nord del Sky Harbor Blvd vicino a Phoenix, non c’era tempo per pensare. Fotografie e appunti con le prime impressioni presero il sopravvento sulla riflessione appena iniziata, mentre “Cascade” fluiva lenta.

Alessandro Ferri

7. Slum Village – Yes

Data di Uscita: 16/06/2015

Slum Village - Yes

“No man is greater than the legacy”

L’ultima missione del loro fallimentare gruppo editoriale era, a detta di molti, lo specchio del proprio non riuscire ad arricchirsi, una rappresentazione perfetta del prossimo sfratto.
Idea lucida e potenzialmente estenuante: una guida di tutti gli Antiques Mall presenti a Detroit, semplici dealers o negozi più strutturati da rintracciare per ridurre la storia di ognuno ricostruendo l’evoluzione di un tessuto sociale sfondato e ricreato più volte nel corso degli ultimi cent’anni.
Erano abituati a lavorare lì, subito dopo l’ultima bancarotta cittadina si licenziarono da un sito d’informazione parecchio seguito dalle giovani generazioni. Pagavano bene, ma il loro compito di intervistare ricchi adolescenti europei, venuti a Detroit per osservare i quartieri resi spettrali dalla crisi, divenne un supplizio.
Le rovine da sempre attirano l’attenzione di chi intende fondare un ordine secondo le ferree regole del piano regolatore, spacciato per alternativo e rivoluzionario. Gli spazi web e le riviste di base sfruttano il mercato e dunque offrono ad un’ampia platea disquisizioni sociologiche sui mali del mondo, storie narrate in maniera avvincente con paralleli forzati e volti esclusivamente ad aizzare la fiamma del controllo totale.
Non era questo il loro desiderio e probabilmente falliranno, ma una noiosa ricerca a tappeto nel campo dell’antiquariato si confà di più alla forma mentis scolpita nel tempo.
Anni di studio in cui la tragedia ed il trionfo si fondono spaziando tra musica, oggetti unici e battuti in qualche solitaria asta del più profondo Michigan, risultati sportivi e videogames vintage da ritrovare setacciando il paese da Est a Ovest.

La storia della città non ha apparenti segreti per la storiografia: popolazione ridotta rispetto al passato, ribaltone razziale tra antica prevalenza bianca e attuale predominio afroamericano. E poi criminalità ad ampio raggio dalla famiglia Zerilli alle baby gang, la nascita di un certo tipo di sound, i motori e i grandi laghi.

Qualcosa di nuovo si può davvero rintracciare nelle cose? Nella palla da bowling con cui sono stati abbattuti tot birilli, o nel numero unico del mensile immediatamente chiuso per l’intervista all’autista del bus che si era volutamente schiantato – uscendone come unico illeso – contro il muro di una banca.
Tutto proseguiva placido, dispersi a Flint, tra ricerche troppo complesse per cavarsela in una settimana: un paio di usurate Adidas indossate nel playground dietro casa da JaVale McGee e la volontà di rintracciare un trentacinquenne ora rinchiuso in qualche casa di cura del vicino Ohio. Il ragazzo negli anni del college era solito filmare le sue sessioni di gioco a SimCity2000 e i due volevano assolutamente il video in cui aveva risolto in un tempo record il tracollo economico della stessa Flint, presente nel gioco.

Dopo aver completato queste serie minori di ritrovamenti dedicarono anima e corpo al pezzo pregiato della ricerca, un tema usurato da sviscerare. Gli Slum Village, la morte di J Dilla e Baatin – conflitto vivente – e il fratello Illa J che dice “”His legacy is still growing”; ci misero anni solamente a decidersi di sfiorare l’argomento con il solito misto di cinismo cupo che aveva portato al licenziamento dalla rivista underground.
Le retrospettive e le magliette con J Dilla Changed My Life divenute ciclicamente preda di qualche ricercatore da strapazzo impegnato a scrivere i “10 modi di ascoltare J Dilla”, i “7 pensieri politici sviluppati dai beats dell’eroe” ecc. ecc.

Un argomento così soverchiante è tipicamente destinato a divenire una moda e la coppia si avvicinò di soppiatto, riducendo al massimo il rumore. Se ne parla così tanto perché a Detroit tale suono lo si ascolta dappertutto, anche nei negozi di antiquariato dove le storie speculano sulla muffa e sulle corse a casa stringendo l’oggetto tanto desiderato.
Si accorsero che ogni dealers aveva la sua traccia o il cimelio. Vi era chi lo custodiva proveniente dagli inizio del gruppo, subito dopo l’uscita dalla Pershing High School, e chi stropicciava davanti ai loro occhi un articolo di giornale con la recensione del “Villa Manifesto”.

E allora si decisero a seguire quel filone secondario, stabilendo come quartier generale un mall colmo di articoli dorati ed impolverati. Hakeem, il padrone del piccolo angolo tra la Fenkell Avenue e Quincy Street, era sordo e le poche persone che entravano lì dentro dovevano urlare per farsi ascoltare; con pochissimi eletti, non costantemente, usava un tono normale.
Il patto tra i due editori e il sessantenne afroamericano fu semplice ed immediato: lui raccontava storie sugli Slum Village, ma loro dovevano spolverare i gioielli, i lampadari e tutto il materiale presente. La collaborazione, ai fini di una eventuale pubblicazione, si rivelò infruttuosa perché Hakeem non si lamentava della loro lentezza – in fondo apprezzava la polvere – e il whisky scorreva a fiumi, così come i racconti.
Dal nome di battesimo Ssenepod – Dopeness capovolto – al primo contratto con la Barak/AM Records emergeva un filo conduttore che Rakeem paragonava al suo archivio dorato.
Diceva spesso più o meno così: “La bellezza di questa città riscuoterà sempre il successo della critica, ma noi qui conosciamo specialmente il dramma e il tracollo conseguente che si collega sempre ad esso. Puoi pulire quanto vuoi, la polvere tornerà a depositarsi, la leggenda deve essere un po’ dimenticata per rimanere tale. Le vicende incrociate di Jay Dee e degli Slum Village sono come questo strato di sporcizia, e se ci ferma in superficie non si vede niente. Il discrimine non è il fumo dei motori, il pulviscolo spiega più di mille cose”.
Pensarono subito di aver fatto centro visto che con il loro tesoro itinerante di oggetti, accatastati alla bell’e meglio, ricreavano continuamente gli acari di tale filtro.
Infine tra un bicchiere e l’altro, ormai avevano lasciato cadere lo straccio, ascoltarono in silenzio “Yes”. L’ultima fatica degli Slum Village, prodotta da J Dilla e Young RJ rimasto con T3, suonava come un grande classico in cui far ripiombare tutti i pensieri e i ricordi.
Rimanere senza parole è per tante persone alla base della tensione emotiva, lì dentro il silenzio rotto dai beats rappresentava anche una concentrazione speciale. Tutti ospiti del negozio – tra gli altri anche De la Soul, Bilal, Black Milk e chiaramente Illa J – che donano un pezzetto di anima, mentre le linee di basso si fanno sensuali ed il flow balzella agile tra strofe dal sapore vintage. Le percussioni, il piano unito ad una produzione lussuosa per ripiombare in un’era ricchissima.

Kamikaze tryna kill everybody speech | Yeah we hunger but our mind’s bout to feast | Read the signs of the times then the signs of the streets | Yo define what is peace | Can you tell a merchant selling wool to a sheep

Ovviamente non riuscirono a scrivere nulla, partirono semplicemente per un altro sobborgo portando il vinile di “Yes” nel borsone. A fine ascolto entrò un turista francese ed Hakeem riprese ad urlare infastidendo parecchio lo sventurato, non riuscirono mai a capire se era davvero sordo o faceva finta per non parlare con i tipi che non gli andavano a genio. Di certo avevano trovato un tetto sicuro sotto il quale riposare in caso di sfratto, la polvere non era mai stata un problema.

Alessandro Ferri

8. Alva Noto – Xerrox Vol.3

Data di Uscita: 06/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Alva Noto - Xerrox Vol.3

La torre di controllo galleggiava in un’aria lattiginosa, un bianco compatto quasi irreale, in alcuni punti la densità si diradava scoprendo i luccichii dei pannelli metallici di rivestimento di quel totem eretto con la pretesa di avere in pugno il comando, di essere infallibile, fiero nei suoi 100 metri di altezza. Sherdon si era appena fatto recapitare dal giovane galoppino di turno un grosso thermos di caffè e un paio di sandwiches di pane nero con le aringhe; era severamente vietato abbandonare la postazione per tutta la durata della missione, e l’adrenalina per l’imminente impresa unita alla borraccia d’acqua fresca tracannata per mitigare la scarsa salivazione ora premevano sulla vescica, sotto il ventre abbondante. Povero Sherdon, si era sudato la gavetta tra le fila dell’aviazione, un fisico non propriamente prestante lo aveva relegato nel gruppo delle eterne riserve mentre lui nutriva sogni di gloria e d’iperbolici progetti ad alcuni chilometri da terra. Nell’ombra di una carriera tutt’altro che da protagonista, aveva trascorso gli anni migliori perfezionando e limando i dettagli di una spedizione che custodiva in serbo fin dalla giovane età, quando tutto sembra a portata di mano e realizzabile con poco; non aveva osato confidare a nessuno i suoi piani, secondo la classica scaramanzia dei desideri esaudibili purché vengano taciuti, ma d’altra parte non era mai stato circondato da nutriti stuoli di amici, per cui il silenzio era venuto da sé, quasi automatico.
L’orizzonte era completamente annullato dalla spennellata di bianco solido che ricopriva il cielo, solo così si poteva fingere di raggiungere lo spazio senza essere distratti da intrichi di strade e case sottostanti, dai pendii delle colline e dalle grosse chiazze di vegetazione nelle valli. Chiunque al di fuori della torre di controllo l’avrebbe menata con quei concetti triti e banali dei viaggi interiori, ma Sherdon sapeva bene quale fosse la realtà dei fatti: aveva speso decenni in introspezione ed esistenzialismo spinto per poter elaborare successioni e particolari di quella personale peripezia. I giudizi altrui non avrebbero potuto scalfire alcuna certezza né infangare i suoi nobili e intimi propositi. Neanche la critica più feroce e cattiva, secondo cui si sarebbe accontentato di simulare un viaggio interstellare all’interno dell’atmosfera, lo avrebbe condizionato; in fin dei conti chi avrebbe disposto di mezzi e favori di convenienza per imbastire un vero e proprio lancio nello spazio?
Per ironia della sorte, l’occasione per illustrare ai colleghi gli intenti si presentò nella pacata e alcolica confusione della sua sobria festa di pensionamento; a dirla tutta non aveva già appeso al chiodo l’uniforme e il brevetto, mancava una misera manciata di giorni, ma Sherdon non era mai stato troppo attento e rigoroso nelle tempistiche. Complice il vino fruttato che era stato selezionato per l’aperitivo, le sue difese e timidezze si sciolsero man mano che girava impacciato tra i tavoli, e Mc Kenzie e Jordan – veri amici e capofila degli anziani insieme a lui – ci misero lo zampino adescandolo in una narrazione dalla quale non sarebbe stato ormai più possibile sgattaiolare via.
Il mattino era nebbioso, una coltre bianca anziché grigia che ovattava il contesto; il caro Sherdon aveva definitivamente terminato i suoi doveri tra le fila dell’aviazione, tuttavia gli consentirono l’accesso e l’utilizzo delle strumentazioni della torre di controllo giusto perché, proprio a causa delle condizioni meteorologiche avverse, nessun volo ufficiale sarebbe potuto decollare. La vescica premeva, è vero, ma il drone era pronto sulla pista di lancio e di lì a poco ogni fastidio fisico sarebbe stato messo in disparte senza alcuna forzatura. Il GPS funzionava perfettamente, ogni apparecchiatura era al suo posto.
Nell’isolamento, protetto da quelle mura e da quella vertiginosa altezza, Sherdon si sentiva al sicuro e libero di perdersi concretamente in quel viaggio che da anni metteva idealmente a punto tra bozzetti e considerazioni scritte su innumerevoli fogli; l’aeromobile si era alzato e fendeva sinuoso il candido manto umido che avvolgeva l’aria. Ignaro del perché, si era da sempre configurato lo spazio in una dimensione futura, distaccata dal presente da un immenso balzo temporale che annullava i colori e risucchiava cose e contorni in un quadro nuovo, un chiarore latteo dove le stelle luccicavano vicine e il drone sembrava danzarci assieme. Una galassia artificiale, non vi era alcun dubbio, ma il mezzo registrava e trasmetteva ogni minima delicata pulsazione e Sherdon l’assimilava nel suo rifugio in quota. Era sbalordito per quanto poco la sua immaginazione si era discostata dall’effettiva risposta che quel paesaggio rarefatto gli stava restituendo con una generosità sorprendente. Le strumentazioni riproducevano i suoni, nessun ronzio persistente o cacofonico alterava l’atmosfera in un’indeterminata sospensione. Il magma sonoro fluiva senza intoppi tra le intermittenze dei fasci luminosi che l’aeromobile incrociava nel percorso, stati d’animo di calma assoluta si alternavano con leggeri richiami ansiogeni ma più spesso con la voce della malinconia, una voce strana che dal futuro riusciva a riacciuffare ricordi ed episodi creduti reconditi nel passato. Un dialogo personale, frutto delle memorie e delle esperienze dello stesso Sherdon nel pianificare il tutto e farsi coinvolgere al momento. L’ambient riacquistava i suoi connotati primordiali: aperture gigantesche in spazi stellari evanescenti, soffici battiti di polpastrelli levigati e un loop quasi irriconoscibile, destrutturato e minimale, che faceva da costante in tutta la rotta. Minuziose variazioni come incursioni di melodie vere e proprie di sconfinata dolcezza o un vago frinire elettronico, o ancora un nastro avvolgibile sintetico che avviluppava traiettorie sfuggenti.
Sherdon si accarezzava la pancia con fare sornione, sognante e compiaciuto; un tenero sorriso sbucava fuori dalla folta barba, una reazione spontanea del bambino che non era mai sopito né superato in lui. Il drone stava rientrando alla base e il sogno di aver viaggiato nello spazio (e nel tempo) era stato coronato come nelle migliori fiabe d’infanzia. Ubriaco dallo spazio, si sentiva appagato e al contempo disorientato, era incredibile come fosse complessa una struttura all’apparenza così scarna; non sentiva nemmeno più lo stimolo di pisciare, continuava a gongolarsi da perfetto sentimentale. Dovettero irrompere bruscamente nella torre quando la nebbia si diradò scoprendo le morbide pendenze dei colli all’orizzonte: era ora di riprendere in mano il tabellone dei voli ufficiali e riportare il vecchio collega al presente.

“Lo spazio non è nero, è di colore bianco, e le stelle sono altri puntini bianchi che luccicano.
Maestra non so dire di più ma da grande ci andrò e poi le racconterò tutto.”
Jonathan Sherdon, anni 7
1962

Federica Giaccani

9. Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo. Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò. Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte furono confuse e inconsistenti.
Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.
Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.
Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

10. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

Comments are closed.