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Top Ten 2015 – Mirko Perozzi

1. Jamie xx – In Colour

Data di Uscita: 01/06/2015

Bobby saliva di corsa le scale fino all’ottavo piano, una fottuta paura per gli ascensori gli complicava la vita in una città ormai estesa per lo più in verticale. Nei due anni d’incontri a cadenza settimanale aveva trasformato lo sforzo in gioco, saltellando agile per toccare col piede un gradino ogni due, sostando infine per qualche minuto di fronte al finestrone che inquadrava il groviglio di strade e sopraelevate di Elephant & Castle. Nato e cresciuto nel quartiere, era affettivamente legato a quell’orizzonte spigoloso composto da grossi e anonimi caseggiati, la curva del Tamigi tuttavia era poco distante e il grigio del cemento frammisto ai colori improbabili di alcuni edifici ben si sposava con l’acqua del fiume, più vicina ormai a un elemento artificiale anziché rimandare alla natura. Jamie, Laurie e Stella sicuramente erano già arrivati, strano pensare come quei ragazzi abituati a cronici ritardi avessero preso sul serio la terapia e giungessero da Mister Stevenson in largo anticipo; di solito mancava soltanto Ryan, come da copione, e tutti sapevano già che aveva poco senso aspettarlo.
Un paio di primavere alle spalle, ecco la tentazione di un flashback temporaneo a quel 2013 di piogge pervicaci e giacche di pelle indossate anche in maggio, foglie a terra nei parchi e tra le auto in sosta, a scompigliare le carte e gettare una fastidiosa confusione sulle stagioni. Bobby era diventato maggiorenne da una decina di giorni, nel disordine di una giovinezza libera e priva di reali punti di riferimento poco gli importava di quel marchio temporale che gli metteva in mano un lasciapassare verso una nuova fase, l’età adulta, vista come assieme di responsabilità e inderogabili obblighi. Londra appariva madida dopo l’ennesimo acquazzone da quel belvedere metropolitano all’ottavo piano, terribilmente attraente per un animo incline alla malinconia, tant’è che si era quasi dimenticato della ragione che lo aveva spinto a salire le rampe di quel palazzo ancora sconosciuto. Una mano sulla spalla lo fece trasalire e lo riportò a terra dal suo perdersi nel mondo parallelo, si voltò di scatto e incrociò il viso di Mister Stevenson di fronte a sé. Non immaginava che fosse anch’egli così giovane. Il tempo cominciò a scandirsi regolarmente grazie alle sedute di gruppo, conobbe quei ragazzi approdati nella medesima oasi dopo vani pellegrinaggi in solitaria nelle introspettive paludi in scala di grigio delle proprie inquietudini, in una città dove la palette cromatica appariva limitata e ristretta, e le possibilità di affrancarsi erano sporadiche, difficoltose. Piuttosto, una simbiosi col contesto era la via più naturale da perseguire: minimo impegno e massimo appagamento dei turbamenti interiori. La terapia si muoveva sui binari dell’educazione ai colori, assunti metaforicamente come le chiavi che avrebbero aperto l’invisibile gabbia della psiche per consentirle di librarsi alta in volo senza costrizioni, di sperimentare la gioia. Quelle parole risuonavano solenni nella mente di Bobby anche due anni dopo, balzo dopo balzo in ascesa a spirale lungo la scala, seppure non fosse nelle intenzioni di Mister Stevenson presentarsi come detentore di chissà quale dogma, avendo preferito sin da subito costruire la complicità necessaria allo scopo ponendosi sullo stesso piano di quella sparuta manciata di strambi giovani introversi. Era la verità stessa che appariva altisonante per la sua disarmante e semplice oggettività. Bobby lo rammentava regolarmente ormai, un arcobaleno tatuato nell’interno del polso sinistro era un marchio indelebile che esprimeva redenzione, fiducia e zelo nel darsi un’altra possibilità. L’inchiostro iridato spiccava sul pallore dell’incarnato, insolente sbucava fuori troppo spesso dalle maniche per essere riposto in un angolo in attesa, in un dimenticatoio; non era servito nemmeno un appuntamento per imprimersi addosso quel promemoria variopinto in netto contrasto coi disegni neri coi quali progressivamente stava decorando la sua pelle, nel laboratorio all’angolo del suo isolato si trovava sempre un posto per ogni povero figlio del quartiere. Gli altri ragazzi avevano escogitato proprie vie di fuga, Stella ad esempio si stava dilettando a tappezzare una parete del suo soggiorno con polaroid scattate a dettagli dalle tinte forti che bucavano il grigio della città, come se stesse rubando a Londra gli spiragli di luce e li facesse suoi. Ma tra i tanti era Jamie ad aver catturato sin da subito attenzioni e stima di Bobby, Jamie che con faccia pulita, sguardo schivo e abiti discreti avrebbe potuto passare inosservato, se non fosse per quel lampo di genialità che, suo malgrado, saettava dagli occhi sotto il ciuffo. Componeva musica, era bravissimo ma non ne era del tutto consapevole, riversava nelle lente ritmiche sintetiche litri di melancolia distillata sotto le nubi della capitale, tant’è che rischiava di affogarcisi dentro. Avrebbe dovuto depurarle e trovare spazio anche lui per un personale caleidoscopio, non vi erano alternative mirate al rasserenamento. La sua ritrosia gli permise di compiere il difficoltoso cammino nell’ombra, lentamente nel tempo senza destare troppa curiosità e suscitare morbose domande sia dei compagni sia dello stesso Mister Stevenson; tutti sapevano quanto empatico fosse il suo rapporto con la metropoli in cui era nato e cresciuto sinora, slegare i cordoni di attracco da quel porto sicuro per salpare a largo era una temibile scommessa ma senz’altro un passo obbligato per conquistare l’indipendenza da un’opprimente comfort zone. Londra si mostrò aperta e in un certo senso malleabile, Jamie fece tesoro degli stimoli e dei ricordi che strade palazzi e situazioni trascorse gli avevano regalato e, come un prisma trasparente che raccoglie e assorbe luce bianca, trasformò l’insieme in un ventaglio policromo. Vi era spazio per tutto: la breakbeat, il pop, la disco, l’hip-hop, la dubstep, il trip-hop. Sospeso in un sognante equilibrio sui tetti dei grattacieli, tra liquidi tramonti, confidenze, birre e sigarette condivise con gli affetti di sempre, il sentimento di nostalgia profonda vestiva abiti dalle tinte pastello, fedele alla delicatezza e all’intimità della sua produzione precedente, ma filtrato da ogni residuo di rassegnazione. I battiti erano vivi, pulsanti, materici, tant’è che Bobby si accorse subito che quel giorno stava succedendo qualcosa d’inedito, una musica nuova lo richiamava in cima all’edificio, molto più in alto rispetto al solito ottavo piano. Interruppe immediatamente il suo gioco di salti tra i gradini e corse tutto d’un fiato, come fosse risucchiato da un vortice irresistibile di melodie ballabili e luminose. Li trovò tutti stretti nell’abbraccio figurato di suoni cangianti, c’era addirittura anche Ryan, e Londra scorreva lì sotto coi suoi flussi ramificati a perdita d’occhio, familiare e nuova allo stesso tempo, e la paura era soltanto una debole impronta in dissolvenza.

I feel music in your eyes
I have never reached such heights.

Federica Giaccani

2. Floating Points – Elaenia

Data di Uscita: 06/11/2015

Floating Points - Elaenia

Le mani impolverate di magnesite stringono il legno.

Una brezza sottile lambisce il mio corpo, lo avvolge come se mi desse l’incoraggiamento di cui ho bisogno. Come un allenatore che massaggia accuratamente ogni muscolo dell’atleta un attimo prima dello sforzo che si è imposto di eseguire.

Davanti a me una strada infinita, un rasoio che riassume la vita, che giustifica il mio corpo, le mie forme e la mia essenza. Non mi guardo i piedi e rimango immobile.

Riesco a scorgere il primo sole senza avvertirne il calore, faccio un respiro profondo e muovo il primo passo. Un momento che dura un’esistenza.

Sulla corda tutto il corpo trema, oscilla con una forza incredibile anche se da sotto non si direbbe. Il secondo passo è il più difficile ma lo eseguo con tranquillità.

Ora sono in corsa sul filo, non vedo l’arrivo e se avessi la possibilità di voltarmi indietro non vedrei nemmeno più il punto di partenza. Sono sospeso su di un cavo tra due grattacieli e dall’altra parte un abbraccio atteso da chissà quanto.

Il movimento è automatico eppure calcolato al millimetro, il tempo una variabile che non rientra nell’equazione.

La stretta delle mani sull’asta è diventata improvvisamente meno forte e i muscoli bruciano, sono al limite. La corda finisce ed io esaurisco il mio discorso. Ora la guardo negli occhi, in silenzio, in attesa di responso.

Non sono un funambolo ma un uomo che si è appena dichiarato.

Maurizio Narciso

3. Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

4. Squarepusher – Damogen Furies

Data di Uscita: 20/04/2015

Squarepusher - Damogen Furies

Che fosse ancora notte o quasi giorno non gli importava poi un granchè.
Che fuori piovesse, facesse freddo o fosse arrivato un cazzo di caldo estivo da apocalisse climatica ancora meno.
Temperatura corporea appena sotto i 37 gradi, perfetto controllo delle pulsazioni, nessun attacco d’ansia, nessun formicolio; la rigidità quasi post-mortem era un nirvana che aveva raggiunto dopo anni di sane sniffate, dopo anni di pensieri ben fatti, dopo anni di guerre da due grammi vinte senza fare prigionieri.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una macchina!
Sono una fottutissima perfettissima macchina!
Capacità sensoriali decuplicate, visione allargata, analisi del movimento altrui, analisi a 360 gradi dello spazio circostante. Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun cazzo di motivo al mondo.
Luci bianche e colorate si accendevano a intermittenza dall’albero di Natale, schizzando a velocità limitata dalla porta finestra che dava sul terrazzo dell’ attico in cui stava facendo serata. Nel salone etnico e moderno la bella, nella sua fascinosa cultura wasp importata da un sangue misto fatto di borghesia lombarda e saccenteria a stelle e strisce.
La preda nei suoi fantastici vent’ anni fatti di gonne a balze e calze in lana, due tette durissime elevate al signore ormai coperte quel poco che bastava a farne un vezzo orgoglioso; un nasino che chiedeva baci più materni che sessuali ma che avrebbe ricevuto  solo polvere bianca, a violare per l’ennesima volta una verginità caratteriale ormai fatta più di apparenza che di verità.
Il bamboccio nel suo metro e sessanta di spavalderia e maleducazione, diciassette anni di sogni, rabbia e spiccata voglia di delinquenza. Un frutto acerbo e spigoloso, fatto di ossa con poca carne addosso e occhi accesi su un mondo largo di 3 isolati e una piazza che chiedevano un nuovo piccolo imperatore.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo.
La bella e la preda muovevano sicure ammoniaca e stagnola, cucchiaino, stecchino e cocaina; la bottiglia di Fiuggi bucata, perfetto alambicco per un sogno, aspettava la cannuccia di tiraggio con destinazione paradiso che da lì a dieci minuti avrebbe ritmato un sabato sera fatto di silenzi e velocità.
Non si sarebbe alzato da quella poltrona per nessun fottutissimo motivo al mondo
Il campanello suonava come il ronzio di una mosca intervallato da un vociare volgare di gente ferma alla terza media che invitava dolcemente la bella ad aprire quella cazzo di porta.
La voglia di aspettare dietro la porta di casa dello squalo e del bruttone erano inversamente proporzionali a quella di guardare le tette della preda.
E in egual pareggio a decidere se tirare fuori la loro merce o approfittare di quella già presente sul tavolino, che fosse per un benvenuto o per un commiato.

Lo squalo e il bruttone entrarono smaglianti e gradassi non sarebbero rimasti a lungo, mezz’ora al massimo, un giro di Montenegro, tre stronzate e un paio di inviti che la bella e la preda avrebbero gentilmente declinato per quella solida convinzione per cui avrebbero teneramente scopato solo ricchi benefattori. Con spiccata e confermabile passione per l’ economia applicata alla chimica.
Bisognava semplicemente aspettare decantando Damogen Furies, che per la nottata avrebbe veicolato la distanza tra le sue narici e il suo solito mondo.
Il problema era semmai il bamboccio. Il bamboccio ignorava le buone maniere da quartiere, il bamboccio salutava squalo e bruttone solo con un gesto del viso, il bamboccio non sapeva comportarsi, il bamboccio non aveva portato il giusto rispetto a quei due coglioni, il bamboccio puzzava già di sangue fresco, lo squalo si era appena accorto di avere fame, il bruttone lo avrebbe accompagnato nel suo veloce desinare, il bamboccio era fingerfood, il bamboccio aveva un problema.
Sono una macchina!
Sono una macchina!
E per questo valido motivo non me ne fotteva un cazzo della morte del bamboccio: funerale, pompe funebri, genitori in lacrime e palloncini bianchi; non me ne fotteva un cazzo. Sono una macchina perfetta, non tradisco emozioni, non ho emozioni pensava mentre lo squalo e il bruttone con una scusa piazzavano il primo schiaffone educatore sulla faccia del bamboccio che ora sbraitava come un dannato. Lo squalo e il bruttone l’ avevano già sollevato di peso dalla poltrona e lo trascinavano oltre la porta finestra pronti a festeggiare il Natale; dal terrazzo entravano freddo e morte, paura e ansia, la bella e la preda erano ormai paralizzate; dai collant della preda lacrimava acqua maleodorante di paura e sgomento: si stava pisciando addosso proprio mentre il bamboccio sventolava a testa in giù dal terrazzo dell’ottavo piano di casa della bella.
Non si sarebbe alzato per nessun motivo al mondo, al netto di evitare drammi con la questura, non poter più vivere la propria tossico dipendenza,  dover guardare in faccia lo squalo e il bruttone con riverenza per i prossimi sei mesi, rinunciare alla bocca calda della preda nell’hangover della mattina dopo.
Movimenti fulminei dalla poltrona al terrazzo di scatto, traiettoria calcolata raggio per treequattordici, diviso per la sua dipendenza e gli anni di palestra senza guardar zoccoli di cammello delle ventenni amanti del fitness.
Afferrò i piedi del bamboccio lanciandolo a baciare l’ albero di Natale; benedì lo stomaco del bruttone e santificò il pancreas dello squalo in rapida e calcolata successione poi passò al loro maxilo facciale, le ossa si sbriciolarono come pane appena sfornato. La bella e la preda passarono dalla paura ad un umido sguardo che sapeva di mio eroe e pompini gratis for the rest of his life. Non quella sera, non quel Natale. Afferrò le scale con il CD tra le mani, la macchina era in tilt, i parametri azzerati, il motore grippato da zucchero e umanità. Milano  non era mai stata così fredda. Milano non era mai stata così umana.

Mirko Carera

5. Kamasi Washington – The Epic

Data di Uscita: 05/05/2015

Kamasi Washington - The Epic

Affidare alla voce e alla musica ogni eventuale storia da raccontare è il meglio che può fare chi vuole riportare in vita una voce più potente, antica e viscerale. La grande voce, la voce-strumento, tra magia e medicina, orfica, non ha nemmeno bisogno di una storia perché è un’entità talmente elevata ed evocativa da avere un senso e un’estetica che prescinde da ogni storia o che può essere storia a parte.
Nel residuale bisogno di epica di un’umanità lontana da sé stessa, compiente ogni giorno l’inautentico, riaffiorano come sprazzi di sconfortante bellezza alcuni moderni echi della voce evocativa, quasi sacra.
Questo accade quasi con violenza con l’opera maestosa di Kamasi Whashington, chiamata non a caso “The Epic”, celebrante l’inattesa bellezza di una guerra che non avrà mai fine, cioè la bellezza con l’eterno vincitore, ovvero chi riesce a coglierla.
I riferimenti sono chiari e voluti: il “cosmic jazz” di Sun Ra, Pharoah Sanders e altri, e la simile atmosfera mistica dei Coltrane moglie e marito. Ma fare un’attenta ricerca delle fonti è una cosa più da morti che da vivi, mentre la bellezza da tigre di questo disco scatta e ruggisce senza sosta, spaccando il vetro degli occhialuti ricercatori di citazioni. Si potrebbe far risalire il coro epico iniziale del disco a quello di Neptune di Holst, ma avrebbe ancora meno senso, perché le diverse epiche hanno perlopiù tratti comuni. I miti delle diverse cosmogonie e gli eroi sono tutti simili, anche se remoti e differenti.
Whashington, vestito come i suoi precursori di jazz cosmico, con una tunica da mistico, innalza la voce dal suo sassofono facendosi accompagnare dalle armonie degli altri strumenti, moderne, raffinate e selvagge allo stesso tempo. È parte di una temperie culturale senza pregiudizi di genere, aperta e un po’ folle, che varia dall’hip hop a Debussy, col sassofonista che da session man di Kendrick Lamar si fa ricreatore del celebre Claire de Lune, passano per una Miss Understanding orchestrale che con passi da gigante delira sul danzante precipizio del free jazz, col gioco di parole del titolo che pare suggerito da Monk o Mingus. È una foresta urbana dove bisogna muoversi con attenzione, cogliendo i profumi che piacciono, ammirando le inaspettate piante dai nomi insoliti che possono quasi accecare con le loro luci e i loro colori, ma soprattutto dove bisogna stare nascosti tra le fronde per contemplare l’incanto geometrico delle sue belve.
In tempi di cialtroneria assoluta è quasi commovente vedere qualcuno comporre così tanta musica studiata e forte, che deve essere contenuta in tre volumi diversi e che può riempire una mattina o una notte con la sua fremente vita sonora.
È in qualche modo l’autentico, che rigettando l’ordinario nella fossa comune dei giorni fa entrare nella propria dimora l’ospite oscuro, la tetra diva Morte, lasciandola accomodare davanti a sé, guardandola col sorriso: porgendole la mano le viene detto di farsi da parte, sempre in vista, ma lontana dall’altra minuta e folle diva, l’insensata e scalmanata Vita, con cui unirsi senza sosta e senza senso, finché l’altra, ridestata dal suo recesso buio, non ci porterà con lei.

Marco Di Memmo

6. Godblesscomputers – Plush and Safe

Data di Uscita: 12/05/2015

Godblesscomputers - Plush and Safe

“Io mi sentivo forte, io ero il più invidiato e stavo bene, e chi si lamentava…” la puntina corre sul disco preferito di mio padre, quello che ricevetti in dono per il mio trentesimo compleanno. Lo conosco a memoria, eppure oggi quelle sue parole assumono un significato assai diverso, parlano di me, della mia storia d’amore che non sono riuscito a salvare.

Anche io mi sentivo forte, mi sentivo al sicuro. Eravamo una coppia, ogni incomprensione sarebbe stata superata con il tempo. Avevo torto. Adoravo la sua allegra tristezza, la sua forza di volontà, la sua sensibilità fuori dal comune. Eravamo il centro dell’universo. Eravamo perfetti. Mentre giro il vinile mi ritrovo a parlare al passato di una storia che nella mia testa e nel mio cuore poteva essere declinata solo al futuro.

L’interlocutore sono io, un me stesso impassibile che da settimane mi fissa senza dire una parola. Lo ritrovo nello specchio la mattina, è accanto a me mentre faccio colazione e mi fa ombra mentre produco nuova musica. Credo rappresenti il mio senso di colpa per non aver fatto abbastanza, o forse solo il rimpianto di ciò che è stato.

Ogni giorni riesco a farlo allontanare un po’ di più da me, ora si trova nella stanza accanto, ma non mi basta! Voglio farlo sparire dall’orizzonte ovvero accettare la separazione. L’arte e l’amore sono due facce della stessa medaglia, ho dedicato tutto me stesso a questo binomio; adesso quello che rimane è la musica, la mia musica, che riempie entrambe le facciate.

Mi volto per riporre il vinile nella sua tasca e lo vedo, lì sull’uscio di casa. Allora mi infilo di corsa le scarpe e provo ad avvicinarmi. Lui indietreggia ad ogni mio movimento, un mio passo in avanti sono due suoi all’indietro. Allora inizio a correre e lui fa lo stesso, la rampa delle scale è un percorso che sembra infinito. Poi all’improvviso il sole abbagliante.

Mi stropiccio gli occhi e non lo vedo più. Una leggera brezza marina mi fa trasalire: il ricordo di lei, bellissima, a piedi nudi sulla spiaggia d’inverno. Ma ecco che lui riappare in lontananza, lo vedo sull’altro lato della strada, dove inizia la spiaggia. Faccio un respiro profondo e proseguo la corsa, anche il suo corpo scatta all’indietro fino a quando non inizia ad immergersi in acqua.

Piango ma proseguo la folle corsa, mi sfilo i vestiti e mi tuffo: inizio a nuotare senza nemmeno vedere dove, a perdifiato. Mi fermo solo quando il cuore è ormai un tamburo battente nella mia cassa toracica. Il sole è alto e la spiaggia dietro di me lontana. Riesco a scorgere il profilo di un peschereccio al largo, so che lui è lì, sul ponte della nave, rivolto verso di me.

E’ lì che voglio che rimanga! Mentre riguadagno la spiaggia non mi volto indietro, so che è rimasto alla deriva, da qualche parte lontano da me.

Maurizio Narciso

7. IOSONOUNCANE – Die

Data di Uscita: 30/03/2015

IOSONOUNCANE - Die

E venne il tempo dell’ addio; c’era un bel sole invernale quella mattina, un sole timido triste ma presente. In realtà quelle parole a Giulio B. arrivarono in forma scritta: un timido foglio, una calligrafia ordinata meno timida, certa, sicura. La sua Claudia M. glielo disse con poche semplici parole: “Ci sono scelte, emozioni, sensazioni che vanno vissute prima che sia troppo tardi. Parto, la grande nave mi porta verso una nuova vita; non ti dimenticherò”.
Ora Giulio B. -professione pianista di piano bar: canzoni francesi, intrattenimento leggero in un locale estivo stantio come i suoi sogni- correva gli ultimi centinaia di metri che lo separavano dal molo. Troppo tardi: la grande nave era partita e in un andamento lento quasi funereo puntava la traversata oceanica. Giulio ormai non piangeva quasi più, con le mani sul capo cercava respiro nuovo e protezione da quella assurda sensazione di perdita di equilibrio. L’aveva persa, colpevole o innocente che fosse l’aveva persa in un freddo mattino invernale. Quel bigliettino stropicciato lo spiegava benissimo. Poche parole, molto chiare. Un rappresentante di spazzole e trucchi per signora sapeva attrarre meglio di lui, e a buon prezzo aveva perso la sua Claudia una sera di qualche settimana prima, quando fuori dal negozio in cui era commessa lui le aveva strappato un bacio e una promessa. Ora se ne stava davanti alla spiaggia e al mare, con pugni ormai rossi di rabbia sconfitta e quella saliva al sapor di funerale che ormai era cemento liquido. Si era messo a cercare pietre dal taglio netto, e con assoluta precisione ne scagliava una ogni tanto oltre gli scogli. Uno, due, tre, quattro, cinque rimbalzi: la sua Claudia sarebbe stata fiera di lui nell’ ammirare con quale leggiadria il sasso lanciato rimbalzava sull’ acqua prima di spegnersi per sempre nel mare. Era il loro gioco preferito, un gioco da nulla di quelli che però ti tengono stretto quando soldi e sogni non vanno alla stessa velocità, quando i sogni si perdono per strada a riposare senza poi ripartire più. L’avrebbe amata per sempre, non l’ avrebbe dimenticata perché si può amare un sogno anche cibandolo solo di ricordi in un moto continuo come quello delle onde del mare. Le onde del mare, la fantastica geometria di un moto continuo che la corrente rendeva infermabile. L’avrebbe amata per sempre la sua Claudia, pur fosse un ricordo, pur fosse un’idea. Alzò gli occhi al cielo: stormi di uccelli levavano verso l orizzonte a inseguire la grande nave e se chiudeva gli occhi volava lì con loro, a vedere per un’ultima volta la sua Claudia per dirle tutto, per dirle il nulla per dirle solo che lui sarebbe rimasto lì a guardare il mare e l’avrebbe aspettata perché ci sono sogni per cui non si smette mai di vivere, per cui non si smette mai di aspettare.

Mirko Perozzi

8. Montoya – Iwa

Data di Uscita: 09/06/2015

Montoya - Iwa

Da piccolo lo facevo sempre.

Camminare con passo svelto lungo una strada lastricata di mattonelle senza toccare alcun bordo, saltellando tra una piastrella e l’altra con l’agilità di una tigre; o perlomeno è questa la forma immaginaria che assumevo nel gioco serissimo che ingaggiavo con il mio io umano.

Il rituale nel tempo si è trasformato. C’era un momento nella mia adolescenza in cui mi piaceva assumere un passo del tutto naturale ma rispettare quella stessa regola: non toccare nessun confine tra una mattonella e l’altra, naturalmente senza farsi accorgere dalle persone che avevo intorno.

Poi si cresce, ma certe sfide non si dimenticano. Ora produco musica e, quasi inconsapevolmente, continuo ad applicare regole eccentriche al mio modus operandi. Si tratta sempre di equilibrismi, di misurare gli elementi in modo certosino, ma senza darlo a vedere più di tanto.

Mi piace il suono naturale del violino ma anche la musica fatta con le macchine; le sinfonie classiche e la manipolazione dei suoni ambientali, ma più di tutto adoro la spiritualità di certe produzioni etno-jazz. Non volevo rinunciare a nulla, ecco quindi una vecchia sfida riattualizzata,fare finta che i confini non esistano!

Il mio ultimo disco è pronto per la stampa. Manca solo il processo di masterizzazione per la sua distribuzione fisica, ma gli mp3 circolano selvaggi nella rete già da un po’. Tra poco mi recherò all’agenzia per consegnare il demo e quindi dare finalmente una dignità materiale alle mie produzioni.

Sono emozionato e ritardo consapevolmente l’uscita di casa, sono seduto in salotto e mi godo l’ascolto integrale dei miei 30 minuti di musica: è un tempo lunghissimo, è un tempo brevissimo. Anche questa è stata una sfida, registrare molte idee nel giusto spazio.

Finito l’ascolto faccio un respiro e mi butto in strada, direzione la società di mastering. Il passo è veloce, sempre più veloce, diventa improvvisamente una corsa. Arrivo col fiatone al viale di ingresso, ma non rallento. C’è un percorso in mattoncini da attraversare, non tocco alcun confine: oramai mi viene naturale!

Maurizio Narciso

9. Go Dugong – Novanta

D.d.U. 27/11/2015

Sono sul novanta, oppure nel mio studio?

Un odore acre mi fa trasalire eppure è solo nella mia mente. Zero pippe mentali, solo sana attitudine hip hop, in mezzo a talmente tanti campionamenti da diventarci pazzi.

Sono due anni ormai che cerco di completare un lavoro che sento mio più di ogni altra cosa fatta prima. Dovevo solo trovare la chiave di lettura, qualcosa che tenesse insieme tutti i pezzi e l’ho trovata finalmente: è Milano.

La Milano degli odori.

La Milano del raggae giamaicano.

La Milano dei sapori.

La Milano del bolero cubano.

La Milano dei colori.

La Milano dal beat maliano

La Milano dei sensi.

La Milano che casa non è.
La Milano che è jazz.

La Milano che ti fa sentire a casa.

Sono da mesi sul filobus dell’inconscio che attraversa tutti questi stati.

Maurizio Narciso

10. Purity Ring – Another Eternity

Data di Uscita: 03/03/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Purity Ring - Another Eternity

All’inizio era la Luna.
La vedevo lassù, che arrivava a piccoli spicchi oppure in tutta la sua voluttuosa rotondità. Mi ero impegnato in attente osservazioni notturne (quando la notte è più scura la Luna è più vicina) e di certo l’avevo studiata davvero bene; era fatta di latte e formaggio, ne ero sicuro: in certe notti di mezza stagione, quando il freddo pungente non anestetizzava ancora il naso e il profumo di fiori nell’aria si faceva meno intenso, sentivo distintamente il suo odore muffettato. Sì, la Luna era un grosso tomino sospeso nel cielo, ed io dovevo trovare il modo di raggiungerla. L’idea mi venne in una notte di plenilunio: mi sembrava talmente vicina da essere a portata di razzo. Doveva essere un razzo molto potente e ben costruito, perché non si poteva correre il rischio di rimanere a piedi a metà strada; bisognava senza dubbio progettarlo con massima precisione, e assemblarlo con assoluta perizia. Non potevo fare tutto da solo, così pensai di farmi aiutare dall’unica persona di cui potessi davvero fidarmi: la mia migliore amica Gaya; la conoscevo praticamente da sempre, era una bambina sveglia e intelligente e mi avrebbe certamente aiutato, così una sera che venne a casa mia le parlai del razzo.

– La Luna?
– Sì.
– Ma perché proprio la Luna?
– Beh, l’ho studiata molto approfonditamente e mi sembra logico andare a verificare di persona che le mie considerazioni siano corrette.
– E la Cina? L’hai mai studiata la Cina?
– No.
– La Cina è molto più interessante della Luna. In Cina ci sono i cinesi, che sono un mucchio di persone. Sulla Luna non c’è nessuno.
– Ma io la Luna la osservo quasi ogni notte, e sembra quasi magica e illumina tutto con una luce bianca come il burro e io non sono mai stato su una cosa tanto luminosa.
– In Cina c’è la Grande Muraglia. Un muro lunghissimo, si vede perfino dalla Luna!
– Puoi venire con me sulla Luna e guardarti la Grande Muraglia da lì allora.
– Non ha forse più senso andare in Cina, a vedere la Grande Muraglia?
– Non so molto sulla Cina.
– Ci sono i cinesi. E la Grande Muraglia.
Gaya mi aveva convinto con poche acute osservazioni che dovevo concentrarmi meglio sui corpi terrestri, ed era ora che lasciassi stare le mie disquisizioni su quelli celesti. Avrei certamente trovato il modo per arrivare sino in Cina, un giorno o l’altro, ma prima dovevo osservarla. Si trattava di ricominciare a studiare qualcosa che non conoscevo, come le prime volte con la Luna… la grande burrosa Luna.

Studiai la Cina per pomeriggi interi.
Ci avevano inventato l’arte pirotecnica, cioè gli spettacoli con i fuochi d’artificio; ricordavo quelli che avevo visto io in certe notti d’estate, mi avevano fatto pensare alle stelle che si allontanavano tra loro a gran velocità, come nei primi tempi dell’universo quando c’erano le esplosioni cosmiche. Cominciavo a pensare che forse, quando all’inizio tutto era in un punto, quel punto altro non potesse essere che una particella di polvere pirica, e da qualche parte in quell’unico punto primordiale doveva essersi innescata una scintilla, e da quel primo corpuscolo era esploso l’universo. Mi ero applicato con molta dedizione alle mie osservazioni sulle origini del cosmo, anche se non erano vere e proprie osservazioni poiché, di fatto, non avevo potuto osservare granchè; mi ero reso presto conto, però, che non sarebbe stata cosa facile trovare elementi a favore (o sfavore) della mia tesi: non sapevo dove trovare indizi sulla nascita del mondo.
Raccontai le mie intuizioni a Gaya. Mi fece notare come fosse fuori di logica pensare che una cosa infinita come l’universo potesse aver avuto un inizio. Gaya diceva che le cose che hanno un inizio hanno anche una fine ma l’infinito una fine non ce l’ha, quindi di certo non poteva esserci un inizio.
Mi suggerì piuttosto di dedicarmi ai vulcani: attraverso i crateri si può arrivare al centro della terra e lì c’erano roccia fusa e metalli liquefatti, che erano di certo cose molto interessanti.

Era fuori di dubbio: avrei trovato la maniera per raggiungere il Nucleo Terrestre.

Giulia Matteagi

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