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Top Ten 2015 – Maurizio Narciso

1. Oneohtrix Point Never – Garden of Delete

Data di Uscita: 13/11/2015

Gli anni Novanta erano da poco iniziati e i mostri stavano lentamente scalzando i cartoni animati e le favole rassicuranti nella scala di priorità e interesse di una bambina di dieci anni, poco più poco meno. Aveva anche affinato l’astuzia per raggirare senza troppi sforzi i controlli di una coppia di genitori preoccupati dagli influssi malevoli del tubo catodico, sempre solerti nel verificare che il telecomando fosse nascosto ai piani alti della libreria, una volta sintonizzatisi nelle frequenze dedicate all’intrattenimento per ragazzi. Comincia per tutti in quel periodo la tentazione alla trasgressione, e la nostra Abby non fu risparmiata dal goloso binomio splendore/terrore. Aveva velocemente preso dimestichezza nell’impilare libri sulla sedia per andarsi a riprendere lo scettro del comando della tv dopo essersi assicurata che i suoi fossero intenti a fare altro di là; aveva stretto complice alleanza con il ragazzino della villetta accanto, un patto siglato in alfabeto muto, incollati ai vetri e ai vapori di finestre prospicienti, per trasformare un’amicizia agli albori in un pretesto per vedersi e condividere giochi (e strappi alle regole). L’unione fa la forza, recita da sempre un proverbio. Quello che non sapevano, né Mike – questo era il nome del mocciosetto – né Abby, era che soltanto due case oltre le loro, là dove la via curvava e diventava sentiero sterrato verso un piccolo parco urbano, viveva un giovane talmente strano e inquietante da poter fare accapponare la pelle anche a Freddy Krueger. Si diceva che soffrisse di schizofrenia, proprio per questo era tanto imprevedibile quanto pericoloso; i primi episodi raccapriccianti ricollegavano a lui il ritrovamento di piccoli animali sgozzati tra le strade del quartiere e scritte sinistre intagliate nei tronchi degli alberi o dipinte con vernice in un paio di serrande basculanti. Abitava da solo, era stato isolato dalla comunità per ovvie ragioni ma sembrava non curarsene: il suo mondo, retto a cavallo tra lucide macchinazioni e follie degne del più temibile degli psicopatici, era a sé stante e si autoalimentava di continuo. Col tempo la situazione degenerò, uno di quegli epiloghi prevedibili dinnanzi a un curriculum che lasciava poco spazio alla redenzione; tuttavia – e stiamo ormai parlando dei mesi tra questo e lo scorso secolo, la nostra giovane coppia di amichetti divenuti ventenni aveva avuto più di un’occasione per scontrarsi con l’orrore reale e accantonare i palliativi cinematografici. Come la volta in cui, poco prima che il pazzo fosse rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ritenuta l’unica soluzione plausibile dopo l’incendio volontario della propria dimora, Abby e Mike si trovavano a fare jogging nel parco quando furono attratti da urla e rumori assordanti che provenivano da quella casa da cui, tutti lo dicevano, ci si doveva tenere alla larga. Le finestre erano serrate a doppia mandata, ciononostante vibrazioni sferraglianti e voci infernali oltrepassavano muri e vetrate, dirompenti, vomitando in strada e tra gli alberi scenari paranoici di pura alienazione. Inutile dire che il quartiere tornò a respirare dopo l’internamento, ma il ricordo permase vivido in ciascuno man mano che il lavoro prendeva il posto dell’università e si affacciavano all’orizzonte matrimoni e convivenze, soprattutto quando la cronaca narrata dai giornali si tingeva di nero gettando i riflettori su fatti agghiaccianti e umane tragedie che avrebbero potuto essere terribilmente più vicini.

Il 2015, il presente. Un artista in città, un palcoscenico minimale come un parallelepipedo di cemento lasciato a vista e un parterre rettangolare, pareti rivestite di locandine di tour passati e futuri, illuminazione scarsa, quel poco che basta per discernere i lineamenti della persona che capita accanto, un faro come laser proiettato su laptop e console. Abby aveva regalato il biglietto d’ingresso alla sua fidanzata per compleanno un mese prima, ora sono entrambe appoggiate al muro a scorrere istantanee dallo schermo di un iphone che rischiara le loro bocche schiuse in un fare concentrato; Mike fa la fila al gabinetto, anche lui ha il telefono in mano per leggere recensioni sulle recenti esibizioni dell’artista, Oneohtrix Point Never, ma per comodità è sempre stato OPN. Quello che segue è un tripudio di cacofonia estrema, stridori e graffi che fanno fischiare le orecchie e gridare per l’insofferenza, ma come accade spesso quando si spinge al limite il gradiente dell’osceno, si finisce per esserne travolti, rapiti, assuefatti e, in ultimo stadio, ammaliati. Perché di colpo entrano in soccorso pause e aperture melodiche come buffetti sulla guancia, occhiolini scherzosi per dimostrare che la partita l’ha in mano lui, e dispone di tutte le carte da giocare al momento opportuno. Ti spiazza e ti seduce, quando il match sembra essere sul filo del rasoio ecco che cala l’asso dell’industrial e la coppia di donne istintivamente chiude gli occhi per assorbire la botta. Un calderone a primo impatto repellente, ma a un ascolto approfondito ogni pezzo s’incastra al posto giusto e ne esce una creatura ibrida, con le sfumature che attingono dalla linea del tempo, dalla nascita dei nostri ragazzi ad ora. OPN appare calato in un universo di pace interiore a dispetto delle ritmiche da crisi epilettiche che lancia come dardi infocati al pubblico trepidante, si mescolano voci sovrapposte ai suoni che passano dai martelli della techno all’evanescenza di synth sporchi e freddissimi, e ancora a un’ipotetica colonna sonora di film dell’orrore, tra scannatoi e mostri liquidi. Quando la musica si spegne rimangono i respiri affannati e quella leggera vertigine nel riprendere le redini di una serata normale, in fin dei conti. Delete.
S’incrociano all’uscita del locale, Mike e Abby. Lui sorseggia birra mentre chiacchiera animatamente col suo gruppo di amici procedendo lentamente all’indietro, lei è stretta nell’abbraccio dell’altra donna, più alta e robusta, le bisbiglia qualcosa all’orecchio e sorridono complici. Mike urta Abby, basta un’occhiata per riconoscersi e sciogliere la tensione scaturita dallo spintone; quella strana luce sbieca che balena nei loro sguardi mentre simultaneamente si voltano verso il palco ora vuoto è un silenzioso segnale d’intesa, di empatia, di comprensione: è la stessa che impregnò di affascinato terrore i loro volti nel parco, di ritorno dalla corsa mattutina, una quindicina d’anni addietro.

Ma non era stato rinchiuso?

Federica Giaccani

2. Verdena – Endkadenz Vol.1 / Endkadenz Vol.2

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Data di Uscita: 28/08/2015

 Verdena - Endkadenz Vol.2

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto dopo la drammatica intervista fece alzare il classico polverone mediatico, per non parlare delle reazioni sui social network. In quegli spazi infernali la gente, coloro che spesso non hanno nulla d’altro da fare durante la giornata, sfoga la sua fortunata inadeguatezza. Ci si ritrova ad aspettare un commento e si fa gruppo, nulla di nuovo per il genere umano anche se in tale caso ogni situazione viene amplificata.
Lui ne era a conoscenza grazie (o per colpa) ai quattro compari che raccontavano le vicende delle fazioni in gioco.
Carlo Alberto non capiva e mentre li ascoltava si mise a scrivere due righe, il testo recitava più o meno così: “Non sai neanche più chi sei | E nemmeno s’alza più la marea controbilanciami | E togli gli occhi da me | Comunque arrivi tu | Destino di lacrime” Waltz Del Bounty.
Doveva essere un rapido commiato, si trasformò in qualcosa di ben più complesso.
“Dillo, stacci senza ali se puoi | Che non puoi più viverci in noi | Già nel mondo rischi, eh si | Come se tu non fossi qui”. A chi si rivolgeva? Lo guardavano tra il divertito e lo spaventato, finiva sempre così e l’apparente chiusura si tramutava in un calibrato girovagare per l’Italia. Portare in giro la collaudata imperfezione, come sempre con Troppe Scuse.
“Stacci ancora qui | Sperpera i tuoi sì | Spegni così | La tua ragione”. E tutti tornavano sempre ad ascoltarlo perché è giusto così ed il rito non poteva essere interrotto, la fiamma era come quella degli antenati abilissimi a sopravvivere con il nulla. Il tratto varia, ma l’amore persiste. Identikit.
“Mi ami o no più? | Tu mi ami o no più”. La risposta insomma é sempre quella, pronti a superare limiti di spazio, di tempo e di coerenza con una vita necessariamente diversa.

Carlo Alberto ed il suo doppio ritorno, tra bizzarrie, sguardi entusiasti e critiche, ha garantito il carico come da novanta, o forse non proprio. Il resto tuttavia non conta, rimarranno i suoni da abbinare alle parole prima di far ritorno al silenzio. Strisce di frasi in libertà. Dymo.
Le chitarre imperterrite chissà che mira hanno, la malinconia a chiudere e la sporcizia che comunque viene trascinata su strade più pop. L’originalità è lì spruzzata dappertutto, dipende dall’ascoltatore o forse no; di certo si suda e serve tempo per asciugare il tutto, serve molto più tempo per capire e carpire tutto.

Alessandro Ferri

3. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

4. Squarepusher – Damogen Furies

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

5. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

6. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Jamie xx - In Colour

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

7. Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Floating Points - Elaenia

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso

8. Teho Teardo – Le retour à la raison

Data di Uscita: 18/09/2015

Teho Teardo - Le retour à la raison

Teho Teardo

Io sono solo voce, tu invece solo azione.
Eppure la cosa più naturale di tutte è incontrarmi con te, in questo spazio immaginario che presto diverrà concreto, o almeno spero.
Sarò stridente, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sarò tenue, come lo sei tu, ma alla mia maniera.
Sei il mio supereroe preferito, uomo raggio, quindi non pensare che la mia posizione sia comoda. Ma sento la necessità, oggi più che mai, di parlarti e di ascoltare quello che hai da dirmi. Sarò attento ad ogni tua smorfia, per darti i suoni che meriti.

Man Ray

Le mie immagini di violenti ma carezzevoli chiaroscuri mi fissano nette nella loro grana della carta fotografica, segnano il passo tra il Novecento e i giorni d’oggi ma non ti credere, anch’io sento addosso pressante la medesima responsabilità. Cos’ha da raccontare di nuovo un uomo d’altri tempi? La sua arte ha senso se contestualizzata, e un secolo dopo rischierei d’esser deriso perché in dono posso offrire nient’altro che un falso storico.
New York, Parigi, e i mille volti di autorevoli personalità da enciclopedia della vita.
Grossi pilastri della cultura in cemento armato e oniriche trasfigurazioni, a cui ho affidato i miei migliori ventagli di grigi luminosi, rispettosi ma irriverenti.
È tutta colpa della luce, è lei che gioca e io ne subisco il sortilegio nelle audaci sperimentazioni.
Ma nemmeno tu hai mai avuto timore di rischiare, ecco perché i miei cortometraggi di sguardi drammatici e movimenti risoluti non potevano parlare se non attraverso la tua voce ossessiva e magnetica.

Teho Teardo

Se tu solo potessi ascoltare i suoni dell’oggi, avresti di che sorridere. Ma non fraintendermi, non sono una persona che rimpiange il passato, piuttosto mi guardo intorno e trovo musicisti codardi che vengono trattati come intrepidi e invece i pochi realmente ardimentosi passare inosservati.
So bene che non tutto è per tutti, ma la sfida sta proprio in questo, scrivere una musica che sia soddisfacente per me ma allo stesso tempo entrare nelle case di un pubblico quanto più generale possibile, educare le orecchie pigre alla bellezza dei suoni. Che sollievo non dover rimarcare con te che per bellezza non intendo melodia e che un rumore può essere altrettanto attraente di una armonia.
Alcuni lì fuori, udendo questi ragionamenti a voce alta, mi additerebbero come saccente, ci crederesti? Ma sono un artigiano e non un intellettuale, proprio come te.
Quindi comprendi bene la necessità di un tuo ritorno. Le tue creazioni gridano ancora fortissimo. Sarò il megafono della tua visione.

Man Ray

Le tue parole mi stuzzicano, non lo nascondo. Proprio quando avevo imparato a fare pace con l’evidente esistenza di mondi paralleli impenetrabili tra loro. Ma le competizioni contro le consuetudini vincono qualsiasi tregua autoimposta e rispondo con ardore al tuo accorato appello.
Nelle mie pellicole le azioni si accavallano e generano loop annacquati da morbide sfocature. Rayografie come istantanee in successione non necessariamente temporale, in cui il simbolo è il fulcro e attorno ruota l’intera narrazione costruita nel limbo tra sogno e realtà. Le emozioni, per l’appunto. Ecco perché demando alle mie scarne ossidazioni il compito di illustrare desideri, di rappresentare storie convulse grazie ad accostamenti provocatori, grazie alla chimica.
Mi sbizzarrisco a modificare le focali, nitore e scene sbiadite solo apparentemente collidono, poi entrano in scena giochi di parole impressi su fondo nero, a scompigliare le carte e rendere ancora più labili le sicurezze dello spettatore. Sì, solo i tuoi voli pindarici in chiave musicale possono suonare altrettanto spiazzanti, tu che accarezzi e lusinghi archi e pianoforti, per poi schiaffeggiarli e stropicciarli il minuto dopo.
Mi sento pronto, e febbrile, per un ritorno ai fasti di un tempo.

Teardo e Ray

Il suono è in bianco e nero. Arriva diretto, addosso all’ascoltatore, ora gentile, ora dissonante, senza neanche il bisogno della controparte visiva che lo ha ispirato, perché è stata totalmente interiorizzata da Teho Teardo. Le visioni di Man Ray germinano nella mente dell’ascoltatore che quindi diventa anche spettatore. L’armoniarumore è complessa eppure godibile, agile fluttua nell’aria e s’insinua nei ricordi, nel modo delle colonne sonore, senza far rumore, facendone tantissimo.
E’ un matrimonio, di quelli impossibili da prevedere eppure così naturale: due artigiani si sono incontrati in uno spazio sovrannaturale eppure terreno, si sono divertiti, molto, e ora ci guardano da là, lontanissimo, con i loro ghigni di soddisfazione!

T.T.: “La stella di mare galleggia nel magma liquido e l’uomo e la donna sono vittime di un sortilegio, guarda i loro occhi terrorizzati dalla bellezza, senti i brividi del pubblico che non comprende perché una marcia funebre possa suonare così affascinante!”

M.R.: “Nel mio immaginario non ero stato ancora in grado di portare a compimento il dramma, per assurdo. Serviva questo climax, questo arpeggio ossessivo che susciterà più tormenti che rassicurazioni. Mi compiaccio amico mio!”

T.T.: “Possiamo nasconderci dietro questo sipario dove il tempo non ha consistenza e applaudire agli incontri
fortunati. Dall’altra parte un altro applauso scroscerà allo svanire dell’ultimo rintocco.”

M.R.: “Ti ringrazio per avermi convinto a vedere al di là di Montparnasse per una piacevole camminata tra simili. Altri ci avevano provato senza alcun successo, non erano quelli giusti. Ci incontreremo di nuovo in chissà quale dimensione, non è possibile recidere affinità elettive.”

Maurizio Narciso e Federica Giaccani

9. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

10. Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

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