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Top Ten 2015 – Filippo Redaelli

1. Grimes – Art Angels

Data di Uscita: 06/11/2015

Seguimi, ti porterò nel cuore della scena che ha riacceso le luci nel palazzo della creazione.
-Hai visto questo volto sulle copertine dei giornali di musica e sul web, non è così? Disse quella ragazza che vedete lì, gesticolando con le dita affusolate e in preda a una passione coinvolgente. Si voltò un secondo, tornò con un nastro e lo inserì in un mangianastri portatile. -E avete sentito anche questa voce da qualche parte, o mi sbaglio? I presenti annuirono a più riprese, chi sorpreso, chi mostrando entusiasmo, chi più assorto e concentrato. Sapevo a che copione stavo assistendo, anche se io e Claire non avevamo buttato giù su un foglio nessuna sceneggiatura. Guardai le pareti, una sensazione d’antico, le lunghe finestre dai vetri spessi che ci stavano riparando da una pioggia torrenziale, le candele profumate su alcuni davanzali a riscaldare più sensi e l’ambiente. Chiusi gli occhi un istante e le mie narici ringraziarono per quell’incontro con quelle terre inesplorate. Prima di riprendere i miei passi mi fermai accanto alla grande finestra che dava sugli alberi del cortile. Cercai di godermi al meglio quella percezione, i sapori, il passaggio lento e avvolgente della temperatura corporea dal freddo al tepore, reso possibile grazie alla vicinanza con le candele. Ripensai ai capelli di Claire ora sparsi e spettinati durante un salto, ora stretti e legati in una treccia spessa, come fossero il simbolo della sua arte, come colonna sonora di questa scena. Vidi alcuni quadri alle pareti, alcuni suoi, altri di suoi amici. Vagamente ispirati a fumetti giapponesi, sfondi dai toni fiabeschi ma con un tocco che può fare anche pensare alle megalopoli contemporanee. Cercavo di ricostruire mentalmente i punti salienti del processo creativo che ha portato a questo lavoro musicale. L’origine della sua volontà di dire qualcosa di così forte, la sua necessità di sgretolare muri e barriere troppo spessi e ottusi per stare in piedi. Un viaggio al centro dell’istinto e dell’istante primo della volontà e della necessità di creare, di provare a scuotere l’aria del mondo e provare a offrirgli la nostra grande piccola versione di una storia. La ricerca costante di chi noi siamo, una corsa che non si può fermare, genuina come un ruscello che va nella natura, come un treno che non cambia la sostanza del suo andare ma che ogni giorno baratta visioni e paesaggi interiori, ricordi e nuove emozioni. Un albero con le sue radici e il rinnovarsi continuo dei suoi rami. Gli occhi di Claire illuminati dalla luce di una candela, che poi è simbolo dell’arte che brucia dentro, occhi che, mentre il colore dei capelli muta in continuazione, non smettono mai di essere sé stessi, identici a sé stessi sempre. -Posso chiederti una cosa, le domando quando ricomparve davanti a me, senza ospiti al seguito. -Certo, mi fa. -Sono convinto che abbiamo in mente la stessa risposta. Comunque..Secondo te, da cosa si è generato tutto questo? Rimase in silenzio, costrinse anche gli occhi a farsi pensierosi. Guardò le candele vicino alla finestra, le spense una ad una. -Ecco, da qui. Non fu una sorpresa ritrovarsi avvolti nel buio.
A partire da una grande piccola scintilla poi tutto s’accese. A partire da quegli occhi e da quel sorriso che conoscevo così bene, che avevo visto così, sempre uguale, anche nelle foto di Claire da bambina in braccio a sua nonna, a partire da tutto questo ora siamo qui, nel mezzo di una città musicale straordinaria e sbalorditiva, l’orchestra che tutti stavamo cercando negli ultimi tempi, tutta qui, concentrata nello stesso luogo e nello stesso tempo, il ritorno di un primordiale bisogno d’armonia che possa filtrare in mezzo a tutto quello che è caos e che fa troppo rumore. -Ma qui ci sono tutti i dischi che stavo aspettando di ascoltare in questi mesi, mi ritrovo a dirle nel modo più genuino possibile. Le sorridono gli occhi, i capelli sono di non so più che colore, ma che importa? Canzone dopo canzone la posta si rialza, è una sfida lanciata a tutti gli altri grandi gruppi del nostro tempo. Forse solo da una prospettiva separata si poteva generare un lavoro del genere, grazie a queste finestre lunghe e alle candele sul davanzale, ai quadri appesi alle pareti di trecento diversi colori, grazie all’animo di un’aliena che a gambe incrociate guarda questo spazio da un altro pianeta, grazie a tutti gli strumenti che vedrò poi nella sala prove dove tutto ha avuto inizio e il buio ha incominciato a diradarsi, a lasciare spazio a una scintilla dopo l’altra, tanti di questi paesaggi visivi, affettivi e sonori. C’è anche il romanzo che probabilmente vorrei scrivere, nella capacità di essere organico di un lavoro che parte dal nulla, da un blackout, da un percorso che si morde la coda e che pian piano va a patti col proprio passato, presente e futuro, riaggiusta la propria essenza cercandone il cuore, e si perde nel mondo con la forza e la grazia di chi non contempla confini e si porta a casa la bellezza che trova. Tra tutti questi pensieri mi accorgo che non avevo notato, tra i presenti, due insolite figure sedute ai due estremi di un tavolo. Una donna sta cercando di catalogare le canzoni che ascolta tramite gli incastri che portano alla soluzione del cubo di Rubik, un uomo ha un mazzo di carte davanti a sé e cerca di tradurre in un sistema chiuso di combinazioni lo svolgersi dell’album. Nel mentre sfila alle nostre orecchie un’orchestra senza tempo, la chiave che disserra la serratura del buio, a cui s’accompagna la tenue luce di una voce primordiale, come appena nata. Le sue prime parole nel mondo sono significative: Oh, this music makes me cry. It sounds just like my soul. Il luogo indefinito da cui tutto è partito. L’intenzione pura che poi entra nel mondo, e fa attrito. E così decide di uscirne ancora più bella. Il desiderio, la conquista, l’abbandono. Vuoti e pieni. Questa continua tensione da accarezzare e consacrare. E un flusso costante che ci fa progredire. Scrollarsi di dosso etichette, pregiudizi, piedistalli, insulti. Alzare la posta, chiedere che non ci siano barriere, che si possa ascoltare, comprendere, creare, crescere. In che tempo viviamo? Vedo l’uomo delle carte tronfio di aver costruito un disegno, alza lo sguardo pieno di sé, guarda verso Claire, la sua mano immediatamente manda in confusione una carta dopo l’altra. La donna del cubo di Rubik sta ferma, ha deciso che ha già trovato la soluzione e non vuole scendere a patti. -Ma com’è possibile che ci siamo dimenticati di come la creazione non è altro che l’incontro tra due e più mondi paralleli? Claire suona alcune delle chitarre più rock degli ultimi anni tra beat trascinanti, ritornelli eterei ma upbeat, dichiarazioni d’amore alla melodia, delle note a un pianoforte, in altre parole, un atto d’amore alla libertà raggiunta nell’universo sonoro. Too good to be true, dice una canzone e i miei sensi ringraziano e si abbandonano alla musica. Poco dopo ritorna un tema centrale di tutto il lavoro e di questa serata, il rapporto tra l’artista e il suo pubblico. C’è tutto qui nelle liriche, sparso tra una canzone e l’altra. Amore per tempi passati, delusione per le incomprensioni, necessità di scrollarsi di dosso l’amarezza, gratitudine per chi segue con intelligenza il cammino che, come la vita, tutto un rettilineo uguale a sé stesso non è. L’unità è nella forza originaria delle intenzioni, in mezzo al movimento. Il luogo da dove tutto ha origine. Tu seduta sul pavimento della stanza. Il silenzio che circonda. Hai gli occhi chiusi, tendi le mani nel buio. Qualche nota inizia a fare capolino nella nebbia. Una, una, due, una ancora. Eccolo, lo scintillio che cercavi. Primo tassello della creazione. Forza da conservare tra le mani, da far crescere e poi da accompagnare. C’è ancora tempo per riflettere e per ballare, perdersi nella musica, la donna del cubo di Rubik si è alzata indispettita e ha gridato allo scandalo, non accetta che non si stia alle sue regole, l’uomo del mazzo di carte lo stesso, non troverà mai il suo ordine definitivo preconfezionato. So che la serata sta per chiudersi, preparo le copie degli album per chi vorrà acquistarle. Dentro c’è una lettera che Claire ha scritto per l’occasione, si chiama Life in the vivid dream e racconta del buio, della necessità di diradarlo, di fare luce, di come è dal nulla che nasce una nuova creazione, della magia originaria di tutto questo e della strada che fa. A momenti potrebbe scendermi una lacrima, e vedo avvicinarsi Claire. -Com’è andata? mi chiede. Ci abbracciamo. Le candele si spengono e si accende una scritta. “Beautiful”.

Filippo Redaelli

2. Wolf Alice – My Love Is Cool

Data di Uscita: 22/06/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Wolf Alice - My Love Is Cool

La solita strada non era più la stessa strada di sempre. Qui da queste parti d’inverno il cielo è bassissimo, grigio lana, ricoperto di fumo. Qui ad queste parti senti spesso parlare di giovani, dicono tutti molte stronzate. C’è un detto che è nato qui tra queste vie, tra questi incroci, tra queste case che guardano altre case. Il detto dice che se non scegli la chitarra ti ritroverai con una bottiglia in mano. Il giorno in cui ho conosciuto Ellie non ricordo se il cielo fosse particolarmente opaco, però mi ricordo che non pioveva, questo sì. Non sapevamo ancora che fare delle nostre vite, sfogliavamo le nostre passioni per non lasciarci travolgere dalle giornate. Stava per finire la scuola. Era quasi primavera. Guardammo uscire i bambini della Junior School dall’altro lato della strada. Dal nostro marciapiede due erano i posti che avevi a portata di mano. A destra un pub, a sinistra un negozio di dischi. E’ la nostra casa, la nostra realtà. Da qui Ellie guardò su, verso le finestre della scuola e immaginò alcuni dei suoi testi per le nostre prime canzoni. E’ una gioia indescrivibile essere riusciti a portarne alcune fino alla tracklist del nostro primo album. Tra poco arrivano anche gli altri del gruppo, l’uscita dell’album è una questione di una manciata di ore. Ellie sorride di gusto mostrando il suo dente canino, poi si fa più riflessiva e sembra un angioletto di quattordici anni che un po’ si vergogna ancora di parlare di ciò che la rende felice. Poco fa una ragazza le ha chiesto se poteva abbracciarla e farsi firmare il diario, poteva essere una vent’enne come noi o poco più giovane. Stiamo per entrare a prendere qualcosa al pub, c’è una parte all’esterno ma coperta piena di verde e con dei tavoli e delle panchine in legno antico che sono uno spettacolo. Che cosa ci facciamo qui oggi? Avete ragione, è giusto che voi lo sappiate. Oggi pomeriggio suoniamo alcune canzoni per il pubblico per accompagnare l’uscita del disco, stamattina ci siamo ritrovati a due passi da qui, a suonare e ad ascoltare le nostre canzoni, tutto ciò che la nostra testardaggine un po’ romantica e un po’ calcolata ci ha permesso, la possibilità di scrivere la nostra musica.

La solita strada in realtà era sempre sé stessa, sempre così. Movimentata dal suono di una chitarra elettrica tutto però partecipava un po’ di più della stessa atmosfera. Era una giornata qualunque che per qualche ora si è guardata allo specchio e riconosciuta con la sua giacca e il suo sorriso migliore, ho visto anche un vecchio professore della scuola affacciato alla finestra a guardare giù, battendo con le mani a tempo sul davanzale. Un’occhiata al manifesto con la copertina dell’album fuori dal negozio di dischi, un sorriso per l’abbraccio tra componenti del gruppo, Ellie al centro, e poi ecco le chitarre, loro che fanno ciao con la mano e si può incominciare. La sensazione da un anno a questa parte è che mancasse un gruppo del genere. Quanto ne avevamo bisogno, si sente dire tra il pubblico. Figuriamoci qui da queste parti. Di adolescenza, amicizia, sentimenti, paure, pagine di libri da incorniciare, sogni e testate contro alla parete però ne possono capire giovani e meno giovani di tutto il mondo. Oggi è il tempo di chi riesce a cantare di tutto quello che la realtà che ti circonda non ha e di quello che vorresti e di come tra tutto ci sia un equilibrio da cercare e ti si riempie il cuore se hai davanti a te una ragazza acqua e sapone che sente le stesse cose e che riesce a scrivere insieme al suo gruppo canzoni memorabili. Qualche gabbiano starà volando a bassa quota sul Tamigi, qualche chilometro più in là. Ellie si scosta i capelli dal viso con una mano mentre con l’altra accorda un attimo la chitarra. Accenna un sorriso. E’ quasi sera, è quell’ora di passaggio, non più giorno ma non ancora notte. I tavoli al pub saranno apparecchiati, leggermente si riesce a scorgere anche la luce del sole che tramonta.  La maggior parte di noi non abita qui, viene da poco lontano. Siamo a Londra ma per noi ogni giorno Londra è anche una conquista. Lo sguardo in su, di professori ora ce ne sono uno, due, tre in più, anche Mrs. Crown è arrivata ed ha aperto la finestra del suo studio.

Quel tempo si rivelò insieme di suoni, parole, soprattutto parole, immagini evocate, sorrisi, ah si soprattutto sorrisi, delusioni sospese, dibattiti inutili accantonati, discussioni taciute, sguardi d’intesa o d’amore ispirati. Da qualche parte e nello stesso istante qua.. il sole stava tramontando riflettendosi tra le lancette del Big Ben mentre Ellie sussurrava in un arpeggio di tenere i tuoi occhi luminosi su di lei, prima che non si disfi come la polvere, come la paura stessa, profonda sporca vasta come il peggior fondo marino, tieni i tuoi occhi come fari su di me, diceva, danzerò spazzando via il tempo marcio tra gli astri quando la luce fenderà la tenebra, come le luci dei lampioni nella notte e nella nebbia, percorrerò sentieri seguendo il dolce battito del cuore, ad altri lieve volterò le spalle, una scrollata di spalle, canterò.. Qualcuno starà guardando il sole scendere dando da mangiare agli scoiattoli di Hyde Park, Ellie e i  suoi cantano di amicizia, capelli spettinati e genuino divertimento, spensieratezza, vicinanza. Are you wild like me? Giusto qualche passo più in là sempre il Tamigi, il London Bridge, un altro tramonto che si fa accogliente sera, il ricordo del suo bacio più bello, il ricordo del pomeriggio in cui da irraggiungibile lei con una giravolta si era messa a passeggiare accanto a me, ogni gesto che si intreccia a comporre un mosaico che anche se disperso ora non fa più così strano. I could be your perfect girl, she sings.

And when we grow older
We’ll still be friends
We’ll still be lovers
We won’t fear the end

Poco più in là, dalle parti di Nottingh Hill, dove una volta usciti da una sala prove mangiammo per pranzo una crepes alla nocciola, la storia si ripete e un ragazzino imbraccia la sua chitarra elettrica e ricomincia la storia..One! Two! Three! Four! Five! Six! Seven! Gli piace quella ragazza ma non sa ancora dirle quanto è un sogno a parole, lei sorride perché crede che lui sia cool. Seduci la paura, falla indietreggiare, canta della tristezza, ridi, vedi quant’è misera, è come una piccola buia tetra città davanti ai tuoi occhi, senza orizzonti, l’incubo dell’impossibilità di giocarti la partita della vita con le tue carte..d’un tratto ti ricordi dove sta la tua meraviglia, i capelli raccolti in una coda di quella ragazza nella folla ti fanno sussultare di nuovo, ritrovi la via per la piazza centrale che credevi d’avere perso, ti ritornano in mente le parole di quella tua canzone. Go find something to eradicate this thoughts e sull’ansia che ti cancella le prospettive sul futuro e rende tutto spaesato ora ci scrivi un’altra canzone. Le chitarre, l’amore, l’amicizia, la musica. Le valigie sono ancora pronte, Americhe, Mondo, tutta l’Inghilterra, cieli cieli e cieli da accarezzare con la punta di un dito.

Su Londra Nord ora scende la notte, si accendono i lampioni, gli ultimi sorrisi, gli ultimi abbracci, le ultime fotografie si susseguono. I professori tornano a casa lieti e sorpresi della bella manciata di ore trascorsa, il disco viaggia per tutta la città verso altri negozi di dischi, verso gli aeroporti, le stazioni, i giardini, le camerette, i pub e le università. Le luci rimangono ancora un po’ accese, mentre i Wolf Alice mangiano e bevono qualcosa a due passi da dove hanno suonato, proprio lì alla destra del pub. La serata è scintillante, rilassata, lì tra il verde delle piante dell’esterno, sorrisi e scaramucce d’affetto e alcune piccole lanterne sopra ad una specie di pergolato, e la voce di Ellie che strimpella alla chitarra..

So teach me, teach me, teach me rock ‘n’ roll
My love bends rules
My love is cool
My love
la la la la
la la la la la

 

Filippo Redaelli

3. The Staves – If I Was

Data di Uscita: 23/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

The Staves - If I Was

Come il sole che sorge ogni giorno.

Era una delle solite serate cittadine di quel periodo, caratterizzata da molta fretta, corse su e giù per le strade per stare dietro agli impegni e, in aggiunta,le cicatrici di un amore travolgente e svanito troppo in fretta. Avevo i miei talismani, i miei angoli e i miei momenti di oasi. Era veramente da tanto tempo che non mettevo piede nel mondo della musica, sentivo nelle ultime settimane qualcosa nell’aria che lentamente mi stava comunicando qualcosa. Sensazioni, quell’aria più frizzante ed eccitante, riuscire ad intuire la possibilità di poter accedere a una concezione del tempo più rarefatta, accogliente, capace di aprire le porte ad un certo tipo di bellezza. Fu un amico musicista a chiamarmi qualche giorno prima, voleva sapere se, come mio solito, sarei stato al Black & White a mangiare e bere qualcosa e ascoltare buona musica. “Certamente, non manco mai. Specialmente di venerdì sera. Non rimarrai deluso, è come una casa”. La mia riposta dovette suonare grosso modo così. Beh, cosa c’è di strano, direte voi.. già. Cosa c’è di strano? Quella serata non fu una delle solite serate, uno dei soliti venerdì rilassanti e rigeneranti. Quella serata fu molto di più. Ricordo che rimasi letteralmente pietrificato con il mio bicchiere in mano dopo aver ascoltato per la prima volta le loro voci. Mi riferisco alle voci di tre ragazze, che poi scoprii essere sorelle. Di sasso rimasi. Completamente pietrificato da quella meraviglia. E poi..poi un sorriso spontaneo mi si stampò sul viso, guardai John incredulo, era una sensazione che non provavo da tempo così intensa. “Hai visto? Sono della mia regione, hanno anche suonato con Marie”. Queste tre sorelle, in semicerchio e in piedi al centro del palco, lunghi capelli scuri e visi puliti, cantavano armoniosamente sprigionando una bellezza che mi colpì dritto all’anima. Dopo ogni pausa il riascoltare quel canto sembrava un risveglio, una nuova alba. Come il sole che sorge ogni giorno, dissi a John, probabilmente. Ma non è tutto. Ci presentarono, parlammo di musica, di paesaggi e di canzoni fino a tarda ora, all’aperto, sotto le stelle. Qualche mese dopo ci ritrovammo per lavorare assieme. E’così naturale..spontaneo..Ah, quelle voci…

Siamo sempre più noi!

“Venite qui dai,un abbraccio tra sorelle”si sentì esclamare dopo che ascoltarono il risultato finale delle registrazioni. Ci furono degli istanti in cui nessuno dei ragazzi che stavano collaborando al disco si permise anche solo di chiedere il permesso per entrare nella stanza dove avvenne quell’ascolto. Tutto era lì, tutto nasceva da lì..con quanti ricordi, quanto tempo passato assieme..nella vita, in qualsiasi situazione quotidiana e nella musica, nel canto, sempre lì, in mezzo a una nota e ad un’altra, in assoluta e perfetta simbiosi. Si era creato qualcosa di raro e di prezioso durante le registrazioni dell’album. L’inverno stava scivolando sempre meno lentamente verso una splendida primavera e una canzone dopo l’altra si stava rivelando al mondo. Un passo dopo l’altro, dall’anima al canto, via fino agli strumenti, e poi gli incastri con le parole..”Sun!” Era febbraio, dopo qualche giornata di freddo e nuvolo tornò finalmente il sole. Le ragazze stavano cantando, una ad una corsero alla finestra per guardare fuori, poi presero le sciarpe e i cappotti per coprirsi meglio e spalancarono i vetri affacciandosi all’esterno. Un’aria freschissima e un tiepido calore solare entrarono in punta di piedi nella sala, loro cercavano di riscaldarsi il viso, altri preparavano caffè e respiravano a pieni polmoni la natura. “Eccola, è questa la fotografia di quel giorno! Guarda Emily sei tu!” indicavano le dita delle sorelle tra le tantissime polaroid che furono sparse su un vecchio tavolo in legno. “E qui stavamo completando Blood I Bled, guarda guarda si vede anche nei tuoi occhi la luce accecante del sole che invade tutte le cose e i pensieri, cercando di superare una ferita, avevi ragione, è proprio così il finale! Ah,e qui invece Steady, qui ancora Horizons, che meraviglia che è venuto il suo inizio..mi brillano gli occhi ogni volta.. Siamo sempre più noi..è bellissimo..è la musica che abbiamo sempre desiderato fare..”

Teeth White

Le percussioni incominciarono il loro incedere per sostenere la struttura della canzone che stavano per suonare, Jess passeggiando sul tappeto si sistemò la tracolla della chitarra e incominciò ad accennare la sua parte, tutto stava prendendo sempre più forma e le ragazze si stavano ritrovando a suonare tantissimo i loro strumenti, ancora di più che in passato, sempre più in controllo delle proprie voci sempre più in accordo, pian piano stava germogliando intorno al cantato un sottobosco sonoro molto raffinato, mai troppo invasivo, rami e foglie che si sviluppano secondo una natura ben levigata, ancora fresca, cesellata in ogni piccolo dettaglio. Camilla sorrise scostando i lunghissimi capelli da una parte del viso e con gli occhi abbassati quando paragonammo le qualità della loro nuova musica alle piante, agli alberi, al mondo della vegetazione e della natura in generale. Registrare e produrre musica con quelle atmosfere e basandosi su voci così genuine sottintendeva un amore per l’universo naturale sconfinato. In alcune canzoni ci ritrovammo a provare a riprodurre lunghe passeggiate per sentieri ancora in parte coperti da neve, corse per prati verdissimi, il fruscio delle foglie accarezzate dal vento. Detto ciò, la componente emotiva ed umana non poteva che emergere in egual, se non comunque maggiore, misura. E’ tratto intrinseco del loro modo di comunicare attraverso la musica, le note, le parole delle canzoni, le storie raccontate e gli orizzonti esplorati, gioiosi, rilassati o più sofferti e dolorosi, tendono naturalmente ad una sensazione di benessere..L’ho scritto in una lettera commossa alle ragazze, alla fine della creazione del disco, scrivendo come se stessi passeggiando tra le note di Teeth White, la canzone che meglio esprimeva in quel momento le mie emozioni..Cercavo in tutti i modi di trattenere quei sentimenti e quel clima che si crea intorno alla fine di un’esperienza splendida che ci ha arricchiti, come un viaggio. E’ un po’ come quello che succede quando ti rendi conto che ti piace una persona, e il suo modo di fare e di essere getta nuova luce su molti aspetti già conosciuti, rivelandone nuovi orizzonti, una nuova vita..e tu sei lì, di fianco, innamorato perso di lei e di questo modo di vivere..

Filippo Redaelli

4. Torres – Sprinter

Data di Uscita: 05/05/2015

Torres - Sprinter

Come i paesaggi che scorrono dal finestrino, come la visione d’insieme di una città che scintilla silenziosa nella notte, come l’ondeggiare calmo e regolare del mare di notte, luccicante tra le luci della baia e lo splendore lunare. Tu sei lì, a lato o di fronte, la testa leggermente reclinata o lo sguardo fisso davanti a te. Tu sei lì, tutto cambia ma l’animo, nel profondo, resta uguale..

Io esisto.
Io esisto e continuo a cercare.
Io esisto perché se tu cerchi non perdi la bussola.
Non posso fare altrimenti.
Così io esisto.
Cercando, è rimanere sempre sé stessi.
Restare fedeli a chi siamo sempre stati.

Hai un foglio di carta, una penna, una chitarra, ti senti in possesso delle chiavi di un qualche mistero e socchiudi gli occhi e sorridi. Com’è possibile, ho rincorso questo privilegio e ora lo tengo stretto al petto, lo trattengo nel mezzo della notte e ti prometto,non lo lascerò di certo sfiorire.
Ho qui davanti una parete bianca che a poco a poco si riempie degli anni passati, del presente e del futuro. Una cornice si disegna lato per lato, di legno, rompendo il silenzio. Dentro c’è una fotografia, prende forma una guancia,poi delle ciglia, la fronte, la pelle è chiara. Ecco gli occhi, il naso, un sorriso, lunghi capelli neri. Sono io, un po’ di anni fa. Dice lei. Un altro sorriso, più timido ancora mentre si scosta i capelli dal viso. Ecco comparire uno dopo l’altro gli scenari e gli oggetti sulla parete. Crescono i sentimenti,i dubbi, le paure, le gioie, le ferite, le promesse. Cambiano le espressioni, ma le intenzioni rimangono sempre le stesse. Come un po’ di tempo fa. Ad un angolo della stanza sta un amplificatore muto e al suo fianco c’è una torre di fogli di carta, note ed appunti di giorni, di vita. Ci sono gli orizzonti di Nashville che sanno d’infanzia, domeniche e adolescenza, c’è il coro della chiesa, la madre che la tiene per mano, la scuola, gli alberi, le canzoni country in ogni radio. Poi parte un video proiettato sul muro.. Un vialetto, la strada che scorre , le ruote di una bicicletta che girano.. Delle scarpe nere che camminano, la custodia di una chitarra acustica che si intravede. Le scarpe continuano, la custodia rimane a terra, dentro c’è la chitarra, una dissolvenza ci porta in una nuova scena.
Si sentono i piatti e il ritmo di una batteria in sottofondo,una voce femminile che sembra metterci l’anima nelle parole, una chitarra elettrica, pieni e vuoti,quiete ed esplosioni. Di fianco alla copertina di un vinile dei Nirvana appare la cover con sfondo bianco e figura in nero di una ragazza identica a quella della foto di prima nella cornice. E’ sempre lei, lei che ci sta guidando nella stanza. La musica continua, raggiunge latitudini impensabili per quella ragazzina che voleva solo guardare un po’ il mondo. Un aeroplano svetta nel cielo e rompe le nuvole, l’orizzonte si riempie di luci, ma non sono solo stelle. E’ New York, scoperta in una notte d’estate e ondeggiante come se fosse l’oceano, il mare. Il treno di una metropolitana sfreccia davanti ai suoi occhi, vede le vetrine dei negozi, la gente passeggiare, nuove amicizie nascere come fiori tra le rocce grazie alla musica. Lei scrive, pile di libri crescono tra corde di chitarra da buttare e poltrone, occhi che si incontrano e che possono scacciare il terrore. Perché il mare è nero e il mare è azzurro, a volte le mareggiate portano burrasca, lampi e troppi dubbi e cicatrici nella mente da attraversare. Non è una novità ed è così che è sempre stato e la capacità di fare fronte anche a questo non può che migliorare. E così lei canta, e accompagna con la voce il furore nel finale di una canzone. E così lei suona,e addomestica l’azzurro e la calma di una sera mite come se ci stesse portando in giro per le vie della città tra il brulichio dei lampioni, degli alberi verdi e dei bar, di un’aria che sa di promesse. La vedo commuoversi, la vedo crescere. La sento sicura, sempre più consapevole. Mentre scorre la storia le vedo comparire una scritta tatuata sull’avambraccio sinistro. Strange Mercy. Un altro dei vinili appesi alla parete. Sembra proprio tutto un grande viaggio, l’insieme sfumando e aggiungendo particolari alleggerisce gli incubi e gli abissi del cuore. Lei intanto taglia le maniche di una maglietta per farne una canottiera e mi spiega di come tutto questo mosaico, nei giorni peggiori, le sembra poter svanire di colpo, perdere consistenza, scomparire del tutto, e accentua con le mani il discorso. Rimane tutto vuoto, tutto. E’ un’illusione, ma come i sogni bisogna ascoltarla e allora finisce anche nelle canzoni per essere esplorata e addomesticata. Poi ricomincia a ricomporsi tutto, e tutto ritrova il suo posto nel cosmo. Sempre più a suo agio.
Mentre la saluto mi dice che deve tutto a quella chitarra elettrica sdraiata al centro del pavimento a guardare il soffitto e a guardare fuori dalla finestra la notte. Qui tra le note, i ricordi, la vita e i passanti
prendono forma splendide graffianti canzoni, splendide nuove rassicuranti canzoni per persone che cercano anime affini. In un pomeriggio qualunque di un gennaio di qualche anno fa in tanti al primo ascolto di Honey, la canzone con cui si è fatta conoscere al mondo, hanno pensato di trovarsi davanti ad un classico. Non immaginavamo fosse scritto da una ragazza nata nel 1991.
Qui è una di quelle notti in cui la musica è vita e vince comunque. Come guardando Nashville dal finestrino, come vedendo le luci scintillare sopra New York o l’oceano, il mare. Tra gli ultimi saluti mi accorgo che i suoi capelli stanno cambiando colore, è una conseguenza della creazione. Da scuri diventano biondi, di un biondo molto chiaro che scende a contrastare con i vestiti totalmente neri. Ma non è un cambiamento, il cuore rimane sempre lo stesso,ormai si sa. La chitarra elettrica è attaccata all’amplificatore e diventa rumore senza essere ancora nota.
Noi siamo qui, vedi? E con una mano sfiora la parete, tutte le immagini e i video e le storie della sua vita vanno avanti e indietro senza fermarsi, può scegliere lei a quale punto fermarsi o quale scena riprendere.
E’ tutto qui.
Un arpeggio di chitarra dà il via a una canzone.

Filippo Redaelli

5. Blur – The Magic Whip

Data di Uscita: 27/04/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Blur - The Magic Whip

Tra le insegne al neon degli sguardi si cercano, vengono intervallati da luce artificiale, la sfidano, riescono ad incontrarsi. Tra i grattacieli che sembrano non avere limite si apre il mare, infinito, bellissimo, è sempre mare.. Da un baracchino all’angolo della strada, tra le suonerie e le notifiche degli smartphone, arriva una canzone, come ad aprire un varco in un tempo che va secondo leggi differenti..Mentre i treni della metropolitana si fermano e ripartono tra una stazione e l’altra, il sussurro del piatto di una batteria s’insinua nel silenzio di una sala prove, cresce, viene accompagnato da suoni elettronici, poi rinforza il tutto il ritmo un tamburo..All’ora di pranzo e nel primo pomeriggio c’è sempre molto viavai per le vie della città ma la frenesia diminuisce, a passeggio alcune solitudini s’incrociano, sondano il terreno per un incontro, una possibile camminata a braccetto..Un altro ordine e poi forse si può fare una pausa, è il quadretto al ristorante take away là dall’altro lato della strada..c’è una radio bassissima in sottofondo, il ragazzo dietro al bancone si toglie per un attimo il cappellino e si strofina la fronte..Una dopo l’altra, una sopra l’altra, su e ancora su, fino a che punto del cielo? Le finestre, a volte vedi delle tende e a volte no, vetro affacciato sulle vite umane, storie intraviste e immaginate, quasi ti senti un esploratore dello spazio a quell’altezza, nella percezione della moltitudine..Un uomo inglese guarda verso un cartellone pubblicitario pop e, dopo essersi sistemato la giacchetta di jeans, estrae dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di sigarette e guarda verso tutte quelle immagini..C’è una coda fuori dal negozio di fumetti, arriva fin sul marciapiede, c’è anche una mostra di design nei paraggi..e giù nella sala prove si sfoglia privatamente, ognuno nella propria memoria, l’album dei ricordi di famiglia, guardandosi negli occhi come in un abbraccio continuato..La tracolla della chitarra è al suo posto, la maglietta a righe è nella storia ad Hyde Park e ritornerà presto, la Fred Perry lì, anche lei al suo posto, la penna scrive e scrive sul foglio e la vita si rivela dentro alla canzone, il cuore in mano, sul tavolo, o dove piace immaginarlo ad ognuno di voi, incredibilmente toccato, commosso..la Musica dal suo regno fa un occhiolino, il lavoro è andato a buon fine, ringrazia.
Uno,due, tre..e la mano sinistra compone il primo accordo al pianoforte, le luci dei grattacieli e i volti degli abitanti e dei turisti filtrano nella composizione e si confondono tra loro. E’ il tentativo di parlare direttamente dal cuore della città, della vita della metropoli. Una metropoli che è unica e tutte le altre metropoli. Allo stesso tempo. Un ragazzo esce di casa e decide di fare una passeggiata rilassante fino al lungomare, poco prima dell’ora di cena. Vuole ascoltare il vento per i successivi trenta minuti, magari insieme a qualche canzone, magari togliendosi una delle due cuffiette ogni tanto..e accogliere ciò che in quel momento può offrire lo scenario cittadino..una risata..una sirena..un saluto..un motore..musica soffocata dalle pareti di un locale..campanelli di biciclette..libri che vengono sfogliati..tintinnio di bicchieri di vetro.. Davanti agli occhi le possibilità sue e di centinaia e centinaia e centinaia di altre persone come lui..lì,tra i confini indefinibili delle nostre nuove città..dove sempre di più l’umano e il naturale tornano a cercarsi, a sfiorarsi, ad attrarsi, e comunque battono cuori come poesie o tamburi.. Questa musica è lì, al centro di questi movimenti, nel cuore che batte e che non si arrende di chi ha intravisto la bellezza e non smette di andare a riprendersela..Tra gli schermi che trasmettono vetrine sfondate e panchine in fiamme e gli occhi di una giovane ragazza straniera venuta da lontano e i suoi jeans neri tagliati sul ginocchio, tra la terrazza più alta del centro che ospita i bicchieri dei cocktail degli aperitivi e le fiamme degli accendini ad illuminare la sera da tanta altezza.. E sulla stessa terrazza, ora spoglia, in un’altra sera..solo gli strumenti di un gruppo musicale pronti a risuonare con la notte e le stelle, artificiali e non, ad accarezzare lo sguardo della luna, sempre la stessa, sempre così diversa, ad accorgersi che i ritorni accadono e hanno anche una loro grazia e che, in fondo, un tutt’uno è la storia che abbiamo da raccontare..Sembra di vederli luccicare quegli occhi nella notte..tra le note che si adagiano ed insinuano tra i rumori della città e tutte le sue vite intrecciate..Raccogli da terra il mio cuore di terracotta che non so più se è in pezzi o ancora intatto, so che da te sta per risvegliarsi il giorno mentre qui il cielo sta diventando blu tra le foglie degli alberi di ciliegio. Non vedo l’ora di stare con te.. Nello stesso istante in cui il ragazzo è uscito di casa per andare verso il lungomare, una ragazza si lega i capelli in una coda, prende il suo I-pod ed esce di casa..guardano la città..i loro corpi si sfiorano..premono il tasto play e ascoltano la stessa canzone.

Filippo Redaelli

6. Beach House – Thank Your Lucky Stars

Data di Uscita: 16/10/2015

Beach House - Thank Your Lucky Stars

Rebecca aveva tenuto in serbo il tubino di velluto nero per La Grande Occasione nell’armadio in mogano della stanza degli ospiti, tant’è che per fortuna iniziò a subodorare per tempo l’avvicinarsi dell’incontro e risparmiò a se stessa, ad Antoine e agli altri avventori del ristorante francese all’angolo tra la 65ma e Park Avenue l’imbarazzo dell’odore di lavanda mescolato alla naftalina.
Dal canto suo, nemmeno Antoine era rimasto immune dal trambusto interiore sollevato da quell’agognato appuntamento: la scelta del momento opportuno per porgere l’invito, le mani sudate strofinate sulla lana dei pantaloni, lo sguardo basso con la speranza che le irregolarità dell’asfalto gli suggerissero le parole migliori per assicurarsi un successo. Poi, come spesso accade, la semplicità di un gesto come un braccio attorno alla vita di lei, nell’atto di accompagnarla con delicatezza dal freddo della strada al tepore dell’ingresso di casa, uno sguardo in cui l’amore si vestiva prevalentemente di premura, sciolse con naturalezza ogni impaccio e la proposta sgorgò fluida. Altrettanto naturalmente venne accolta, con entusiasmo: gli occhi luccicanti di Rebecca non ammettevano menzogne.
Antoine si era messo in cammino con largo anticipo, con l’intento di far sbollire l’adrenalina tra i gelidi sentieri del Central Park. Il crepuscolo stava calando tra le fronde, i vivaci aranci e marroni andavano scurendosi passo dopo passo avvolti dalle ombre lunghe, mentre i lampioni si accendevano in una progressiva danza luminosa. Il cielo era terso, le costellazioni fissavano l’uomo dall’alto come numerosi occhi benevoli, da quell’infinita distanza avrebbero vegliato sulle sue mosse leggermente impacciate.
Rebecca, dal canto suo, era stata incastrata da un fastidioso turno lavorativo che avrebbe irrimediabilmente stretto i tempi; tanta cura per i dettagli ma all’ultimo si era arresa all’ufficio, alle scartoffie, a un cambio d’abiti d’emergenza nel bagno al ventesimo piano di quell’asettico open space, senza dubbio tutt’altro che pulito a fine giornata. Poco importava, una volta indossato il vestito e rinfrescato il trucco un nuovo sipario si sarebbe aperto e i registri contabili sarebbero spariti di fronte al taxi che attendeva in strada, tra le luci di New York sempre cariche di promesse.
Il ristorante era molto piccolo e i tavoli erano abbracciati dalla penombra per proteggere l’intimità degli avventori. Antoine era da poco arrivato e aspettava Rebecca a fianco all’ingresso, con una sigaretta tra le labbra. Il fumo si mischiava nell’aria al vapore caldo del respiro, ma quando lei scese dal taxi gli sembrò di sentirsi mancare il fiato. Dissimulando disinvoltura le andò incontro con un ampio sorriso, le cinse le spalle con un braccio aprendo la porta con la mano libera. La prenotazione previdente aveva loro garantito riservatezza in angolo del locale, le vetrate a tutt’altezza su ambo i lati, tuttavia, li scoprivano agli occhi dei passanti veloci e al flusso di auto nel crocevia contiguo. Nessuno dei due sembrava curarsene, la cornice era senza dubbio perfetta per siglare un tenero inizio all’interno della magia unica di quella metropoli brulicante di desideri e realizzazioni. Le bollicine dello champagne e un primo brindisi ammorbidirono i nervi un poco tesi e spezzarono gli indugi; dopodiché fu semplice per entrambi cedere alle chiacchiere a bassa voce tra sguardi intensi vicendevoli e le guance leggermente arrossate, per lo sbalzo termico e per le emozioni. Si sfiorarono le mani più volte scegliendo le portate dal menu, quei gesti dapprima esitanti guadagnavano dimestichezza col passare dei minuti e una musica soffice riempiva i silenzi con delicatezza, prendendosi lo spazio opportuno senza sovrastare le loro parole. Rebecca dopo un po’ nemmeno si accorse più del ricciolo che imperterrito le cadeva sulla fronte rovinando la precisione dello chignon ben tirato indietro, lo lasciò fare mentre rideva e sorrideva, rapita dall’intelligente ironia di Antoine che nel frattempo si era sbottonato il cardigan e si era abbandonato sullo schienale della sedia, col calice di vino in mano. Prima le zuppe, poi i formaggi e la carne, infine i dolci sontuosi e abbondanti; le canzoni scorrevano nei loro discorsi come miele, una voce femminile accarezzava e lambiva i riverberi, intrecciata alle sognanti melodie dal sapore di stelle e caramello. Se avessi potuto sbirciare la situazione da una finestra qualunque del palazzo di fronte, avrei detto che ogni tassello si trovava al posto giusto e nessuna sceneggiatura di nessun film avrebbe descritto in maniera più convincente lo sbocciare di un amore a Manhattan. L’aveva corteggiata per settimane, al bistrot ogni mattina la osservava tra le pagine di un quotidiano, poi passò a offrirle un cappuccino, quindi le rivolse qualche cortese battuta per stabilire un’intesa. Rebecca sembrava gradire ogni attenzione, col suo timido linguaggio corporeo comunicava un interesse contraccambiato, ma Antoine temeva di andare incontro a un rifiuto quella sera che si incrociarono per una casuale circostanza all’uscita della metropolitana e lui propose di scortarla fino a casa. Lì raccolse il coraggio e formulò l’invito, sorprendendo addirittura se stesso per essere riuscito ad assecondare l’istinto senza troppe remore.
Man mano il ristorante andava svuotandosi, ma le loro conversazioni non accennavano a scemare; la colonna sonora onirica, sfumata da scie evanescenti, impreziosiva anche i gesti più semplici. Erano rimasti solo loro, i camerieri riassettavano la sala quando Antoine si alzò e, con un elegante baciamano che profumava di classicismo ed eleganza senza tempo, attirò a sé la ragazza, in un lento ballo guancia a guancia, fino al completo svanire delle note.

Federica Giaccani

7. Beach House – Depression Cherry

Data di Uscita: 28/08/2015

Beach House - Depression Cherry

-Vuoi credere a tutto quello che sto per raccontarti? Ci sei dentro tu.
Così per rispondere hai sorriso, uno dei primi sorrisi in cui ho visto un’altra parte di te, magnifica e spontanea. Chissà cosa stavi facendo un’ora o qualche istante prima che ci incontrassimo, se fossi di fretta in ritardo o nervosa, serena, con o senza pensieri. A poco a poco il sole cercava di farsi largo tra alcune nuvolacce di un grigio strano, con qualche sprazzo d’amaranto quasi. Cosa sta succedendo in città? T’immagino morderti le labbra come stai facendo ora in mezzo alla folla della strada, mi sembra di vederti guardare all’insù senza chiederti troppo cosa potesse avere in serbo per te la giornata. Lì, mentre i tuoi denti lasciavano le labbra, probabilmente stavo seduto al tavolino di un bar, il giornale già letto e ripiegato a fianco della tazzina del caffè vuota e un libro aperto con le pagine per un attimo all’ingiù, contro la tovaglia, perché stavo rimettendo via il telefonino e dando un’altra occhiata fuori dalla vetrata. Non mi sbaglio di molto, molte mattine incominciavano e incominciano ancora così. L’universo giocò le sue carte, e tu spero sappia quanto le credo in ogni momento bellissime, nell’olimpo delle mani che ha giocato al mio tavolo. Un raggio di sole illuminò la pagina che stavo percorrendo con la vista, una calle via l’altra di Barcellona in cerca di vita, dammi ancora il vento e la luce che brilla negli occhi delle donne e degli uomini di un gran romanzo spagnolo per ascoltare il mondo come una canzone che va, leggera, come un peso gettato a mare, come la sensazione di casa. Come i sensi che si risvegliano perché credono di scorgere il miracolo, si destano meravigliati, riconoscono un suono, gli verrebbe da socchiudere gli occhi a godersi lo spettacolo del calore che pian piano riaccende la pelle. E poi? Quella passeggiata per la città appena sveglia alla mattina, accogliente, eppure timida, come la tua mano che si stropiccia gli occhi ancora assonnati tra le lenzuola, quell’aria di primavera carica di promesse. Non ci saremmo incontrati se ognuno dei due stesse esattamente sognando dell’altro. Come un fiore che spacca una roccia sei stata altro dai grattacieli, dalle discussioni inutili, dalle altre così piene d’orgoglio e superficialità, qualcosa che m’ha fatto all’istante dimenticare tantissime parole vuote, tutta questa necessità d’esibirsi, tutti brani che per fortuna alla radio qui non passano più. Abbracci il cuscino come ho abbracciato quest’avventura, come hai fatto anche tu, qualche cenno d’intesa, uno sguardo alla luna, un abbraccio stretto che sa d’infinto, il battito del cuore come una canzone che tenevi nascosta chissà in quale posto, io, tu. Ribaltare nessuna abitudine, solo sentirle meglio con uno sguardo in più, guardare fuori dalla finestra e decidere di guardare avanti sempre, ripensare ai giorni più fragili come al primo passo verso a una ricchezza, ché prima o poi se vuoi che la meraviglia brilli nei tuoi occhi, due o tre cazzotti con la realtà ti toccano per forza, prima o poi. Ti dicevo che Hemingway sosteneva che le sue opere fossero solo la punta dell’iceberg, quello che si vedeva, e che sotto il mare stava tutto il resto della storia, e a te piaceva pensare che tutto ha avuto un senso, e che la cima della montagna è l’attimo presente a cui abbandonarsi, a cui dare tutti se stessi, dopo aver scelto la finestra da cui affacciarci alla mattina per dare il buongiorno alla nostra vita. Ti rigiri su un fianco e i tuoi capelli sul tuo corpo sono l’universo, il primo caffè del mattino, sentirti accanto di notte, gli occhi con cui guardo verso il mare. Mi dico, ma hai visto come si può abitare la propria vita in modo gentile? Tutto quello che non conta e non deve contare più cacciamolo sotto all’iceberg, aspetta te lo disegno qui con la matita sul foglio di carta, vedi? Guardo e ascolto. Qui stiamo io, tu, noi ora, quassù. In una valigia immaginaria ci portiamo sempre dietro quello che da sempre ci occorre, in una casa sulla spiaggia tutto quello che ci rende migliori trova il suo spazio in continuazione, in un continuo adattamento. Che dici di tutto quello che ti ho raccontato? Ti ritrovi? Lo lego tra i miei pensieri così, disse e si legò i capelli in uno chignon. Stretto così, tra i più belli, come quello che avevi al ristorante quella magica sera. Tutto un quadro in cui mi ritrovavo, che amavo, come scendere a fare colazione, prendersi il tempo necessario, le canzoni che mi solleticano il viso e quelle che dicono che la vita è qualcosa di più.

Filippo Redaelli

8. Julia Holter – Have You in My Wilderness

Data di Uscita: 25/09/2015

Julia Holter - Have You in My Wilderness

Un gesto così semplice, le braccia che volteggiano in aria per stendere la stoffa ben stirata e adagiare la tovaglia di sangallo sul tavolo tondo, e tutto s’impregna per un attimo di quell’odore di bucato che riporta indietro nel tempo, e nello spazio. La mamma e la nonna, il profumo di pulito nei vestiti di tutti i giorni che ritieni scontato come i nei che vengono e restano lì, come i mobili che erano già al loro posto ancor prima che nascessi, e le fragranze della cucina riconoscibili anche ad occhi chiusi. Quei dettagli che messi tutti assieme formano una mappa invisibile e speciale che porta, inevitabilmente, a casa.
La prima cosa di cui mi sono preoccupata, una volta approdata a pochi passi dall’oceano, è stata collocare il pianoforte. Eccolo lì adesso, non ha dovuto sgomitare per accaparrarsi la posizione migliore col mare in faccia e la luce che lo inonda su tre dei quattro lati, un palcoscenico naturale che altro non è che l’intimità di questo rifugio inaugurato da poco. Dispiego la tovaglia di sangallo con un movimento fulmineo e deciso, tuttavia elegante, e l’aroma di mughetto mi entra nelle narici violento e dolce, fresco, a ricordarmi che casa è qui, ora. Appoggio vecchi libri e qualche fotografia, gli ultimi rimasti dal fondo dello scatolone, mi tolgo le scarpe e corro d’istinto tra le dune che separano questa dimora con le pareti bianche e azzurre dal profondo blu del mare. Il vento accarezza la superficie liquida, la increspa e ne plasma irregolarità spumeggianti; a terra solleva la sabbia, muove gli arbusti e mi scompiglia i capelli ormai salmastri. C’è una luce bellissima tra le nuvole che migrano sopra la mia testa. Ho questo motivo che mi rimbalza alle orecchie e mi fa muovere il capo ad un ritmo scanzonato, solleverò le ginocchia per vincere la presa del saliscendi dell’arenile, mi precipiterò in casa a fissare la melodia in scarabocchi sparsi e note leggere sui tasti bianchi e neri, poco importa se spargerò granuli nel mio percorso, come le briciole di pane di qualche personaggio fiabesco. Anzi, forse romanticamente è sempre un ritrovare la via, the sea calls me home. La prima notte qui non riuscivo a dormire, avevo troppa euforia da smaltire e cambiavo stanza come un’anima in pena, desiderosa di nutrirmi di questi nuovi scorci inediti, di assorbire ogni cosa e diventare in prima persona parte di questa meraviglia. A monte le macchine sfrecciavano lungo la litoranea, le scorgevo dalla mansarda allontanarsi rombanti tra palme e lampioni; fantasticavo sul loro tragitto, fatto di velocità e sicurezza. A valle le onde rompevano un irreale silenzio, il riflesso della luna tagliata a metà rischiarava l’orizzonte e mi permetteva di discernere sagome e contesto; fantasticavo sul futuro. Il mattino seguente riposi in garage i colori tenui e mi vestii di rosso, era tempo di riappropriarsi di un’identità netta e priva di filtri, il beige del bagnasciuga sarebbe stato sufficiente ad attutire un impatto forse troppo forte per nitore, per sfrontatezza. Un atteggiamento però privo di superbia, lasciatemi spezzare una lancia in mio favore, parlo così per libertà acquisita, per un profondo senso di appartenenza e perché adesso, qui, riesco a raccontare di me col cuore in mano. Sono ancora affezionata ai chiaroscuri ma ho imparato anche a lasciarmi andare agli estremi, ai luccichii puri e alle ombre profonde; per quando vorrò coprirmi di mistero ho già predisposto stoffe velate alle finestre e quegli strati di dissolvenze cangianti e riverberi di cui mai sarò esausta. Mi catapultano senza molti giri di parole in atmosfere sospese e senza tempo, ed è una cosa esaltante ché è come camminare in punta dei piedi sopra epoche, affacciarsi e ritrarsi e lasciare comunque qualcosa di sé.
Sembra ieri ma son trascorsi alcuni mesi, nel mio vecchio appartamento vittoriano di città mi circondavo di oggetti bizzarri che potessero emanare calore per scaldare almeno un poco quell’aria asettica fatta di grattacieli in vetro acciaio disposti a perdita d’occhio col copia e incolla. All’interno delle mura domestiche mi sentivo protetta e accudita dalle piccole dimensioni e dal legno, dalle tende, dalle stampe alle pareti, ma una volta fuori la vertigine prendeva il sopravvento, e lo skyline di verticali oltre l’enorme parco a Sud mi faceva rabbrividire e sentire minuscola, impigliata nella crudele rete delle insicurezze. Nessuno al tempo mi aveva mai esortata a confidare nelle luci della sera, che sono sempre le stesse da qualsiasi angolazione e disegnano anch’esse una mappa, un sentiero da seguire. Adesso potrei collocare le stelle nella giusta posizione malgrado l’azzurro del cielo, come se fosse buio e come se la sabbia tra i piedi si tramutasse in piastrelle della mansarda e poi nel feltro del cuscino della sedia grazie alla quale riesco a emergere oltre il tetto dall’abbaino e prenderla addosso tutta, la notte, qui.
Il problema è che fatico a distinguere tra sogno e realtà, o meglio – mi diletto a mescolarli perché in fondo c’è più gusto. Da quando ho ripreso a comporre, le melodie si affastellano attorno a me e s’intrecciano tra loro, devo essere rapida e scaltra e fissarle una volta per tutte, allenare la memoria affinché vinca la confusione da eccessiva proficuità; fischietto allegramente lo stesso motivetto mentre immagino il sax che arriva di soppiatto e libra la sua voce sovrastando il resto. Ho attraccato a questo porto con una valigia colma di visioni musicate e registrazioni collezionate in giornate dense di suggestioni da manipolare e tramutare in qualcosa di tangibile. Poi è arrivato il mare, lo stesso che avanza e si ritrae dinanzi a me adesso, ed è arrivata Los Angeles. Ieri mattina mi attendeva l’ensemble per impreziosire le composizioni con cori, strumenti ed effetti; è stato solo un assaggio di ciò che avverrà nel prossimo futuro ma ora tutto inizia già a sapere di semplice grandeur, come un immenso musical che fluisce tra una storia e l’altra ma più votato alle contaminazioni, come un’opera degli Air che perde di pura rarefazione e diviene materia, dove il pop va a braccetto con jazz e psichedelia nel modo più naturale possibile. Si sono tutti complimentati per Vasquez e sono arrossita di imbarazzo e un leggero e vezzoso autocompiacimento. All’uscita la sera stava calando e l’ebbrezza mi trascinò zigzagando tra le auto e i taxi e le insegne abbaglianti, ubriaca di tutto senza bisogno di alcool, ma il mattino arrivò svelto e luminoso, tra una tazza di tè e nuovi accordi al pianoforte.
In fondo quello che mi preme è narrarvi il mio mondo, funambola tra sipari onirici e la semplicità del concreto, e la mia voce arriverà squillante come una tromba all’orecchio o morbida come un sussurro a mezzo palmo dal lobo. Sentirete i respiri, le pause e la fragilità quando si spezza e sibila, sentirete gli spigoli e le inflessioni, la durezza perentoria e lo sgorgare cristallino. E adesso corro davvero in soggiorno, ché il ricordo non è eterno e questa melodia ha urgenza di essere arrestata nel suo volteggiare; proprio adesso che l’acqua è arrivata a bagnarmi i piedi in un’onda imprevedibile.

Federica Giaccani

9. Waxahatchee – Ivy Tripp

Data di Uscita: 07/04/2015

Waxahatchee - Ivy Tripp

Umano e naturale, rami che si protendono e fotografie scattate di sfuggita ma meravigliosamente evocative, così vere.
Una canzone che s’insinua in piena giornata estiva, fa caldo, non troppo, il ritmo è la strada che scivola lenta e veloce, pare quasi un sogno, chiudi e apri gli occhi, buongiorno di nuovo mondo.
Un abbraccio può sciogliere un momento no o quella sensazione spiacevole, la rivincita come la musica sale, gentile, metti nella tasca dei pantaloni dei ricordi migliori, così parte subito un sorriso.
Un dito percorre il finestrino e pare di vedere tutto: la spiaggia, il cielo di casa, il cielo in viaggio, i tuoi occhi, i miei riflessi, il mare, l’estate che va, e che va, salsedine sulla pelle, un ritmo che tiene su, una danza, un bacio sulla spalla, il sole che scalpita, il mare che si confonde con l’orizzonte: splendido..
Un dito che gioca con lo stesso tasto sul pianoforte, da fuori, attraverso la finestra che da sul giardino, ti vedo al centro della stanza suonare. La nota riempie l’atmosfera, ora si sente libera di farlo, basta anche così, senza malumori, basta davvero così.
Puoi anche scrivere una canzone racchiusa in una sola nota e farle girare il mondo, vederla sconfiggere il vento e la tempesta, pian piano sentire una batteria che prende corpo, sorregge e si guarda in giro, come due sguardi s’incontrano inaspettatamente, il mondo gira, su il sole guarda, un cenno d’intesa: come una parola giusta al momento giusto, lieta sorpresa.
Occhiali da sole, ritmo che batte, spiaggia che scorre, sabbia che vola, il mare balla un valzer, andiamo e torniamo, ritmo che sbatte, sabbia tra i capelli, come trovare una canzone che s’incastri perfetta in mezzo a questo buon vento..
Resistere, navigare piano, saper fare ordine, vedere con altri occhi anche l’attracco al porto, scoprire un bar nelle vicinanze, guardarsi attorno e non temere la notte, riempirla di canzoni..
Di volti, di un volto solo, del mare, dei rami degli alberi, di parole, di ritmi, bassi, batterie, vestiti nuovi, vestiti vecchi riadattati, dischi di dieci anni fa, dischi fuori moda..
La puntina si ferma: lasci a terra la chitarra elettrica e prendi l’acustica in mano
Partono gli accordi: l’estate, il mare, casa, la voce
Meglio di così è difficile..
Partono gli accordi: la memoria, la luna, casa, in viaggio, una voce
Senti qua..
Un raggio di felicità così semplice?
Senti,
senti qua..

Filippo Redaelli

10. Peter Kernel – Thrill Addict

Data di Uscita: 19/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peter Kernel - Thrill Addict

“You know when you do something that you know you shouldn’t do but you do anyways? And it turns out a mess so you say to yourself “I won’t do it again”, but after a while you do it again and again and again? This is Thrill Addict” (P.K.)

La casa circondariale aveva pareti spoglie, quel bianco freddo e perfetto da tinteggiatura recente, le luci al neon e corridoi tentacolari. Fuori il sole splendeva nel cielo terso e azzurro, la neve sulle cime delle montagne avvolte come una sciarpa soffice attorno al centro abitato riluceva sotto i tiepidi raggi, e appariva viva. Nora se ne stava seduta su una panca, con le ginocchia raccolte al petto e tutto il corpo addossato allo spigolo, come a sperare che i muri stessi potessero fagocitarla e risparmiarle quel calvario che solo una reclusione poteva provocarle. La larghissima felpa di quel giallo sbiadito amplificava l’impressione di mestizia che già di suo le aleggiava addosso; sotto aveva ancora il pigiama, così l’avevano sorpresa gli uomini della sicurezza quando si erano trovati nel mezzo di una battaglia domestica, i capelli arruffati e un cimitero di piatti in frantumi tra i piedi nudi.
Nico si trovava nell’ala opposta della struttura, in una realtà così piccola e talmente poco pericolosa non esisteva distinzione tra carcere maschile e femminile, bastava separare in due parti il medesimo complesso edilizio. Lo avevano strattonato fuori casa con ancora il pugno alzato, minaccioso, mentre l’altro brandiva con determinazione la prima padella che gli era capitata sotto mano. Scalzo anch’egli, e per giunta in mutande, gli avevano dato giusto il tempo di infilarsi un paio di jeans e delle ciabatte logore.
L’arresto poneva fine, almeno per la durata della detenzione, all’esasperazione del vicinato dopo mesi di ostica convivenza con questa coppia dagli eccessi facili. Le urla riversate in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte, le fughe plateali e gli altrettanto plateali ritorni all’ovile, le porte sbattute e gli oggetti che volavano dalle finestre, fino a infrangersi al suolo – nelle migliori delle ipotesi – se non addirittura sulle automobili parcheggiate. Ne avevano avuto abbastanza, e finalmente sarebbe calata una notte serena e stellata, in silenzio.
Lo scorrere monotono del tempo dietro le sbarre costringeva Nico a Nora a rifugiarsi, entrambi, nei loro spazi casalinghi, nelle loro abitudini da liberi, nelle piccolissime cose che lì dentro si erano ingigantite come una smagliatura in una calza velata. Un sentimento viscerale li teneva insieme nonostante gli schiaffi e le brutte parole che potevano sfuggire da qualsiasi premuroso controllo; non erano tagliati per le mezze misure, l’amore assoluto comportava il prendere o lasciare senza negoziazioni, implicava gesti di cui pentirsi in un secondo momento, ma che prima o poi avrebbero senz’altro ripetuto, in recidivo disequilibrio carnale, allo stesso tempo annichilente e totalizzante. Malgrado le liti furibonde e le divergenze, non avrebbero mai rinunciato alla loro strampalata e bellissima unione. Segregati alle estremità del carcere, avevano iniziato a patire la reciproca assenza già dopo poche ore dall’allontanamento, e i giorni seguenti sembravano tutti troppo uguali, cadenzati da quei pasti disgustosi che consumavano con inerzia soltanto perché non avevano altro da fare; i loro corpi cambiavano nervosamente posizione di continuo, in una smania feroce, mentre la mente si aggrappava salda ai particolari del quotidiano, là fuori. Il bilocale in un sottotetto alle pendici del monte più alto della regione era rimasto a soqquadro dal momento dell’arresto, chissà se qualcuno si era preso il disturbo di andare, perlomeno, a chiudere le finestre. Nella solitudine coatta riusciva spontaneo tornare tra quegli spazi condivisi, tra i vinili accatastati nello scolapiatti in mezzo a coperchi di tutte le dimensioni, tra le piante grasse che avevano gradualmente conquistato ogni interstizio, tra le coperte e i panni da stirare lasciati a decantare per giorni sulla sedia a dondolo accanto al caminetto. Bastava poco per essere felici, azionare il giradischi con del rock dalle tinte intime e liberatorie, ordinare pizza o kebab da asporto, cantare, suonare il basso e la chitarra, fare l’amore. L’introspezione indotta dall’isolamento portava a sperimentare la terribile mancanza anche dei dettagli sgradevoli, delle ascelle pezzate di sudore, del disordine altrui che limitava la libertà del proprio, del soffritto di cipolla la mattina seguente una sbronza epica. Era come passare allo scanner ogni poro, ogni sussulto, ogni imperfezione. E tuttavia l’istantanea risultante era bella, era forte, era rock, era amore.
It’s not about being the best at anything, it’s about finding your own way”/ “It’s about screaming your heart out”
Non vi era altro da fare se non cercare una via di fuga. La soluzione assunse le sembianze della stretta cerchia di amici che andavano a far loro visita negli orari in cui era concesso: stabilirono un linguaggio in codice per trasferire informazioni e accordi da uno all’altra, e viceversa, attraverso i colloqui giornalieri. Per il resto, entrambi sprofondavano in uno stato di trance apparente mentre ascoltavano con le cuffie la musica che si erano fatti recapitare: la loro musica, il disco che Nora e Nico avevano deciso di comporre e suonare per smantellare la granitica incomunicabilità che spesso poi li spingeva verso gesti sconsiderati. Parlarsi attraverso il noise, con la chitarra che graffiava selvaggia e le voci dirompenti, scalfiva in modo deciso la patina delle difficoltà nell’aprirsi, superficie che si stratificava ad ogni confronto rigettato. Una vastissima varietà di ritmi simboleggiava i loro stati d’animo, il panico, le paure, gli affanni, come anche i momenti di ritrovato equilibrio; la reiterazione di suoni gettava luce sulle rispettive fissazioni, i riff e le percussioni scandivano con impeto un’intimità di chiaroscuri e una profondità passionale. Correvano e facevano piegamenti in quei miseri metriquadri delle celle, concentrandosi sulle mosse da compiere per non vanificare il piano. Non vi era altro da fare se non attuare la via di fuga.

Qualcuno disse che erano state rubate le chiavi alle sentinelle di guardia notturne, altri narrarono di griglie di protezione divelte, altri ancora di sonniferi somministrati alla sorveglianza interna ed esterna. Poco importa la verità, i timidi bagliori del mattino facevano vibrare la bianca coltre sulla corona delle montagne, sui pendii; il manto, intatto fino al comparire dell’alba, tradiva un ricongiungimento fatto di passi affondati dopo una corsa trafelata. Poi ecco il bacio, bagnato dalla brina cadente dalle fronde dei pini. Ci avrebbero riprovato di nuovo, mai avuti tentennamenti.

Federica Giaccani

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